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Non scrivo praticamente più su questo blog. Mi sono dedicato completamente a www.enricoberlinguer.it e curo la rubrica "Il Rompiballe" su Qualcosa di Sinistra. Questo è il mio blog personale, che ho fondato quando avevo 18 anni e ci sono affezionato. Riflette le mie speranze di allora, su una nuova Sinistra, che recuperasse la lezione di Enrico Berlinguer sulla Questione Morale e sull'austerità e la saldasse con la questione della democrazia incompiuta del nostro Paese. 

Rileggendomi, a distanza di anni, sorrido della mia ingenuità di allora. Per fare buona politica, diceva Piero Calamandrei, c'è bisogno di persone oneste che facciano modestamente il proprio mestiere con passione, rigore e impegno morale. Perché sincerità e coerenza, che possono sembrare ingenuità, alla lunga sono l'unico buon affare.

Se mi seguivate allora e volete leggermi "quotidianamente", mi trovate su facebook o su twitter.

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"Change will not come if we wait for some other person or some other time. We are the ones we've been waiting for. We are the change that we seek."
(Il Cambiamento non arriverà se aspettiamo qualcun'altro o qualche altro momento. Noi siamo quelli che stavamo spettando. Siamo il Cambiamento che cerchiamo.)

(Barack Hussein Obama, 44° Presidente degli Stati Uniti d'America)

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7 dicembre 2010

Scene medievali

Gli affezionati si ricorderanno che due anni fa parlai dell'indecorosa sfilata di auto blu per la prima della Scala, durante la quale una folla di persone impedivano il passaggio a noi comuni mortali perché dovevano godersi lo spettacolo asserragliati alle transenne.

E si ricorderanno anche della risposta di una madre al figlio di 3-4 anni, il quale chiedeva conto della folla e del clamore: "E' gente a cui piace vedere altra gente che non fa nulla per guadagnarsi lo stipendio nella vita." Un'immagine talmente forte, che ancora oggi la ricordo perfettamente.

Così come ricordo, appunto, questa fiumana di gente asserragliata alle transenne che, come i mendicanti di epoca medievale intorno alle carrozze dei signori, ammiravano la loro maestosità e ricchezza, nella speranza di ricevere qualche soldo. La disperazione e l'ignoranza che portano all'umiliazione personale pur di sbarcare il lunario: sono cose che nel XXI secolo non dovrebbero accadere.

Se teniamo fede infatti alla definizione di Rousseau "La Democrazia esiste laddove non c'è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da vendersi". E da scene del genere ne deduciamo che sono bastati 20 anni di bombardamento mediatico a reti ed edicole unificate per spazzare via 2 secoli di lotte e conquiste sociali.

Ma rispetto a due anni fa qualcosa è cambiato. Se infatti le proteste erano relegate in un angolo remoto di piazza della Scala, rese innocue dalla folla adorante e dai poliziotti antisommossa, quest'anno non sono bastate né le transenne, né la folla adorante: gli studenti, i precari, quelli che la crisi la stanno pagando tutta, si sono presi la scena mediatica solitamente riservata a ministri, sottosegretari, alta borghesia e tutta quella pletora di signori mossi da quegli interessi economico-finanziari che hanno provocato la crisi, ma che non la sentono né la pagano.

Un buon segno, di riscossa etica e civile. Segno che forse qualcosa in questo Paese sta cambiando. Ed era anche ora.




5 settembre 2010

Fini.

Il nuovo partito fondato da Berlusconi in piazza San Babila? Comportarsi nel modo in cui sta facendo Berlusconi non ha niente a che fare con il teatrino della politica: significa essere alle comiche finali. Da queste mie parole, volutamente molto nette, voglio che sia a tutti chiaro che,  almeno per quel che riguarda il presidente di AN, non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi… Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio posizione. Se vuole fare il premier, deve fare i conti con me, che ho pure vent’anni di meno. Mica crederà di essere eterno… Lui a Palazzo Chigi non ci tornerà mai. Per farlo ha bisogno del mio voto, ma non lo avrà mai più. MAI. Si faccia appoggiare da Veltroni.” (Gianfranco Fini, 18 novembre 2007)

 

 

Condivido la proposta di Berlusconi di dare al popolo del 2 dicembre, al Popolo della Libertà, un’unica voce in Parlamento. È una pagina storica della politica italiana: il 13 aprile nascerà un nuovo grande soggetto politico ispirato ai valori del Partito popolare europeo e quindi alternativo alle sinistre. Mi auguro che gli amici dell’Udc vogliano scrivere questa importante pagina assieme a noi.” (Gianfranco Fini, 8 febbraio 2008)

 

 

Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui.”, diceva Ezra Pound, citato da Fini oggi alla fine del suo discorso di Mirabello. Appunto.

 

Milioni di elettori di sinistra avrebbero pagato miliardi in questi due anni per sentire quelli che hanno eletto a fare opposizione pronunciare anche solo un quarto delle cose dette da Fini sul governo.

