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Non scrivo praticamente più su questo blog. Mi sono dedicato completamente a www.enricoberlinguer.it e curo la rubrica "Il Rompiballe" su Qualcosa di Sinistra. Questo è il mio blog personale, che ho fondato quando avevo 18 anni e ci sono affezionato. Riflette le mie speranze di allora, su una nuova Sinistra, che recuperasse la lezione di Enrico Berlinguer sulla Questione Morale e sull'austerità e la saldasse con la questione della democrazia incompiuta del nostro Paese. 

Rileggendomi, a distanza di anni, sorrido della mia ingenuità di allora. Per fare buona politica, diceva Piero Calamandrei, c'è bisogno di persone oneste che facciano modestamente il proprio mestiere con passione, rigore e impegno morale. Perché sincerità e coerenza, che possono sembrare ingenuità, alla lunga sono l'unico buon affare.

Se mi seguivate allora e volete leggermi "quotidianamente", mi trovate su facebook o su twitter.

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"Change will not come if we wait for some other person or some other time. We are the ones we've been waiting for. We are the change that we seek."
(Il Cambiamento non arriverà se aspettiamo qualcun'altro o qualche altro momento. Noi siamo quelli che stavamo spettando. Siamo il Cambiamento che cerchiamo.)

(Barack Hussein Obama, 44° Presidente degli Stati Uniti d'America)

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19 febbraio 2011

L'eterna attualità della Questione Morale

Diciotto anni fa, quando Mani Pulite cominciava a muovere i primi passi, la corruzione aveva un giro di affari di 10.000 miliardi di lire (5 miliardi di euro) e produceva un indebitamento pubblico tra i 150.000 e i 250.000 miliardi di lire, più 15/25.000 miliardi di interessi passivi.

La fotografia di quel 1992 mostra un Paese sull’orlo della bancarotta, completamente fuori dai parametri di Maastricht: debito al 118% del PIL (anziché al 60); tasso di inflazione al 6,9% (invece del 3); deficit di bilancio all’11% (anziché al 3). Il 16 settembre passa alla storia come “il mercoledì nero” della lira, il cui valore negli scambi con le altre monete crolla a tal punto da costringerla ad uscire dal Sistema Monetario Europeo.

La conseguenza di tutto ciò, in termini economici, portò il Governo Amato a varare una Finanziaria lacrime e sangue da 30.000 miliardi di lire, che avviò le famose privatizzazioni e introdusse una valanga di tasse e balzelli vari che tutt’oggi gravano sulle tasche dei cittadini onesti che le tasse le pagano. Diciotto anni fa la crisi economica scardinò la Prima Repubblica e distrusse i grandi partiti di massa, portando sulla scena politica italiana homines novi che poi tanto novi non erano: ma ieri come oggi la crisi economica è figlia della Crisi Morale.

Continua a leggere su:

http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/?p=1431




7 dicembre 2010

Scene medievali

Gli affezionati si ricorderanno che due anni fa parlai dell'indecorosa sfilata di auto blu per la prima della Scala, durante la quale una folla di persone impedivano il passaggio a noi comuni mortali perché dovevano godersi lo spettacolo asserragliati alle transenne.

E si ricorderanno anche della risposta di una madre al figlio di 3-4 anni, il quale chiedeva conto della folla e del clamore: "E' gente a cui piace vedere altra gente che non fa nulla per guadagnarsi lo stipendio nella vita." Un'immagine talmente forte, che ancora oggi la ricordo perfettamente.

Così come ricordo, appunto, questa fiumana di gente asserragliata alle transenne che, come i mendicanti di epoca medievale intorno alle carrozze dei signori, ammiravano la loro maestosità e ricchezza, nella speranza di ricevere qualche soldo. La disperazione e l'ignoranza che portano all'umiliazione personale pur di sbarcare il lunario: sono cose che nel XXI secolo non dovrebbero accadere.

