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Non scrivo praticamente più su questo blog. Mi sono dedicato completamente a www.enricoberlinguer.it e curo la rubrica "Il Rompiballe" su Qualcosa di Sinistra. Questo è il mio blog personale, che ho fondato quando avevo 18 anni e ci sono affezionato. Riflette le mie speranze di allora, su una nuova Sinistra, che recuperasse la lezione di Enrico Berlinguer sulla Questione Morale e sull'austerità e la saldasse con la questione della democrazia incompiuta del nostro Paese. 

Rileggendomi, a distanza di anni, sorrido della mia ingenuità di allora. Per fare buona politica, diceva Piero Calamandrei, c'è bisogno di persone oneste che facciano modestamente il proprio mestiere con passione, rigore e impegno morale. Perché sincerità e coerenza, che possono sembrare ingenuità, alla lunga sono l'unico buon affare.

Se mi seguivate allora e volete leggermi "quotidianamente", mi trovate su facebook o su twitter.

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"Change will not come if we wait for some other person or some other time. We are the ones we've been waiting for. We are the change that we seek."
(Il Cambiamento non arriverà se aspettiamo qualcun'altro o qualche altro momento. Noi siamo quelli che stavamo spettando. Siamo il Cambiamento che cerchiamo.)

(Barack Hussein Obama, 44° Presidente degli Stati Uniti d'America)

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24 dicembre 2010

Buon Natale... soprattutto a chi resiste

Buon Natale.

Ai disoccupati che oggi in Italia sono l’8,7% della popolazione. 

Ai giovani che non riescono ad avere un lavoro e che, secondo l’OCSE, sono 4 su 5 (peggio di noi solo l’Ungheria).

Ai 600mila lavoratori colpiti dalla cassa integrazione nei primi undici mesi del 2010 e che hanno perso circa 8000 euro quest’anno sul loro stipendio.

Buon Natale.

A quegli Italiani onesti che pagano le tasse più alte al mondo (43,5%), secondi solo ai danesi (48,2%) e agli svedesi (46,4%), ma senza avere il loro welfare state.

A quei lavoratori che proprio non vogliono sacrificare i diritti acquisiti in 2 secoli di lotte, tornando a padroni e corporazioni, con la scusa che c’è la crisi, il mondo è globalizzato e Marchionne è riformista (?).

A quei magistrati e giornalisti che combattono quotidianamente la corruzione, che in Italia è arrivata a bruciare 70 miliardi di entrate all’anno.

Buon Natale.

A quegli studenti massacrati dalla riforma Gelmini.

A quei ricercatori che fuggono dall’Italia in cerca di condizioni migliori.

A tutti i parenti delle vittime di mafia, camorra e ‘ndrangheta, ma soprattutto delle stragi fasciste: sperando che prima o poi si sappia anche la verità.

Buon Natale.

A chi ci ha creduto ed è morto per un ideale.

A chi ci crede ed è pronto a farlo.

A chi ci crederà, sperando possa farlo in un mondo libero.

Buon Natale.

A chi resiste, e non se ne vergogna.

http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/?p=691




14 dicembre 2010

La Camera Respinge

A Montecitorio finisce 314 a 311, con due astenuti. Decisivi i voti di Calearo, Scilipoti e Cesario, oltre alle due defezioni all'interno di Fli.

Dunque, a conti fatti, contro la sfiducia e quindi a favore della maggioranza hanno votato i 235 deputati del Pdl; i 59 della Lega, 11 di Noi Sud (non ha votato Antonio Gaglione); Francesco Nucara, Francesco Pionati, Maurizio Grassano , Gianpiero Catone, Maria Grazia Siliquini, Catia Polidori, Domenico Scilipoti, Bruno Cesario e Massimo Calearo.

 A favore della sfiducia si sono espressi i 206 deputati del Pd; i 22 dell’Idv; i 35 dell’Udc; 31 di Fli (non ha partecipato al voto Silvano Moffa e come detto all’ultimo momento Siliquini e Polidori si sono schierate con il centrodestra); i 6 di Api; i 2 Liberaldemocratici; i 5 Mpa e Giorgio La Malfa, Giuseppe Giulietti, il rappresentante della Valle d’Aosta Rolando Nicco e Paolo Guzzanti.

Astenuti infine i due esponenti della Svp.

Come da prassi istutizionale, non ha votato il presidente della Camera Gianfranco Fini.

Ora è da vedere se i transfughi dell'ultima ora sono a tariffa giornaliera o si vendono ad ogni singolo voto.