 

Ma dalle parti del PD non è seccato solo l’Ulivo, ma tutto il giardino: e c’è ancora qualcuno che pensa di fare un buon raccolto quest’anno, portando le erbacce dei giardini altrui.

 

L’ultimo che esce, si ricordi di chiudere la porta e spegnere la luce.




5 luglio 2010

Palazzo Chigi? Un milione di euro al giorno

Come scopriamo da un'inchiesta portata avanti da Il Fatto Quotidiano (che già l'11 maggio, per primo, denunciò come sul tetto di Palazzo Chigi avessero costruito un barbecue presidenziale), Palazzo Chigi, alla faccia della crisi, ci costa ben 350 milioni di euro all'anno. (http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/04/silvio-contro-i-topi5-milioni-per-la-guerra/36112/)

Di questi, 200 milioni coprono gli stipendi per 4mila persone; 23 milioni vanno agli stipendi di premier, consulenti e sottosegretari; 12,1 milioni vanno via in affitto, riscaldamento e aria condizionata; 4,9 milioni di euro vengono spesi per la derattizzazione dei palazzi; 2,3 milioni di euro vengono spesi in telefonate (ma alice tutto incluso non la contemplano dalle parti del governo?)

Non parliamo delle spese folli dei sottosgretari e dei ministri senza portafoglio (che sono cioè la stessa cosa), con la Brambilla in testa che ha speso 8 milioni di euro per un sito internet sul turismo che non guarda nessuno.

Insomma, oggi hanno certificato che il 50% della ricchezza è concentrata nel 10% degli italiani. La crisi, questo è certo, non la pagheranno loro. E spero che dopo il caso Brancher, qualche italiano si sia ben stufato di avere un governo al servizio dei più forti e dei più arroganti!




14 giugno 2010

Questa Crisi non ci ha insegnato nulla

Rieccoli. Li attendevamo al varco i neo-liberisti senza scrupoli che hanno provocato la più grande crisi degli ultimi 80 anni, scaricandone le conseguenze sugli Stati e quindi sui cittadini. In particolare in Italia, dove è in voga il taglia & spendi, ma anche dove si statalizzano le perdite e si privatizzano gli utili.

Mentre negli USA Obama, dopo aver realizzato in un anno la più grande riforma sociale degli ultimi 100 anni, mette mano alla riforma di Wall Street, mettendo fine ad anni di deregulation che ci hanno portati dove siamo ora, qui in Italia arriva tal Tremonti, quello che con la Finanziaria del 2001 ha aperto la strada all'indebitamento coi derivati degli enti locali e che ha negato la crisi fino a due mesi fa, che addirittura dice che troppe regole bloccano l'economia italiana.

Non so che Paese veda Tremonti, ma sicuramente non è quello reale: ciò che blocca l'economia italiana è l'assenza di concorrenza e meritocrazia dovuta principalmente a tre tasse immorali, che portano il nome di malavita organizzata (250 miliardi di euro), corruzione (60 miliardi) ed evasione fiscale (150 miliardi), oltrechè ad un malcostume tutto italiano per cui si va avanti solo per cooptazione e hai successo solo se sei il più zelante tra i servi del padrone.

E non è vero che non c'è più il conflitto tra lavoro e capitale: c'è eccome. E ci sarà sempre, finchè in questo Paese non si metterà mano ad una profonda riforma sociale, politica, ma soprattutto culturale per cui il figlio dell'operaio non sta scritto da nessuna parte che farà l'operaio, ma può ambire a fare l'architetto, l'ingegnere, l'economista e, perchè no, anche il Presidente del Consiglio. E questo non mettendosi al servizio di questo o quel barone all'università o non dovendo passare per gli ordini professionali, ma semplicemente con le sue opportunità. Finchè non ci sarà l'uguaglianza delle condizioni di partenza, la lotta di classe non finirà mai.

Negarlo oggi è semplicemente da idioti, anche perchè i conflitti tra masse di diseredati e oligarchie plutocratiche c'è sempre stato: in mezzo c'è sempre quella classe media che paga sempre il conto, anche se rappresenta la vera ossatura di questo Paese (e la prova è quella rete di piccole medie imprese che nonostante tutto resistono alla crisi, senza passare dallo Stato a reclamare denari come fa la Fiat da oltre un secolo).

Ancora più inaccettabile di far pagare la crisi sempre ai soliti (ovvero ai lavoratori e alle famiglie) è quello di spazzare via un secolo di conquiste sociali con la scusa che non ce le possiamo più permettere (come per il welfare state) o che è l'unico modo di rilanciare l'attività economica di questo Paese. L'ennesima balla, ma devo concedere a Tremonti e alla sua combriccola di essere per lo meno creativi, cosa che a Sinistra non sono: la distruzione dell'art.18 la chiamano libertà di assumere, la modifica dell'art.41 in base al principio che l'impresa può fare tutto entro i limiti della legge (come se non sapessimo che le leggi in questo Paese o sono ad personam o sono ad aziendam), il ricatto Fiat di aumentare la produzione in cambio di diritti sindacali nulli.