Se teniamo fede infatti alla definizione di Rousseau "La Democrazia esiste laddove non c'è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da vendersi". E da scene del genere ne deduciamo che sono bastati 20 anni di bombardamento mediatico a reti ed edicole unificate per spazzare via 2 secoli di lotte e conquiste sociali.

Ma rispetto a due anni fa qualcosa è cambiato. Se infatti le proteste erano relegate in un angolo remoto di piazza della Scala, rese innocue dalla folla adorante e dai poliziotti antisommossa, quest'anno non sono bastate né le transenne, né la folla adorante: gli studenti, i precari, quelli che la crisi la stanno pagando tutta, si sono presi la scena mediatica solitamente riservata a ministri, sottosegretari, alta borghesia e tutta quella pletora di signori mossi da quegli interessi economico-finanziari che hanno provocato la crisi, ma che non la sentono né la pagano.

Un buon segno, di riscossa etica e civile. Segno che forse qualcosa in questo Paese sta cambiando. Ed era anche ora.




9 settembre 2010

L’economia della corruzione

C’era una volta la Questione Morale. E c’è tutt’ora. C’era una volta il partito della Questione Morale, il PCI, che però non c’è più. E il vuoto di un partito che si preoccupi di stabilire un equilibrio tra morale e potere, che è l’elemento fondante di ogni democrazia, si fa sentire.

 

Soprattutto in tempi bui come questi dove la democrazia e le sue istituzioni vengono minate alla base attraverso inefficienze, sprechi e crisi economiche che si traducono in sacrifici per molti (anzi, i soliti, cioè i cittadini) e privilegi per pochi (i soliti, ovvero le classi dirigenti). Crisi economiche che poi sono figlie della Crisi Morale di un mercato senza regole e senza ritegno che oltre a distruggere se stesso, ha distrutto anche milioni di famiglie.

 

Per carità: la Questione Morale è un fenomeno che, con nomi diversi, ha afflitto tutte le società dall’inizio dei tempi (ne parlavano i tragediografi greci e ne parlava Cicerone).

 

Ma in Italia soprattutto, dove il problema non è mai stato veramente affrontato, succede che quel vuoto politico lasciato scoperto a sinistra, viene adesso occupato dal signor Fini, che sventola la bandiera della questione morale e si candida a rappresentare i cittadini onesti e i politici “intransigenti”, salvo poi smentire se stesso attraverso la sua esperienza politica degli ultimi quindici anni.

 

È vero che già ai tempi di Berlinguer, il gruppo dirigente del Pci fu tutt’altro che entusiasta del tentativo del segretario di fare della “differenza morale” l’elemento più riconoscibile dell’identità del partito (e non dall’81, come molti pensano, ma già dal ’74, quando indicava la via maestra per moralizzare la vita pubblica italiana). Ma questa non è una scusa, è semmai un’aggravante: per i suoi presunti eredi, che si sono dimostrati meri successori temporali, e per tutti quelli che ancora oggi insistono a dire che c’è ben altro di cui occuparsi.

 

Fingendo di non capire (o forse non capiscono davvero) che la Questione Morale, se davvero affrontata, affronta e risolve anche tutti quei problemi legati all’ingiustizia sociale e al malessere collettivo che minacciano l’integrità dello Stato e della società civile. A favore dei soliti potenti.

 

A tal proposito, l’economista Susan Rose-Akerman coniò negli anni ’60 il termine “economia della corruzione” per indicare quell’elemento degenerativo presente, in forma più o meno diffusa, in tutte le democrazie rappresentative: esiste sempre infatti un fisiologico elemento corruttivo che permette al sistema di andare avanti, ma più di tanto non lo logora; i corrotti si scovano e si mettono in galera, e la democrazia è salva.

 

In Italia, però, dove la corruzione non è più fisiologica, ma patologica, è a rischio la stessa tenuta delle istituzioni.