28 settembre 2010

I Magnifici Sette

Calogero Mannino, Saverio Romano, Giuseppe Drago, Giuseppe  Ruvolo, Michele Pisacane, Massimo Calearo e Bruno Cesario. I magnifici 7 del trasformismo italiano.

Come Mastella e De Gregorio prima di loro, come tutti i centristi del resto degni di questo nome, che fanno politica per fare i propri interessi e non quelli di tutti gli Italiani. Gente con cui non si dovrebbe prendere nemmeno un caffè, figuriamoci candidarli in Parlamento.

E il fatto che il più famoso tra i Sette, Calearo, adesso si proponga pure per la poltrona di ministro, la dice lunga su certe scelte passate che hanno contribuito ad azzoppare Veltroni (che in parte è stato azzoppato da altri, ma che ci ha messo pure del suo per farsi male).

Ricordate? Calearo che stringe la mano al sindacalista in Veneto, Calearo di qui, Calearo di là. Uno che non è di destra fino al midollo osseo, è proprio un untuoso capitalista da strapazzo, abituato a sgranocchiarsi i suoi operai.

Ebbene, si poteva immaginare l'epilogo della vicenda, ma una domanda rimane: valeva la pena perdere i voti degli operai di Calearo, in nome di una presunta e mai provata modernità? Per me no, ma si sa, sono fatto molto male.




9 settembre 2010

L’economia della corruzione

C’era una volta la Questione Morale. E c’è tutt’ora. C’era una volta il partito della Questione Morale, il PCI, che però non c’è più. E il vuoto di un partito che si preoccupi di stabilire un equilibrio tra morale e potere, che è l’elemento fondante di ogni democrazia, si fa sentire.

 

Soprattutto in tempi bui come questi dove la democrazia e le sue istituzioni vengono minate alla base attraverso inefficienze, sprechi e crisi economiche che si traducono in sacrifici per molti (anzi, i soliti, cioè i cittadini) e privilegi per pochi (i soliti, ovvero le classi dirigenti). Crisi economiche che poi sono figlie della Crisi Morale di un mercato senza regole e senza ritegno che oltre a distruggere se stesso, ha distrutto anche milioni di famiglie.

 

Per carità: la Questione Morale è un fenomeno che, con nomi diversi, ha afflitto tutte le società dall’inizio dei tempi (ne parlavano i tragediografi greci e ne parlava Cicerone).

 

Ma in Italia soprattutto, dove il problema non è mai stato veramente affrontato, succede che quel vuoto politico lasciato scoperto a sinistra, viene adesso occupato dal signor Fini, che sventola la bandiera della questione morale e si candida a rappresentare i cittadini onesti e i politici “intransigenti”, salvo poi smentire se stesso attraverso la sua esperienza politica degli ultimi quindici anni.

 

È vero che già ai tempi di Berlinguer, il gruppo dirigente del Pci fu tutt’altro che entusiasta del tentativo del segretario di fare della “differenza morale” l’elemento più riconoscibile dell’identità del partito (e non dall’81, come molti pensano, ma già dal ’74, quando indicava la via maestra per moralizzare la vita pubblica italiana). Ma questa non è una scusa, è semmai un’aggravante: per i suoi presunti eredi, che si sono dimostrati meri successori temporali, e per tutti quelli che ancora oggi insistono a dire che c’è ben altro di cui occuparsi.

 

Fingendo di non capire (o forse non capiscono davvero) che la Questione Morale, se davvero affrontata, affronta e risolve anche tutti quei problemi legati all’ingiustizia sociale e al malessere collettivo che minacciano l’integrità dello Stato e della società civile. A favore dei soliti potenti.

 

A tal proposito, l’economista Susan Rose-Akerman coniò negli anni ’60 il termine “economia della corruzione” per indicare quell’elemento degenerativo presente, in forma più o meno diffusa, in tutte le democrazie rappresentative: esiste sempre infatti un fisiologico elemento corruttivo che permette al sistema di andare avanti, ma più di tanto non lo logora; i corrotti si scovano e si mettono in galera, e la democrazia è salva.

 

In Italia, però, dove la corruzione non è più fisiologica, ma patologica, è a rischio la stessa tenuta delle istituzioni.

 

Perché, mentre sul fronte politico altera la competizione tra partiti, distorce gli equilibri tra i poteri dello Stato e fa carta straccia della Costituzione, sul fronte economico sovverte le regole del mercato e della libera concorrenza. Portando i cittadini all’esasperazione e pensando a improbabili “uomini della Provvidenza” che mettano fine una volta per tutte alla corruzione e risolvano i propri problemi. A discapito della libertà e della democrazia.