Altro che pugili suonati in fondo al ring: questi non solo menano, ma menano anche forte. E Bersani dov'è? E chi lo sa. Sta di fatto che è pericoloso e quanto meno preoccupante che la platea CISL abbia applaudito Tremonti con convinzione e che in pezzi di centrosinistra addirittura si vedano con favore queste strampalate idee neoliberiste che ci porteranno in un altro tunnel senza luce.

Come direbbe Gaber, c'è da temere non di Berlusconi in sè, ma del Berlusconi in noi. Anzi, più in loro che sono classe dirigente, che in noi: perchè è risaputo che della nostra opinione non gliene frega niente a nessuno.




7 giugno 2010

Il colpevole non è lo Stato Sociale

"In Italia si è passati in pochi giorni dall’allegro diniego della crisi a un vero e proprio allarmismo. Eppure il governo italiano ha di nuovo perso l’occasione di usare la Finanziaria per aumentare gli incentivi e stimolare la produttività."

(The Economist, 29 maggio)

 

Basterebbero queste poche righe qui sopra per spazzare via in maniera definitiva le balle a cui ci hanno costretto le reti e le edicole unificate di casa nostra nell’ultima settimana, con Tremonti impegnato a sgambettare da un talk show all’altro per convincere gli Italiani che quei 24 miliardi che prenderà dalle loro tasche li andrà invece a prendere sulla luna.

 

Della manovra oramai sappiamo abbastanza: maschera con due o tre sforbiciatine ai privilegi della classe politica la più pesante e iniqua finanziaria degli ultimi 30 anni (se non di più). E in tutto ciò, adesso vorrebbero farci credere che è tutta colpa dello Stato Sociale (ovvero scuola, università, ricerca, sanità, ammortizzatori sociali, pensioni etc. pubblici), come se la più grande crisi economica degli ultimi 80 anni fosse un prodotto non del liberismo sfrenato, immorale e senza regole, ma delle conquiste sociali di più di un secolo di lotte.

 

Nel Paese della memoria corta, l’uomo solo al (tele)comando viene ad impartirci lezioni di risparmio e di buon costume, affermando che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, quando in realtà gli unici ad aver vissuto per più di 30 anni al di sopra delle nostre possibilità sono proprio quei capitalisti con le pezze al culo che facevano dell’affarismo, della commistione tra pubblico privato, politica ed economia (leggi conflitto di interessi, tangentopoli, questione morale) la propria ragione di vita.

 

Se fosse vero che saremmo stati noi Italiani a vivere al di sopra delle nostre possibilità, allora non si spiegherebbe perché mai abbiamo il debito privato più basso d’Europa, ma il terzo debito pubblico al mondo (debito che si è creato negli anni della gestione craxiana dello Stato). Tant’è che il nostro rapporto deficit/PIL al 5,2% (dato al di sotto della media UE), che tiene lontano (per ora) gli speculatori finanziari è il prodotto del virtuosismo dell’italiano risparmiatore, non certo del capitalista fedele alla massima “Statalizza le perdite, privatizza gli utili”.

 

Detto ciò, gli esperti del settore già ci annunciano che l’attuale manovra lacrime e sangue non basta: ce ne sarà sicuramente un’altra, e non per colpa degli speculatori, della Grecia, dell’UE o dei marziani. Ma semplicemente perché per mantenere gli impegni con l’Europa servono altri 20 miliardi nel prossimo biennio, che verranno presi ovviamente non dalle sanguisughe capitalistiche private della sanità, della scuola, della ricerca (giusto per fare degli esempi), ma dalle tasche di noi cittadini. O con altri tagli (che significa meno servizi sociali per tutti, quindi tasse indirette) o con nuove tasse (proporzionali, ma indecenti in un paese con la pressione fiscale ai massimi come il nostro).

 

Continuando ad occuparsi dei problemi personali del Presidente del Consiglio, gli investitori internazionali sono sempre più inquieti, perché ricevono solo parole, anziché misure concrete. In questo modo il valore dei Btp italiani continuerà a scendere nelle prossime settimane, ma la colpa ovviamente non sarà del governo, ma degli speculatori e dello Stato Sociale.

 

E qual è la cosa più ovvia che faranno? Aumenteranno le aliquote Iva, producendo un gettito di cassa immediato, passando a colpire i consumi, dopo aver tartassato i redditi.

 

Magra consolazione in un Paese che viene derubato di 150 miliardi di euro dall’evasione fiscale, 60 miliardi di euro dalla corruzione e cifre simili per tenere in vita i veri parassiti di stato.

 

E poi finisce che passiamo pure per catastrofisti.