 

Perché, mentre sul fronte politico altera la competizione tra partiti, distorce gli equilibri tra i poteri dello Stato e fa carta straccia della Costituzione, sul fronte economico sovverte le regole del mercato e della libera concorrenza. Portando i cittadini all’esasperazione e pensando a improbabili “uomini della Provvidenza” che mettano fine una volta per tutte alla corruzione e risolvano i propri problemi. A discapito della libertà e della democrazia.

 

Perché come diceva Berlinguer:

 

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.




14 giugno 2010

Questa Crisi non ci ha insegnato nulla

Rieccoli. Li attendevamo al varco i neo-liberisti senza scrupoli che hanno provocato la più grande crisi degli ultimi 80 anni, scaricandone le conseguenze sugli Stati e quindi sui cittadini. In particolare in Italia, dove è in voga il taglia & spendi, ma anche dove si statalizzano le perdite e si privatizzano gli utili.

Mentre negli USA Obama, dopo aver realizzato in un anno la più grande riforma sociale degli ultimi 100 anni, mette mano alla riforma di Wall Street, mettendo fine ad anni di deregulation che ci hanno portati dove siamo ora, qui in Italia arriva tal Tremonti, quello che con la Finanziaria del 2001 ha aperto la strada all'indebitamento coi derivati degli enti locali e che ha negato la crisi fino a due mesi fa, che addirittura dice che troppe regole bloccano l'economia italiana.

Non so che Paese veda Tremonti, ma sicuramente non è quello reale: ciò che blocca l'economia italiana è l'assenza di concorrenza e meritocrazia dovuta principalmente a tre tasse immorali, che portano il nome di malavita organizzata (250 miliardi di euro), corruzione (60 miliardi) ed evasione fiscale (150 miliardi), oltrechè ad un malcostume tutto italiano per cui si va avanti solo per cooptazione e hai successo solo se sei il più zelante tra i servi del padrone.

E non è vero che non c'è più il conflitto tra lavoro e capitale: c'è eccome. E ci sarà sempre, finchè in questo Paese non si metterà mano ad una profonda riforma sociale, politica, ma soprattutto culturale per cui il figlio dell'operaio non sta scritto da nessuna parte che farà l'operaio, ma può ambire a fare l'architetto, l'ingegnere, l'economista e, perchè no, anche il Presidente del Consiglio. E questo non mettendosi al servizio di questo o quel barone all'università o non dovendo passare per gli ordini professionali, ma semplicemente con le sue opportunità. Finchè non ci sarà l'uguaglianza delle condizioni di partenza, la lotta di classe non finirà mai.

Negarlo oggi è semplicemente da idioti, anche perchè i conflitti tra masse di diseredati e oligarchie plutocratiche c'è sempre stato: in mezzo c'è sempre quella classe media che paga sempre il conto, anche se rappresenta la vera ossatura di questo Paese (e la prova è quella rete di piccole medie imprese che nonostante tutto resistono alla crisi, senza passare dallo Stato a reclamare denari come fa la Fiat da oltre un secolo).

Ancora più inaccettabile di far pagare la crisi sempre ai soliti (ovvero ai lavoratori e alle famiglie) è quello di spazzare via un secolo di conquiste sociali con la scusa che non ce le possiamo più permettere (come per il welfare state) o che è l'unico modo di rilanciare l'attività economica di questo Paese. L'ennesima balla, ma devo concedere a Tremonti e alla sua combriccola di essere per lo meno creativi, cosa che a Sinistra non sono: la distruzione dell'art.18 la chiamano libertà di assumere, la modifica dell'art.41 in base al principio che l'impresa può fare tutto entro i limiti della legge (come se non sapessimo che le leggi in questo Paese o sono ad personam o sono ad aziendam), il ricatto Fiat di aumentare la produzione in cambio di diritti sindacali nulli.