 

Perché come diceva Berlinguer:

 

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.




2 settembre 2010

"Io, il PSI e i soldi della P2"

Ogni tanto andare a rileggersi vecchi articoli di giornale e controllare gli archivi, serve. Eccome se serve. Così mi è capitato oggi di ritrovare un'intervista a Fabrizio Cicchitto datata 19 novembre 1993, pubblicata sulla Stampa, a firma di (indovinate un po') Augusto Minzolini.

Siamo in piena Tangentopoli e il Psi di Craxi si sta politicamente disgregando. A detta dello stesso Cicchitto, lui, che in quegli anni era deputato socialista, ha difeso sin da subito il suo segretario, tanto che tutti ricordiamo i quotidiani strali contro il giustizialismo e Di Pietro dell'attuale capogruppo alla Camera del PDL.

Ebbene, Cicchitto, già affiliato alla P2, non è sempre stato un campione del garantismo, se è vero che 17 anni fa dichiarava in quest'intervista che Craxi e Martelli, attraverso i milioni di dollari piduisti affluiti sul "Conto Protezione", si comprarono il Psi. Ecco l'intervista, che trovate sull'archivio della Stampa a questo link: http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=1173516

Anche lui, evidentemente, ha cambiato idea. O ha perso la memoria. Due cose fin troppo frequenti nell'Italia berlusconiana di oggi.




11 luglio 2010

Giorgio Ambrosoli, eroe borghese

Quella sera di luglio di 31 anni fa. Un anonimo portone di Milano, uno dei tanti. Un uomo sta rincasando, viene avvicinato da un altro. "E' lei Giorgio Ambrosoli?" "Sì", risponde quell'altro, ignaro di trovarsi di fronte al suo assassino, che prima di espoldere quattro colpi di pistola, una Magnum 357, gli dice sottovoce: "Mi Dispiace."

William Joseph Aricò, il killer della mafia americana pagato da Sindona, in quel "mi dispiace" ha forse espresso più rispetto e stima delle istituzioni italiane, quelle stesse istituzioni che lo abbandonarono e che non presenziarono al suo funerale (tranne la Banca D'Italia, guidata allora da Ciampi e per cui lavorava).

Giorgio Ambrosoli era un avvocato cattolico e conservatore, addirittura monarchico. Non era un comunista, quindi, come lo definì spregiativamente il mandante del suo omicidio.

 

Nominato liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona, nel 1975 si scontrò con gli amici piduisti, mafiosi e andreottiani del bancarottiere. Intuito il pericolo, Ambrosoli scrive alla moglie Annalori una lettera che sarà ritrovata nel cassetto anni dopo:

 

Anna carissima, è il 25 febbraio 1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della Banca Privata Italiana, atto che ovviamente non soddisferà molti. È indubbio che pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto, perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese… a 40 anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo e ho sempre operato (ne ho la piena coscienza) solo nell’interesse del Paese, creandomi ovviamente solo nemici… qualunque cosa succeda, comunque, tu sai cosa devi fare… Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori… e dei loro doveri verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.”

 

Quattro anni e mezzo dopo Ambrosoli veniva ammazzato nell'indifferenza generale. Michele Sindona, mandante dell’omicidio, non ha ricavato nulla dalla sua morte, se non la propria morte, archiviata d’ufficio come suicidio. Uno che, anticipatore dei tempi, parlava di strani teoremi e complotti di toghe rosse e avvocati comunisti, pronti a prendere il potere infangando il buon nome del salotto buono. Che poi ad inizio anni '90 si è scoperto che tanto buono, in fin dei conti, non era.

Lo ricordo oggi, quando viene alla luce la nuova P2, che favorisce sempre gli stessi, più qualche altro amico. Nulla sembra essere cambiato da allora. Invece sì: siamo sempre più soli, perchè i grandi vecchi sono morti. E anche noi, a ben vedere, non ci sentiamo fin troppo bene.




21 maggio 2010

La Questione Morale - Istruzioni per l'uso

Assemblea Nazionale del PD. Parola più nominata: la Questione Morale. Bene o male tutti a riprendere quello che ha detto Berlinguer 30 anni fa. Addirittura Veltroni chiude la sua intervista a Luca Telese a pagina 7 de "Il Fatto Quotidiano" con queste parole:

"La Questione Morale è la questione di oggi. Deve essere una discriminante. Per tutti."