24 maggio 2010

La Crisi Psicologica

La Crisi è psicologica. O meglio, lo era  fino a un mese fa, quando il nostro ministro dell’Economia, quello che oramai viene definito il genio della Finanza internazionale, assicurava che i conti erano a posto, che noi stavamo meglio degli altri, che se le cose andavano male era perché c’era la stampa di sinistra che remava contro, perché i dipendenti pubblici non compravano la macchina nuova, nonostante ben 5 euro di aumento al mese, che il debito c’era, ma non era così alto etc.

 

Panzane per due anni ci hanno raccontato, ma come diceva un tale Goebbels, sicuramente il genio della propaganda del secolo scorso, “a furia di dire una bugia, questa diventa una verità.” Difatti.

 

Finite le balle del giorno prima, arrivano quelle del giorno dopo, come “l’Europa ha vissuto al di sopra delle sue possibilità” (che detto da chi ha vissuto al di sopra delle nostre possibilità è il colmo), “l’Europa ci impone la manovra”, insomma, la Destra ha scoperto che esiste l’Europa.

 

Peccato che non sia lei a chiedere la manovra, ma i mercati finanziari, altrimenti il nostro rating va giù, nessuno ci compra più il debito e fallirà lo Stato. Noi stiamo un po’ meglio dei Greci semplicemente perché abbiamo un debito privato minore di quello degli altri paesi, ma abbiamo il terzo debito pubblico al mondo, un rapporto deficit/Pil del 5,2% e uno debito/Pil che va verso il 119%. Avere il rapporto deficit/Pil più basso della media europea ci ha consentito di evitare (per ora) la speculazione finanziaria internazionale che ci avrebbe ridotti come la Grecia.

 

Ma non si campa d’aria e Tremonti lo sa: il genio della finanza ha infatti ammesso davanti a 60 deputati (su 630) la manovra, nell’indifferenza dei media, e tutte le peggiori previsioni si sono avverate. Infatti dicono che non metteranno le mani nelle tasche degli Italiani: e dove pensano di prenderli 24 miliardi di euro? Ce li mette Silvio?

 

Il Taglio molto semplicemente è una tassa che colpisce tutti indiscriminatamente, ricchi e poveri, con l’unico risultato di provocare la macelleria sociale che in televisione continuano a dire che non ci sarà, ma invece ci sarà eccome. Addirittura, con la scusa di colpire i falsi disabili, colpiscono quelli veri, bloccano gli stipendi, le pensioni e per far indorare la pillola si riducono del 10% lo stipendio. E introducono un altro bel condono edilizio, alla faccia della legalità e soprattutto per la gioia dell’abusivismo in mano a mafia, camorra e ‘ndrangheta.

 

Nel 1996, quando il rapporto debito/Pil era pressappoco agli stessi livelli, Alberto Alesina, uno dei maggiori economisti italiani (professore ad Harvard), calcolò che se tutti gli italiani avessero pagato le tasse, il rapporto debito/Pil sarebbe stato la metà. Non solo, senza i livelli di corruzione di Tangentopoli, l’Italia avrebbe potuto verosimilmente produrre un terzo miracolo economico. Ora siamo a 12 volte i livelli di corruzione di Tangentopoli (60 miliardi di euro) e ad una cifra spaventosa di evasione (sui 100 miliardi, ma è calcolata per difetto).

 

L’amico Tremonti, quello del rosso capitale, quello che era contro i condoni e pure contro Berlusconi nel 1994, ci faccia un favore: o i soldi li prende dai suoi amici che ci hanno ridotto così o si dimetta. Fa più bella figura. Lui e il suo capo di governo.




1 aprile 2010

“La vostra sinistra non rappresenta i giovani e i deboli”

Vi propongo un'intervista del politologo Jonathan Hopkin, 43 anni, professore di politica comparata alla London School of Economics and Political Science, che mi pare abbia bene espresso alcuni concetti che, modestia a parte, il sottoscritto ripete invano da un paio d'anni, ma evidentemente non ha ancora l'autorevolezza necessaria. Più autorevole quindi del parere di un professore della più grande università europea di politica ed economia mi pare ci sia poco, ma si accettano commenti e valutazioni anche meno autorevoli e un po' più terra terra.

 

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IL POLITOLOGO HOPKIN: AFFINITÀ (POCHE) E DIVERGENZE (MOLTE) TRA IL NEW LABOUR INGLESE E I DEMOCRAT ITALIANI

 

di Andrea Valdambrini (Londra)

 

La sinistra italiana deve confrontarsi con i giovani, se vuole sbloccare un paese ormai fermo”. È la convinzione – quasi un appello – di Jonathan Hopkin, docente di Politica comparata sia alla London School of Economics che all’Hopkins Center di Bologna e anche per questo attento osservatore della realtà del nostro Paese. Con il voto delle Regionali italiane alle spalle, e quello politico e locale in Gran Bretagna (il prossimo 6 maggio) gli chiediamo come è cambiata la sinistra, quali sono i sui suoi errori, guardando dall’altra parte della Manica. Nell’unico paese europeo (Scandinavia esclusa) dove governa ininterrottamente dal ’97.   