Altro che pugili suonati in fondo al ring: questi non solo menano, ma menano anche forte. E Bersani dov'è? E chi lo sa. Sta di fatto che è pericoloso e quanto meno preoccupante che la platea CISL abbia applaudito Tremonti con convinzione e che in pezzi di centrosinistra addirittura si vedano con favore queste strampalate idee neoliberiste che ci porteranno in un altro tunnel senza luce.

Come direbbe Gaber, c'è da temere non di Berlusconi in sè, ma del Berlusconi in noi. Anzi, più in loro che sono classe dirigente, che in noi: perchè è risaputo che della nostra opinione non gliene frega niente a nessuno.




24 maggio 2010

La Crisi Psicologica

La Crisi è psicologica. O meglio, lo era  fino a un mese fa, quando il nostro ministro dell’Economia, quello che oramai viene definito il genio della Finanza internazionale, assicurava che i conti erano a posto, che noi stavamo meglio degli altri, che se le cose andavano male era perché c’era la stampa di sinistra che remava contro, perché i dipendenti pubblici non compravano la macchina nuova, nonostante ben 5 euro di aumento al mese, che il debito c’era, ma non era così alto etc.

 

Panzane per due anni ci hanno raccontato, ma come diceva un tale Goebbels, sicuramente il genio della propaganda del secolo scorso, “a furia di dire una bugia, questa diventa una verità.” Difatti.

 

Finite le balle del giorno prima, arrivano quelle del giorno dopo, come “l’Europa ha vissuto al di sopra delle sue possibilità” (che detto da chi ha vissuto al di sopra delle nostre possibilità è il colmo), “l’Europa ci impone la manovra”, insomma, la Destra ha scoperto che esiste l’Europa.

 

Peccato che non sia lei a chiedere la manovra, ma i mercati finanziari, altrimenti il nostro rating va giù, nessuno ci compra più il debito e fallirà lo Stato. Noi stiamo un po’ meglio dei Greci semplicemente perché abbiamo un debito privato minore di quello degli altri paesi, ma abbiamo il terzo debito pubblico al mondo, un rapporto deficit/Pil del 5,2% e uno debito/Pil che va verso il 119%. Avere il rapporto deficit/Pil più basso della media europea ci ha consentito di evitare (per ora) la speculazione finanziaria internazionale che ci avrebbe ridotti come la Grecia.

 

Ma non si campa d’aria e Tremonti lo sa: il genio della finanza ha infatti ammesso davanti a 60 deputati (su 630) la manovra, nell’indifferenza dei media, e tutte le peggiori previsioni si sono avverate. Infatti dicono che non metteranno le mani nelle tasche degli Italiani: e dove pensano di prenderli 24 miliardi di euro? Ce li mette Silvio?

 

Il Taglio molto semplicemente è una tassa che colpisce tutti indiscriminatamente, ricchi e poveri, con l’unico risultato di provocare la macelleria sociale che in televisione continuano a dire che non ci sarà, ma invece ci sarà eccome. Addirittura, con la scusa di colpire i falsi disabili, colpiscono quelli veri, bloccano gli stipendi, le pensioni e per far indorare la pillola si riducono del 10% lo stipendio. E introducono un altro bel condono edilizio, alla faccia della legalità e soprattutto per la gioia dell’abusivismo in mano a mafia, camorra e ‘ndrangheta.

 

Nel 1996, quando il rapporto debito/Pil era pressappoco agli stessi livelli, Alberto Alesina, uno dei maggiori economisti italiani (professore ad Harvard), calcolò che se tutti gli italiani avessero pagato le tasse, il rapporto debito/Pil sarebbe stato la metà. Non solo, senza i livelli di corruzione di Tangentopoli, l’Italia avrebbe potuto verosimilmente produrre un terzo miracolo economico. Ora siamo a 12 volte i livelli di corruzione di Tangentopoli (60 miliardi di euro) e ad una cifra spaventosa di evasione (sui 100 miliardi, ma è calcolata per difetto).