Se si confrontano i 16 mesi della segreteria di Veltroni con tutta l'intervista, che ha toni e accenti da leader progressista e di sinistra, oltrechè con "Noi" e altre uscite, ci si chiede perchè tutte queste cose non siano state dette e messe per iscritto in ogni sezione (pardon, circolo) del PD veltroniano. Se così fosse stato, sicuramente oggi Veltroni sarebbe ancora al suo posto, perchè il logoramento (a parte i civettamenti con Berlusconi sulle riforme, gli errori di non abbracciare i movimenti e altre tegole che si è tirato da solo in testa) era finito con il Circo Massimo ed è ripreso nemmeno un mese dopo quando scoppiò quella che ovunque sulle reti e le edicole unificate è passata per la "Tangentopoli Rossa" o, per dirla con l'Espresso, "Compagni SPA".

Quando fondavo questo blog credevo fermamente nel Partito Democratico. Avevo votato con convinzione qualche mese prima la mozione Fassino, pensavo veramente che si potesse fondare un partito nuovo, con salde radici anche perchè il mio segretario proclamava che “oggi democratico significa progressista, riformista e di sinistra” (con particolare accento sull’ultima parola) e chiudeva i lavori del IV Congresso in questo modo: “alla fine tutti ci reincontreremo. Attenzione dire semplicemente ci 'reincontreremo' non può essere un alibi consolatorio, abbiamo un dovere in più: crediamo nel Partito democratico e, quindi, abbiamo il dovere di costruirlo in modo tale che anche chi ha deciso di non entrarci oggi possa venire domani e possa venire senza doverci spiegare perchè ha deciso di tornare. Ci basta che venga e venga con noi.

Sono passati due anni e mezzo, eppure non solo non ci siamo re-incontrati, ma i circoli si svuotano, gli elettori fuggono e c'è una rassegnazione generale (soprattutto nel sottoscritto) che non lascia presagire nulla di buono. Io stesso me ne sono andato, disgustato da quel che vedevo, da come venivo trattato per le mie posizioni sulla Questione Morale e Berlinguer e con il senno di poi non avrei mai votato per la fondazione del PD, se non altro per come il PD è stato gestito nella sua fase di fondazione: si è partiti dal tetto (il segretario), pensando che bastasse averne uno bello e nuovo per tenere in piedi la baracca.

Alla prima folata di vento, però, è venuto giù il tetto e la baracca è diventata una catapecchia abitata da fantasmi del passato e dalle solite diatribe interne. Che unite al fatto che dallo scandalo Unipol-BNL si continua a dire che la Questione Morale non è centrale, hanno portato alla disfatta attuale. Di cui sono responsabili TUTTI, chi più e chi meno.

Ora però tutti ripetono bene o male quello che il sottoscritto quell'8 luglio del 2007, quando aveva 18 anni, tante speranze e aspettative, scriveva nel primo post di questo blog: "Penso, tuttavia, che questo progetto, così come può diventare veramente un partito nuovo, può anche rimanere preda di quei comportamenti e di quelle tendenze negative che hanno animato la politica degli ultimi quindici anni: mi riferisco, cioè, alla Questione Morale, che un partito nuovo come il Partito Democratico deve recuperare, se vuole veramente dare prova del cambiamento e del rinnovamento di cui si dice portatore."

Recentemente avevo ripubblicato una nuova versione del Manifesto di Orgoglio Democratico redatto nel febbraio 2008, riproponendo di fatto le tesi originarie che avevo espresso in mesi di post, e da alcuni veltroniani mi sono beccato pure del marxista, del passatista (?) e del nostalgico. Ora seguitano a dire le stesse cose e mi chiedo se non meritino più un'analisi psichiatrica completa, che un'analisi politica della loro ennesima giravolta su se stessi.

Detto ciò, tutto questo riparlare di nuovo della Questione Morale mi sa tanto di opportunismo e di ipocrisia, anche perchè voglio veramente vedere se dalle parole si passerà ai fatti. E a parole sono bravi tutti e ben pochi danno seguito a quello che dicono, o almeno in passato non l'hanno fatto. Per questo faccio fatica a fidarmi: mi sono fidato troppo in passato e di troppa gente, per abbandonarmi a ritrovate sintonie e buon senso.