 

 

Siamo diversi, professore. In Italia si ha l’impressione che il voto basato sull’appartenenza ad una classe sociale sia quasi scomparso. In Gran Bretagna invece?

   L’appartenenza di classe conta nel voto, ma molto meno di prima. Il Labour oggi riceve supporto dalla middle class, dagli ambienti universitari, dai dipendenti pubblici, non solo – e a volte non più – dalla working class, la sua base storica. I conservatori, forse più tradizionalmente, ricevono ampio supporto dai ceti agiati, dagli imprenditori. Sono le stesse classi sociali ad essere mutate nel corso degli anni, e in questo senso vedo un’analogia con l’Italia.

 

Eppure la classe operaia in Gran Bretagna è ancora una realtà ben identificabile. Quattordici anni di governi laburisti le hanno giovato?

    I dati sono controversi. La povertà è complessivamente diminuita ed è stata compiuta un’opera redistributiva negli anni di Blair e Brown. Tuttavia, puntando sulla crescita del settore finanziario, è aumentata la ricchezza dei più ricchi, e il divario sociale si è ampliato.

  

D’altronde il New Labour ha scelto di abbandonare la sua base elettorale storica, la working class. Per strategìa o per necessità?

    Negli anni ’90 Tony Blair e i suoi strateghi, i famosi o famigerati spin doctors, sono partiti da un assunto: le elezioni si vincono al centro. Chi vota laburista per motivi di appartenenza sociale continuerà a farlo, quindi bisogna andare alla conquista del voto non tradizionalmente di sinistra. In questo senso la linea era chiara, il Labour doveva abbandonare la working class, per una scelta strategica che coincideva con la necessità di portare la sinistra alla vittoria dopo il lungo ciclo conservatore Thatcher-Major. L’opzione ha portato al successo, ma con un costo. La classe lavoratrice bianca e britannica si sente abbandonata   dal partito che l’aveva rappresentata per quasi un secolo.

 

E ora…

    Ora in parte vota per il British National Party, una formazione estremista, razzista e neofascista. Il Bnp lancia un messaggio chiarissimo, raccogliendo lo scontento di chi non ama gli immigrati e finalmente può dirlo ad alta voce. Succede perfino a Dagenham, comune deindustrializzato dentro la cintura urbana londinese. É un fenomeno simile a quello per cui la Lega nord pesca anche nel voto operaio e di protesta.

  

A gennaio di quest’anno un’inchiesta   condotta dal British Social Attitude Survey ha rilevato che dopo 14 anni di governi laburisti, i britannici sono meno inclini ai valori della solidarietà. Non è una contraddizione?

   In effetti il thatcherismo ha favorito l’individualismo, ma il New Labour di Blair non ha fatto niente per contrastare la tendenza. Anzi, ha continuato ad esaltare l’iniziativa personale e la competizione piuttosto che i valori solidaristici cari alla vecchia sinistra. Contemporaneamente, tuttavia, ha operato secondo linee politiche che rafforzavano il ruolo dello stato attraverso la tassazione e gli aiuti ai meno abbienti. Insomma, la solidarietà è oggi meno importante nella testa delle persone, ma il governo ha attuato politiche redistributive.

  

La sinistra inglese ha predicato male ma razzolato bene. Quella italiana, invece?

   La sinistra in Italia si ritrova ormai sempre più spesso a difendere settori   di società già forti e privilegiati. La conseguenza più importante è che l’opposizione non riesce a organizzare una realtà frammentata, fatti di giovani precari senza diritti e di chi, in generale, non è protetto. Un’intera generazione non ha futuro, anche perché il sistema di corruzione, ampiamente diffuso, pesa come un macigno sullo sviluppo e sulla crescita economica. La politica, e la sinistra in particolare, dovrebbero cominciare ad occuparsi di chi ha 25 o 30 anni. Il vero grande problema del vostro paese è generazionale.




1 novembre 2009

Il Fallimento politico-economico della Destra di Governo

 Meno Tasse per Tutti”. Chi non si ricorda il fantasmagorico slogan della campagna elettorale per le elezioni politiche 2001 di Silvio Berlusconi? Con il suo faccione non ancora segnato dal lifting e la sua testa non ancora colpita dal trapianto di capelli, Silvio Berlusconi importava in Italia uno dei capisaldi della destra neo-liberista americana e del reaganismo degli anni ’80, quello dell’economia “supply side”, secondo cui abbassando le aliquote fiscali il gettito sarebbe aumentato (cosa che in realtà non ha mai avuto una conferma scientifica).