 

L’amico Tremonti, quello del rosso capitale, quello che era contro i condoni e pure contro Berlusconi nel 1994, ci faccia un favore: o i soldi li prende dai suoi amici che ci hanno ridotto così o si dimetta. Fa più bella figura. Lui e il suo capo di governo.




31 gennaio 2010

Meno Tasse = Più Balle

Domani Silvio sarà in Israele a cercare di emulare l’epica impresa di Guido Bertolaso ad Haiti, che per l’ottimo disastro diplomatico compiuto ora otterrà anche la poltrona di ministro, ma, come si dice, ogni occasione è buona per fare propaganda elettorale: guarda caso, dopo giorni di balletti e smentite, Berlusconi ricomincia a dire che abbasserà le tasse. Quando? Ovviamente non ha specificato l’anno, ma siamo sicuri che l’abbassamento delle tasse, promesso fin dal 1994, ci sarà. Alle calende greche, ovviamente, ma non è il caso di fare le pulci ad un uomo che, come ha ribadito recentemente il suo ex-avvocato Taormina, è troppo impegnato a farsi le leggi che servono a lui.

 

Nel quinquennio 2001-2006 il Governo Berlusconi tagliò le tasse di mezzo punto, ma, limitando i finanziamenti a regioni e comuni, le ha aumentate complessivamente di due punti e mezzo. Non male per uno che va promettendo da sedici anni che porterà a solo due le aliquote fiscali (23 e 33%). Evita di dire che è impossibile, a meno di non provocare la bancarotta dello Stato, ma ci sono ancora schiere di devoti che credono ancora alle panzane che dice. E dire che basterebbe ascoltare il sommo Giulio (Tremonti ovviamente, non Andreotti), che nel 1994, interpellato sul caso, disse:

 

Le promesse di Berlusconi? Miracolismo finanziario (…). La promessa di un’aliquota fiscale al 33%? Panzane. (…) Quell’idea fa pagare meno ai poverissimi e ai superricchi, ma penalizza proprio la classe media, l’uomo della strada.” (Corriere della Sera, 21 marzo 1994)

 

E se lo dice Giulio, noi gli crediamo, visto che è il grande esperto di politica economica mai comparso sulla faccia di questa terra e che noi abbiamo la fortuna di avere come ministro. Lo stesso che in questi giorni ha cercato di far mettere il cuore in pace ai devoti di San Silvio sul fatto che le tasse fino al 2013 non caleranno nemmeno di uno zero virgola. E come potrebbero? Tremonti si indebita di 20 miliardi per far crescere artificiosamente il Pil dell’1%. (addirittura il programma elettorale del PDL è stato modificato in questi giorni).

 

All’abbassamento delle tasse, del resto, non ci credono più neppure quelli che l’hanno inventato, altrimenti non si spiegherebbero le seguenti dichiarazioni nel quinquennio 2001-2006:


Con buon senso e attenzione, nell'arco di 3/4 anni ridurremo la pressione fiscale dal 47 al 35%. E taglieremo del 20%, pari a 50mila miliardi, il prelievo legato all'Irpef. Le pensioni minime verrano aumentate considerevolmente: dalle attuali 750mila lire a oltre un milione (a Porta a Porta, 9 aprile 2001)

Tagli alle tasse, ma solo dal 2002 (Antonio Marzano, candidato al ministero delle Attività Produttive, 8 giugno 2001)


Meno Tasse dal 2003 (Silvio Berlusconi, il Messaggero, 5 maggio 2002)


Tasse più leggere nel 2004 (forum degli executive del Tesoro con Milano Finanza, 25 luglio 2002)

Appenderò Tremonti con un cappio alla quercia più grossa del mio giardino, se non tagliamo le tasse. Ma so che Tremonti ce la farà. (La Repubblica, 6 ottobre 2003)

(da quel che ci risulta, Tremonti le tasse non le ha abbassate, ma alla Quercia non è stato ancora impiccato)