Per chi però volesse veramente affrontare la Questione Morale, occupandosene il sottoscritto da 3 anni, avendoci fatto una tesina di maturità sopra (voto conseguito: 100), avendo fondato un sito su Berlinguer dove continuo a svolgere un lavoro di ricerca e studio costante sul suo pensiero, voglio farvi leggere qualcosa dell'originale. (altro materiale lo trovate qui:
http://www.enricoberlinguer.it/databerlinguer/index.php?title=Categoria:La_Questione_Morale)

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Io non voglio tornare a insistere sulle cause politiche della crisi morale. Mi preme dire che tale crisi ci riconduce al problema politico di fondo; che la verità è che i malanni e i guasti più rilevanti – quelli del sottogoverno, del clientelismo, delle spartizioni di potere, delle confusioni tra potere politico e potere economico, dell’inceppamento dei meccanismi del controllo democratico, dell’abitudine all’impunità – sono il portato di una organizzazione del potere fondata per lungo tempo sulla discriminazione anticomunista, sul monopolio e il predominio della Democrazia Cristiana, sulla dichiarata impossibilità di una qualche alternativa a quel tipo di regime, sia nel periodo centrista sia in quello del centro-sinistra. Che da questo tipo di direzione politica e dal tipo di sviluppo economico siano derivati i processi degenerativi che hanno finito col coinvolgere la stessa Democrazia Cristiana, non mi par dubbio. Tuttavia, non si tratta di pronunciare sommarie condanne moralistiche. È certo però che siamo di fronte a un decadimento, a una perdita di autorità politica e morale dei gruppi dirigenti; e siamo di fronte al rischio che in qualche misura sia offuscato quel cardine della democrazia costituito dal sistema dei partiti, e quella conquista della Resistenza che fu la costruzione dei grandi partiti democratici di massa.

Per questo, l’esigenza della moralizzazione della nostra vita pubblica e di un recupero di valori, appare oggi così forte e ripropone quella svolta politica, quel ricambio e rinnovamento della classe dirigente per cui è essenziale il Partito Comunista.

Discorso in Parlamento,  febbraio 1976

 

[…] I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". 

 

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana 

È quello che io penso.

 

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

 

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

 

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo. 

 

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte.

 

È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane. […]

 

Noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ho detto che i partiti hanno degenerato, quale più quale meno, recando danni gravissimi allo Stato e a se stessi. Ebbene, il Partito comunista non li ha seguiti in questa degenerazione. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

 

 

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

 

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

 

Dall’Intervista a Eugenio Scalfari, “La Repubblica”, luglio 1981

 

Noi pensiamo che la questione morale – come noi la chiamiamo – non sia una pregiudiziale, nel senso che di tutte le altre questioni non si parli finchè la questione morale non viene risolta, ma certamente essa è una questione fondamentale, perché i partiti diano prova di sapersi rinnovare effettivamente in quello che oggi, secondo me, costituisce il punto centrale del loro rinnovamento: mettere fine alla confusione, alla commistione tra funzioni di partito e funzioni statali. Questo è il male da cui sono sorti tutti i fenomeni degenerativi nella vita pubblica e nella vita stessa dei partiti.

 

Da Tribuna Politica, dicembre 1981

 

 

 




18 maggio 2010

Tasse, svendite immobiliari e tagli: ci portano via anche le tasche

Non metteremo le mani nelle tasche degli Italiani.” Tremonti dixit, seguito a ruota da tutti gli esponenti della maggioranza e del governo. Del resto, non mentono: come si fa a mettere la mani in tasca a qualcuno, se gli si portano via pure le tasche?

 

La manovrina da 25 miliardi di euro, lacrime e sangue sempre per il popolo sovrano e mai per l’elite dominante, si appresta a perseguire sulla strada del “Taglia & Spendi” portato avanti sino ad adesso, privatizzando gli utili e statalizzando le perdite come al solito, ma con l’aggiunta che ora lor signori ci aumenteranno le tasse.

 

O meglio, non le aumentano, ma introducono nuovi parametri reddituali, come l'acquisto di mini-car, le iscrizioni a club e scuole esclusive, le spese per i viaggi all'estero, la stipula di polizze assicurative e le spese di ristrutturazione. Che può essere un’ottima cosa, ma che nell’ultimo caso porterà ad un’impennata dei pagamenti in nero, visto che non solo quelli limpidi e puliti costano il 20% di IVA in più, ma chissà quanto di tasse in più all’anno (come se uno non ne pagasse già troppe).

 

Non parliamo dei tagli, dalla scuola fino alla sanità, e nel caso specifico dei falsi disabili, il che significa che useranno i disonesti per giustificare altri tagli alle famiglie con disabili (quelli veri) a carico. E poi provano a farti indorare la pillola con l’annuncio di un 5% di riduzione dello stipendio di ministri e parlamentari, ovvero poco meno di 800 euro di detrazione su uno stipendio di 15.000 (sia mai che vengano ridotti alla fame).