A dire il vero, la prima volta che il Cavaliere parlò di due aliquote uniche (una al 23 e l’altra al 33%) stile americano fu nel lontano 1994, ai tempi della prima discesa in campo. Quello che poi sarà il suo guru economico nei quindici anni successivi, ossia Giulio Tremonti, quel genio incompreso che già allora, secondo lui, aveva previsto la crisi, diceva in quei tempi: “Le promesse di Berlusconi? Miracolismo finanziario (…). La promessa di un’aliquota fiscale al 33%? Panzane. (…) Quell’idea fa pagare meno ai poverissimi e ai superricchi, ma penalizza proprio la classe media, l’uomo della strada.” (Corriere della Sera, 21 marzo 1994)

Incredibilmente, anche Tremonti in quell’occasione si rivelò una Cassandra, sebbene l’attuale Ministro dell’Economia appartenga ad un particolare tipo, quello che annuncia i disastri e poi mette la propria firma sotto di essi.

Di quelle ed altre promesse che nel 2001 facevano della Casa delle Libertà una fotocopia bonsai del reaganismo di vent’anni prima, non è rimasto nulla, se non i continui proclami dei diretti interessati che sono bravissimi a identificare i problemi, ma soprattutto le scuse per non averli risolti.

Come al solito, era tutto un imbroglio tenuto a galla dai professionisti della disinformazione al soldo di un premier oramai politicamente finito e che tira a campare più che può per sistemare quanto prima e meglio i propri problemi e non quelli del paese.

Nel quinquennio 2001-2006 non solo il Governo Berlusconi non ha mai rispettato i criteri neo-liberisti a cui diceva di ispirarsi, se non nella cosiddetta Finanza Creativa e nei derivati, responsabili dell’attuale crisi, ma anche il famoso Contratto con gli Italiani stipulato davanti al maggiordomo Vespa non venne rispettato, tanto che Berlusconi si preparava con aggressioni mediatiche alla seconda sconfitta elettorale contro Romano Prodi.

Per quanto riguarda la Crisi economica, questo Governo non sapeva come affrontarla ed è rimasto immobile, mentre la stampa di regime propagandava a reti ed edicole unificate che la recessione era frutto di atteggiamenti psicologici dannosi che reprimevano i consumi e che occorreva ottimismo, propensione alla spesa, che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Tutte balle, ovviamente, ma che furono adeguatamente introiettate nell’opinione pubblica con il manganello mediatico del Pdl, tanto da arrivare a proclamare un giorno sì e l’altro pure che “il peggio è alle spalle”. Peccato che i dati dell’economia reale e i milioni di potenziali disoccupati siano di parere opposto.

Sta di fatto che in 8 anni la Destra di Governo è passata da una cultura neo-liberista di mercato, dove la parola d’ordine era deregulation, allo statalismo neo-colbertista di Tremonti, con relativa metamorfosi di tutto l’impianto culturale di valori del centro-destra: già politicamente erano sovietici grazie all’acclamazione del capo, al culto della sua personalità e alla guerra agli equilibri costituzionali, ora lo sono pure in economia.

Della famosa exit strategy per uscire dalla crisi non si è più saputo nulla, sappiamo solo che per la terza volta in quindici anni la Destra ha disastrato i conti pubblici, che il deficit è balzato al 5% e che, nonostante i tagli al fulcro della ripresa come università e ricerca, la spesa pubblica è aumentata.

La replica a questo immobilismo dove regna l’assistenzialismo a banche e grandi imprese a scapito dei cittadini che pagano le tasse e della classe media è che questo governo avrebbe stanziato miliardi per gli ammortizzatori sociali: peccato che dalla Crisi non si esca con la cassa integrazione, ma con riforme di sistema. Riforme che non interessano questo governo, troppo impegnato a riformare lo Stato, la democrazia e la giustizia italiana in funzione della tutela degli interessi del premier e non della nazione.

Questo fallimento politico-economico della Destra di Governo non può essere però una gran soddisfazione da parte nostra per un semplicissimo motivo: sono stati buttati all’aria intere stagioni di sacrifici e sforzi collettivi degli onesti contribuenti italiani.

Si parla tanto di responsabilità civile dei magistrati: scusate, sarò io fatto male, ma penso sia preferibile quella penale dei governanti.




17 settembre 2009

Rosso Capitale

Sentir parlare Giulio Tremonti della crisi Finanziaria in quel modo così colto ed etico viene quasi voglia di dargli ragione: avevamo un genio in casa che aveva previsto l’attuale Crisi già nel 1995, e non ce ne siamo mai accorti.

Dopo aver fatto esplodere il debito pubblico per la terza volta in quindici anni, il super-ministro Cassandra ultimamente non fa altro che prendersela con i derivati, con le banche che li hanno creati e con l’evasione fiscale. Parole sante.

Se non fosse per il fatto che la legge che consentì agli Enti Locali di indebitarsi a vita nel tunnel dei derivati è la n. 448 del 2001, art. 41: la prima finanziaria del secondo Governo Berlusconi. Firmata da Tremonti.

Per quanto riguarda i paradisi fiscali, chi varò il 25 settembre 2001 il famoso “scudo fiscale” che consentiva agli esportatori di capitale e alle grandi organizzazioni criminali di rimpatriare i loro miliardi dai paradisi fiscali, in forma anonima e pagando solo il 2,5% allo Stato? Sempre Tremonti.