Confermo, meno tasse entro il 2005 (La Stampa, 3 aprile 2004)


Rispettermo i patti: meno tasse entro il 2006 (Fini, 3 marzo 2004) 


Nel 2004 ridurremo Irpef e Irap di 6 miliardi, e nel 2005 di un secondo modulo di 6 miliardi. Ma ci saranno riduzioni anche nei 2 anni successivi. (4 settembre 2004)
N.B. Infatti la nuova finanziaria prevede: stangata sulla seconda casa con un aumento di 8 volte (dallo 0,25 al 2%) dell'imposta sui mutui e il raddoppio (dal 10 al 20%) dei moltiplicatori per l'imposta di registro. E nei 2 anni successivi potrebbe non governare più Berlusconi.


Nel 2006 cancelleremo l'Irap (agli industriali, 19 marzo 2005).

N.B. Non se ne saprà più nulla. Ma, in fatto di tasse, il premier non è proprio un intenditore. 

 

Ricordatevi anche che a Matrix era stata promessa la cancellazione del bollo auto a metà legislatura (ci siamo quasi, ma nessuno ne parla), l’abolizione delle province (che sono invece aumentate), la riduzione del debito pubblico (che nei prossimi 12 mesi supererà il valore di tutto il patrimonio immobiliare e non dello Stato).

 

Rialzati, Italia. Che tanto c’è Silvio che ti rimette in ginocchio.




1 novembre 2009

Il Fallimento politico-economico della Destra di Governo

 Meno Tasse per Tutti”. Chi non si ricorda il fantasmagorico slogan della campagna elettorale per le elezioni politiche 2001 di Silvio Berlusconi? Con il suo faccione non ancora segnato dal lifting e la sua testa non ancora colpita dal trapianto di capelli, Silvio Berlusconi importava in Italia uno dei capisaldi della destra neo-liberista americana e del reaganismo degli anni ’80, quello dell’economia “supply side”, secondo cui abbassando le aliquote fiscali il gettito sarebbe aumentato (cosa che in realtà non ha mai avuto una conferma scientifica).

A dire il vero, la prima volta che il Cavaliere parlò di due aliquote uniche (una al 23 e l’altra al 33%) stile americano fu nel lontano 1994, ai tempi della prima discesa in campo. Quello che poi sarà il suo guru economico nei quindici anni successivi, ossia Giulio Tremonti, quel genio incompreso che già allora, secondo lui, aveva previsto la crisi, diceva in quei tempi: “Le promesse di Berlusconi? Miracolismo finanziario (…). La promessa di un’aliquota fiscale al 33%? Panzane. (…) Quell’idea fa pagare meno ai poverissimi e ai superricchi, ma penalizza proprio la classe media, l’uomo della strada.” (Corriere della Sera, 21 marzo 1994)

Incredibilmente, anche Tremonti in quell’occasione si rivelò una Cassandra, sebbene l’attuale Ministro dell’Economia appartenga ad un particolare tipo, quello che annuncia i disastri e poi mette la propria firma sotto di essi.

Di quelle ed altre promesse che nel 2001 facevano della Casa delle Libertà una fotocopia bonsai del reaganismo di vent’anni prima, non è rimasto nulla, se non i continui proclami dei diretti interessati che sono bravissimi a identificare i problemi, ma soprattutto le scuse per non averli risolti.

Come al solito, era tutto un imbroglio tenuto a galla dai professionisti della disinformazione al soldo di un premier oramai politicamente finito e che tira a campare più che può per sistemare quanto prima e meglio i propri problemi e non quelli del paese.

Nel quinquennio 2001-2006 non solo il Governo Berlusconi non ha mai rispettato i criteri neo-liberisti a cui diceva di ispirarsi, se non nella cosiddetta Finanza Creativa e nei derivati, responsabili dell’attuale crisi, ma anche il famoso Contratto con gli Italiani stipulato davanti al maggiordomo Vespa non venne rispettato, tanto che Berlusconi si preparava con aggressioni mediatiche alla seconda sconfitta elettorale contro Romano Prodi.