 

Eppure, se le tasse vanno pagate in maniera proporzionale, anche i sacrifici e lo stringere la cinghia dovrebbero essere, a rigor di logica, proporzionali alla propria posizione sociale: per un anno a questa parte certi dipendenti infedeli dovrebbero lavorare gratis. Ma sta male avere dei deputati morti di fame (e del resto molti hanno una concezione della politica come ascensore sociale, quindi non c’è da stupirsi se si lamentino della precarietà del loro posto di lavoro).

 

Ma adesso veniamo alla ciliegina sulla torta, quella che come minimo avrebbe dovuto far salire sulle barricate l’opposizione tutta, ovvero il c.d. “federalismo demaniale”, ovvero la più grande speculazione edilizia e immobiliare della storia della Repubblica.

 

Mi spiego: il governo dice che i beni demaniali verranno trasferiti a regioni, province e comuni, in modo che questi ne facciano quello che vogliono. Una parte di questo patrimonio potrà essere venduto o “valorizzato” (che in genere significa dato in concessione ai privati), col patto che i proventi servano ad abbattere il debito pubblico: per l’85% quello dell’ente locale, per il 15% quello dello Stato. E fin qui, nulla da ridire, è federalismo, anche se sono un anti-federalista.

 

Se non fosse che nel Decreto legislativo sul federalismo demaniale che dovrebbe essere approvato domani dalla Bicamerale presieduta da Enrico La Loggia, all’articolo 2 comma 5 lettera b del decreto si citi l’articolo 58 della legge 133/2008 (la famigerata legge Tremonti, quella dei tagli). Il quale dice testualmente: “Per procedere al riordino, gestione e valorizzazione del patrimonio immobiliare di regioni, province, comuni e altri enti locali, ciascun ente individua … i singoli beni immobili ricadenti nel territorio di competenza, non strumentali all’esercizio delle proprie funzioni istituzionali, suscettibili di valorizzazione ovvero di dismissione. Viene così redatto il “Piano delle alienazioni e valorizzazioni” immobiliari”. E poi: “L’inserimento degli immobili nel piano ne determina la conseguente classificazione come patrimonio disponibile e ne dispone espressamente la destinazione urbanistica”.

 

In sostanza l’ente locale individua il bene da vendere, fissa il prezzo e varia la destinazione urbanistica originaria. Il problema è che il valore d’un immobile, dopo il cambio di destinazione d’uso, si moltiplica: accadrà quindi che i privati (i grandi gruppi immobiliari) si ritroveranno con un guadagno secco di svariati milioni di euro un minuto dopo il perfezionamento dell’acquisto. Fortuna che la svendita di stato dovrebbe servire ad abbattere il debito. 

 

Ma la cosa più interessante la si legge in merito al demanio agricolo, il cui cambio di destinazione porterà laddove c’era l’erba a costruire intere città, per la gioia dei palazzinari senza scrupoli che costruiscono blocchi di cemento per la gioia di distruggere il Paese.

 

Per il demanio idrico, invece, per chi avesse visto la puntata di Report al riguardo e fosse inorridito che multinazionali dell’acqua paghino una misera concessione allo Stato, adesso le stesse potranno direttamente comprarsi la fonte da enti locali collassati dai debiti (oppure da sindaci amici).

 

Ma come hanno fatto ad indebitarsi così tanto gli Enti Locali? Basta tornare indietro di 9 anni: la legge che consentì agli Enti Locali di indebitarsi a vita nel tunnel dei derivati è la n. 448 del 2001, art. 41, ovvero la prima finanziaria del secondo Governo Berlusconi. Firmata da Tremonti.

 

E quando si è creato il terzo debito pubblico del mondo che pesa come un macigno sull’economia italiana e sui cittadini? Negli anni ’80, in particolare sotto i due governi Craxi. Il grande statista portò infatti il debito pubblico da 400mila a 1 milione di miliardi di lire, mentre il rapporto debito-PIL balza dal 70 al 92%. Il resto dell’opera la completano i governi successivi fino ad Andreotti, quando il rapporto debito-PIL arriva al 120% e si sta sfasciando la Prima Repubblica, uccisa da una dose letale di tangenti, ma soprattutto dalla caduta del Muro di Berlino che tanta corruzione aveva legittimato.

 

E dire che basterebbe evitare condoni, scudi fiscali e quant’altro per favorire i soliti noti e recuperare quei 100 miliardi di evasione fiscale annui, senza contare i 60 miliardi bruciati dalla corruzione. Se proprio vi fa schifo la morale, guardate il portafoglio: preferite averlo pieno o vuoto?