E chi è che oggi, con la scusa di battere cassa, ha varato un altro Scudo Fiscale, sempre in forma anonima, ma con una tassa del 5%? Sempre Tremonti. Curiose sono poi le cifre: il 62% dei depositi illegali all’estero rientrerebbero tutti in Lombardia, mentre il gettito totale stimato oscillerebbe tra i 3,5 ai 4,5 miliardi di euro. È di oggi, poi, la notizia che si vorrebbe addirittura escludere la possibilità per la magistratura di utilizzare l’adesione alla sanatoria come prova nei confronti che hanno procedimenti penali già in corsa, come la bancarotta o il falso bilancio (incredibile, esistono ancora reati del genere in Italia).

E mentre i conti vanno a rotoli e si taglia sempre di più al fulcro vitale della futura ripresa italiana (istruzione e ricerca), indovinate un po’ chi ha accettato i meccanismi di non tassazione delle stock options e delle operazioni in paradisi fiscali, che hanno provocato il crac Parmalat? Negli USA hanno dato 150 anni di carcere a Madoff per aver imbrogliato gli investitori, a Calisto Tanzi non solo la legge gli permette di rimanere a piede libero, ma si è messo su una fabbrica di dolci. Per non annoiarsi tra un procedimento e l’altro.

E indovinate chi, secondo la Kpmg e i giudici di Milano, nascondeva 64 società extrabilancio nei paradisi fiscali? Silvio Berlusconi, il capo di Tremonti. Lo stesso che all’ultimo convegno dei capi di governo europei tuonava assieme a Sarkozy: “Combatteremo l’evasione fiscale, i paradisi fiscali sono illegali”. Una cosa non da poco per l’imputato nel processo Mediaset per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita, con l’accusa di aver gonfiato i costi di film acquistati negli Usa facendoli fittiziamente passare da una società offshore all’altra. Ovviamente vale il principio di innocenza fino alla condanna, ma con il Lodo Alfano in vigore, non potremo mai sapere se il nostro premier è innocente e colpevole (e per il decoro della nostra Italia spero vivamente che sia innocente).

Intanto a New Haven, nel Connecticut, si è chiuso il processo ai manager dei colossi assicurativi Aig e General Re: accusati di frode, falso in bilancio e false comunicazioni all’autorità di Borsa, gli imputati rischiano l’ergastolo. In Italia, grazie alla Controriforma dei Reati Societari varata nel 2002 rischiano al massimo una prescrizione.

E chi era ministro dell’Economia nel 2002, ai tempi della Controriforma? Tremonti. Lo stesso che aveva previsto la crisi nel 1995 e che oggi se la prende con i derivati, le banche e l’evasione fiscale e invoca semafori, vigili e multe.

Che fa, ministro, concilia o fa ricorso?




7 settembre 2009

Il consumismo frugale

 La Grande Crisi è viva e si fa sentire, nonostante i proclami di Giulio Tremonti, che oggi si scopre essere stato una sorta di Cassandra già nel 1995: che peccato, lui stesso però, quando ne ha avuto la possibilità, ha incentivato la deregulation correndo appresso al neo-liberismo americano. Del resto, è sempre e solo una questione di coerenza.

Mi ha molto colpito un editoriale della columnist più celebre del “Wall Street Journal”, Peggy Noonan, di qualche tempo fa. A differenza del nostro Tremonti, la Noonan afferma che l’effetto di questa crisi globale e sistematica “è la scomparsa di un certo spirito, un modo di vedere la vita che è irrimediabilmente superato.”

Dal 1968 al 2008 i baby-boomer sono stati l’esercito di formiche che ha generato e goduto della Grande Abbondanza. Sono stati i primi ad arrivare in ufficio quarant’anni fa, e sono gli ultimi ad andarsene adesso. Ma si accorgono che quell’era che loro costruirono si è chiusa, qualcosa di nuovo sta cominciando, qualcosa di più sobrio, sottotono, e al tempo stesso misterioso. Le vecchie manifestazioni esteriori del successo (denaro, status, potere) non avranno più esattamente lo stesso appeal di prima.

Insomma, sta tornando di moda la frugalità. Anzi, l’Austerità, cosa che qualche anno fa avrebbe fatto sorridere l’americano medio abituato a pagare tutto a rate e con le fantomatiche “debit card”.

Dalle case in cui abitiamo alle vetrine dei negozi, tutto luccicherà di meno, si spenderà meno per l’apparenza. Ivi compresa l’apparenza umana. Saremo di nuovo autorizzati ad invecchiare. Ci saranno meno chirurgie plastiche, meno lifting estetici, meno Botox, meno capelli tinti o finti. Uomini e donne assomiglieranno un po’ di più a quelli di una volta, prima che iniziasse l’era della perfezione. Le persone di mezza età torneranno ad essere un po’ più molli e un po’ più spesse.