 

Ma soprattutto: ci tenete ancora ad avere delle tasche?




7 aprile 2010

Io, se fossi Dio

Io se fossi Dio,
non sarei mica stato a risparmiare:
avrei fatto un uomo migliore.
Sì vabbe', lo ammetto
non mi è venuto tanto bene,
ed è per questo, per predicare il giusto,
che io
ogni tanto mando giù qualcuno,
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino
! […]

 

Io se fossi Dio,
maledirei davvero i giornalisti e specialmente... tutti.
Che certamente non son brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti, avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete:
avete ancora
la libertà di pensare,
ma quello non lo fate

e in cambio pretendete la libertà di scrivere,
e di fotografare. […]

 

Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente:
nel regno dei cieli non vorrei ministri
e gente di partito tra le palle,
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle!
E tutti quelli che fanno questo gioco,
che poi è
un gioco di forze, ributtante e contagioso
come la lebbra e il tifo
...
E tutti quelli che fanno questo gioco
c'hanno certe facce che a vederle fanno schifo,
che siano untuosi democristiani
o grigi compagni del piccì.
Sono nati proprio brutti o, per lo meno, tutti
finiscono così.
 
Io se fossi Dio,
dall'alto del mio trono
vedrei che la politica è un mestiere come un altro
e vorrei dire, mi pare a Platone,
che il politico è sempre meno filosofo
e sempre più coglione
;  
è un uomo tutto tondo
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo,
che scivola sulle parole
anche quando non sembra... o non lo vuole.
 
Compagno radicale,
la parola "compagno" non so chi te l'ha data,
ma in fondo ti sta bene,
tanto ormai è squalificata.
Compagno radicale,
cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino
ti muovi proprio bene in questo gran casino
e mentre da una parte si spara un po' a casaccio
e dall'altra si riempiono le galere
di gente che non c'entra un cazzo... […]
 
Compagni socialisti,
con le vostre spensierate alleanze
di destra, di sinistra, di centro,
coi vostri uomini aggiornati,
nuovi di fuori e vecchi di dentro!...
Compagni socialisti fatevi avanti
che questo è l'anno del garofano rosso e dei soli nascenti!
Fatevi avanti col mito del progresso
e con la vostra schifosa ambiguità!

Ringraziate la dilagante imbecillità! […]
 
Io se fossi Dio,
non avrei proprio più pazienza,
inventerei di nuovo una morale
e farei suonare le trombe per il Giudizio universale! […]

 
Ma come uomo, come sono e fui,
ho parlato di noi, comuni mortali:
quegli altri non li capisco, mi spavento,
non mi sembrano uguali.
Di loro posso dire solamente
che dalle masse sono riusciti ad ottenere
lo stupido pietismo per il carabiniere.
Di loro posso dire solamente
che
mi hanno tolto il gusto
di essere incazzato personalmente
.
Io come uomo posso dire solo ciò che sento,
cioè solo l'immagine del grande smarrimento. […]

 

Io se fossi Dio,
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio,
c'avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che
Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana
è il responsabile maggiore di trent'anni di cancrena italiana
. […]

 

Io se fossi Dio,
non mi interesserei di odio o di vendetta e neanche di perdono
perché
la lontananza è l'unica vendetta
è l'unico perdono
!

 

Giorgio Gaber (1980)




1 marzo 2010

Clima da Fine Repubblica

Quando moriva un sovrano toccava al cerimoniere darne il triste (ma non sempre) annuncio al popolo: “Il re è morto. Viva il Re!”

Chi stabilisce quando una Repubblica è ufficialmente morta? In Francia le prime quattro Repubbliche sono state intervallate da regimi totalitari, mentre il passaggio dalla quarta alla quinta è avvenuto più o meno come da noi per il passaggio dalla Prima alla Seconda: in Francia però il fenomeno corruzione non si pone più da tempo e la Quinta Repubblica dura da De Gaulle fino all’odierno Sarkozy, che è solo una pallida ombra del Berlusconi nostrano.

La Prima Repubblica Italiana si è spenta lentamente durante il processo Cusani, ammazzata da una dose letale di tangenti che ha portato alla distruzione totale dei partiti storici, i cui superstiti si sono rifugiati un po’ a destra, un po’ a sinistra, mentre attorno a Berlusconi e a Prodi si stavano raccogliendo le speranze degli Italiani e le aspettative delle new-entries del Parlamento.