Altro fenomeno che mi ha molto colpito è quello delle Transition Town, a cui hanno aderito più di 150 comuni in tutto il mondo, concentrati soprattutto in America: non solo promuove l’alimentazione a base di prodotti locali e aiuta l’artigianato di prossimità, riducendo il ricorso al trasporto merci su lunghe distanze che è molto inquinante, ma si preoccupa anche di inventare una via gioiosa alla frugalità.

Anziché colpevolizzare il consumatore, nelle Transition Town si ricercano nuovi stili di vita più virtuosi: qualcosa che ricorda molto l’esperimento dei falansteri di Fourier, il socialista-utopista che, nel denunciare gli eccessi della rivoluzione industriale (prendendosela soprattutto con i banchieri), prospettava un “feudalesimo industriale” nel caso in cui non si fosse operato un cambiamento dal basso.

Insomma, si sta diffondendo una nuova forma di Austerità, quella del Consumismo Frugale, che senza ridurre drasticamente i consumi, ha riscoperto la bellezza del risparmio, usato per rimediare agli eccessi del passato. Eppure c’era qualcuno che il Consumismo Frugale lo aveva già teorizzato, sebbene lo avesse chiamato semplicemente “Austerità”: Enrico Berlinguer.

Con una capacità di previsione che oggi lascia basiti, Berlinguer non ha avuto solo ragione sulla Questione Morale, ma adesso anche sull’Austerità, da lui definita “un modo diverso del vivere sociale”.

Diceva Berlinguer al Convegno degli Intellettuali nel 1977:

L'austerità non è oggi un mero strumento di politica econo­mica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà tem­poranea, congiunturale, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. Questo è il modo con cui l'austerità viene concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici. Ma non è così per noi.

Per noi l'austerità è il mezzo per contra­stare alle radici e porre le basi del superamento di un siste­ma che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non con­giunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l'esaltazione di particolarismi e dell'in­dividualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato.

L'austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciu­to e pagato finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi si manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata.

Ecco in base a quale giudizio il movimento operaio può far sua la bandiera dell'austerità.

L'austerità è per i comunisti lotta effettiva contro il da­to esistente, contro l'andamento spontaneo delle cose, ed è, al tempo stesso, premessa, condizione materiale per avviare il cambiamento. Così concepita l'austerità diventa arma di lotta moderna e aggiornata sia contro i difensori dell'ordine economico e sociale esistente, sia contro coloro che la considerano come l'unica sistemazione possibile di una società destinata organicamente a rimanere arretrata, sottosviluppata e, per giunta, sempre più squilibrata, sempre più carica di ingiustizie, di contraddizioni, di disuguaglianze.

Lungi dall'essere, dunque, una concessione agli interessi dei gruppi dominanti o alle esigenze di sopravvivenza del ca­pitalismo, l'austerità può essere una scelta che ha un avanza­to concreto contenuto di classe, può e deve essere uno dei modi attraverso cui il movimento operaio si fa portatore di un modo diverso del vivere sociale, attraverso cui lotta per affermare, nelle condizioni di oggi, i suoi antichi e sempre validi ideali di liberazione. E infatti, io credo che nelle con­dizioni di oggi è impensabile lottare realmente ed efficace­mente per una società superiore, senza muovere dalla neces­sità imprescindibile dell'austerità.

Ma l'austerità, a seconda dei contenuti che ha e delle forze che ne governano l'attuazione, può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure co­me occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell' assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione dell'uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate.”

Ebbene, allora, come sulla Questione Morale, gli risero dietro: chi aveva ragione, invece? Addirittura negli USA, la culla del capitalismo di allora ed epicentro di questa crisi tutta basata sul guadagno di pochi e sulla sofferenza di molti, si stanno avviando verso questa moderna forma di Austerità, che ha riportato in auge pratiche dimenticate come il risparmio, unico strumento per porre rapidamente rimedio ad anni di eccessi.

Giulio Tremonti avrà pure previsto la crisi nel 1995, ma Enrico Berlinguer aveva la ricetta per prevenirla già nel 1977. E non aveva nemmeno la laurea.



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"Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata."
(Enrico Berlinguer)

"Credo che la libertà sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà."
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"L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che ho mai visto, per volgarità e bassezza. Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo. Gli italiani devono vedere chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Soltanto dopo saremo immuni."
(Indro Montanelli, 2001)


"Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti ed ai comunisti o filocomunisti pentiti. C'è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni."
(Vittorio Foa, 2006)

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(Piero Calamandrei)

"Quali garanzie offre questo Stato [...] per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro [...] l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito [...] in ogni città e in ogni villaggio è possibile compilare un lungo elenco di malversazioni, di casi di concussione e di abusi rimasti impuniti; i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi [...] perchè quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino."
(Leonardo Sciascia, 1979, intervista a Marcelle Padovani)

"Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza"
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