Le vecchie volpi prima o poi finiscono sempre in pellicceria”, disse una volta Craxi di Andreotti, quando l’idillio governativo tra i due era ancora lontano: a ben vedere con le pellicce delle volpi della Prima Repubblica abbiamo rifoderato gli scranni parlamentari delle volpi della Seconda, ma la sinfonia politica, a 16 anni di distanza, è sempre la stessa, probabilmente suonata con strumenti diversi.

La Prima Repubblica è finita non per le rivolte sulle piazze, ma per gli avvisi di garanzia del tribunale: i rivoluzionari quella volta furono i magistrati, che a differenza dei sanculotti erano dotati di pantaloni lunghi, ma potevano contare sulla protezione della toga.

La Seconda Repubblica è ufficialmente morta con il suo falso bipolarismo, ammazzata da una dose letale di non-decisioni, di corruzione, di personalismi, ricatti, false promesse.

Negli ultimi mesi si è visto di tutto: da un governatore ricattato da carabinieri per le sue frequentazioni trans al capo della protezione civile indagato per corruzione e che (nella migliore delle ipotesi) si era circondato da gentaglia che lucrava sulle disgrazie altrui; il premier indagato per corruzione e non condannato per una valanga di leggi ad personam, che ha proceduto ad un’occupazione militare dei tg e ha formalmente abolito l’informazione politica a colpi di maggioranza; un parlamento pieno di inquisiti e condannati; un governo incapace di combattere le corruzione.

 

Le dimissioni di Di Girolamo, senatore “schiavo” dei clan, è il simbolo di un’era che finisce: era dai tempi di Mani Pulite che un senatore indagato per rapporti con la criminalità organizzata si dimette. Siamo tornato indietro di 18 anni, a dimostrazione che è cambiato tutto per non cambiare niente.

 

Anzi, una cosa è cambiata: il giro d’affari della corruzione, che dai 5 miliardi di euro del 1992 è passato ai 60 miliardi. Quanto basta per far correre ai ripari chi fino all’altro giorno definivo Anti-politico chi, come il sottoscritto, poneva al centro del dibattito la Questione Morale.

 

Non si capisce però la differenza tra Di Girolamo, indagato e su cui pende una richiesta di arresto per rapporti con la ‘ndrangheta, e Cosentino, indagato e su cui pende una richiesta di arresto per rapporti con la camorra; soprattutto, perché Cuffaro e Dell’Utri, addirittura condannati, non si dovrebbero dimettere, mentre Di Girolamo sì? Dove sono finiti tutti questi garantisti che fino all’altro ieri parlavano di uso politico della giustizia?

 

Il ddl anti-corruzione del governo è una farsa, ma di una cosa siamo contenti: significa che alla fine tanto anti-politici non eravamo noi che chiedevamo che i condannati stessero fuori dalla politica.

 

Chissà chi lo spiegherà a Bossi, condannato in via definitiva per la maxi-tangente Enimont, che Calderoli vuole cacciarlo dal Parlamento? E tutta la sequela di imbroglioni e di succhia soldi della macchina statale? Anche loro tutti via?

 

Siamo realistici, chi può credere a questo governo? Detto ciò, una domanda rimane sullo sfondo: quante Repubbliche dovranno collassare in Italia, prima che qualcuno si degni di affrontare una volta per tutte la Questione Morale?



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"Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata."
(Enrico Berlinguer)

"Credo che la libertà sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà."
"Alla fine il reato più grave diventa quello di chi racconta certe cose, anzichè chi le fa. La colpa non è dello specchio, ma di chi ci sta davanti."
(Enzo Biagi)

"L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che ho mai visto, per volgarità e bassezza. Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo. Gli italiani devono vedere chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Soltanto dopo saremo immuni."
(Indro Montanelli, 2001)


"Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti ed ai comunisti o filocomunisti pentiti. C'è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni."
(Vittorio Foa, 2006)

"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perchè lì è nata la nostra Costituzione."
(Piero Calamandrei)

"Quali garanzie offre questo Stato [...] per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro [...] l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito [...] in ogni città e in ogni villaggio è possibile compilare un lungo elenco di malversazioni, di casi di concussione e di abusi rimasti impuniti; i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi [...] perchè quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino."
(Leonardo Sciascia, 1979, intervista a Marcelle Padovani)

"Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza"
O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?
(Norberto Bobbio)

"Chi non conosce la verità è uno sciocco. Ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente"
(Bertold Brecht)


"Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola"
(Giovanni Falcone)
"Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe"
(Paolo Borsellino)

"Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'omicidio, ordinino un pubblico assassinio"
(Cesare Beccaria)