Per quanto riguarda la Crisi economica, questo Governo non sapeva come affrontarla ed è rimasto immobile, mentre la stampa di regime propagandava a reti ed edicole unificate che la recessione era frutto di atteggiamenti psicologici dannosi che reprimevano i consumi e che occorreva ottimismo, propensione alla spesa, che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Tutte balle, ovviamente, ma che furono adeguatamente introiettate nell’opinione pubblica con il manganello mediatico del Pdl, tanto da arrivare a proclamare un giorno sì e l’altro pure che “il peggio è alle spalle”. Peccato che i dati dell’economia reale e i milioni di potenziali disoccupati siano di parere opposto.

Sta di fatto che in 8 anni la Destra di Governo è passata da una cultura neo-liberista di mercato, dove la parola d’ordine era deregulation, allo statalismo neo-colbertista di Tremonti, con relativa metamorfosi di tutto l’impianto culturale di valori del centro-destra: già politicamente erano sovietici grazie all’acclamazione del capo, al culto della sua personalità e alla guerra agli equilibri costituzionali, ora lo sono pure in economia.

Della famosa exit strategy per uscire dalla crisi non si è più saputo nulla, sappiamo solo che per la terza volta in quindici anni la Destra ha disastrato i conti pubblici, che il deficit è balzato al 5% e che, nonostante i tagli al fulcro della ripresa come università e ricerca, la spesa pubblica è aumentata.

La replica a questo immobilismo dove regna l’assistenzialismo a banche e grandi imprese a scapito dei cittadini che pagano le tasse e della classe media è che questo governo avrebbe stanziato miliardi per gli ammortizzatori sociali: peccato che dalla Crisi non si esca con la cassa integrazione, ma con riforme di sistema. Riforme che non interessano questo governo, troppo impegnato a riformare lo Stato, la democrazia e la giustizia italiana in funzione della tutela degli interessi del premier e non della nazione.

Questo fallimento politico-economico della Destra di Governo non può essere però una gran soddisfazione da parte nostra per un semplicissimo motivo: sono stati buttati all’aria intere stagioni di sacrifici e sforzi collettivi degli onesti contribuenti italiani.

Si parla tanto di responsabilità civile dei magistrati: scusate, sarò io fatto male, ma penso sia preferibile quella penale dei governanti.




19 ottobre 2009

Il Profeta Giulio

Sentir parlare Giulio Tremonti di precarietà del lavoro in quel modo così colto ed etico viene quasi voglia di dargli ragione. Chi può essere contrario, in effetti, al fatto che “la mobilità non sia di per sé un valore” o che “per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia”?

Dove fosse questo eminente profeta, che aveva già previsto la Crisi Finanziaria nel 1995, quando il Governo nel quale era ministro approvava la Legge 30, impropriamente detta Biagi, non si sa: sta di fatto che non si ricordano sue uscite pubbliche contro la precarietà mascherata con la flessibilità.

Così come per la crisi Finanziaria, Tremonti non guarda le responsabilità in casa propria, ma scarica sempre tutto sulla “globalizzazione”, che secondo questa Cassandra incompresa a livello internazionale, è l’origine di tutti i mali. Strano, perché quando era al Governo non faceva altro che inseguire i modelli neo-liberisti degli USA di Bush.

Anzi, quando nel 2001 nasce il Berlusconi II, Giulio sprizza ottimismo da tutte le parti: “Sono convinto che parta un ciclo positivo che vede l’Italia registrare un differenziale a suo favore rispetto agli altri Paesi dell’UE. Ho prospettato la possibilità che il Paese, nell’arco di alcuni anni, a partire da ora, raggiunga un ciclo positivo. Si tratta di una stagione che si avvicina, anche se non è un fatto istantaneo. Siamo in un’economia globale, ma l’Italia può crescere con un differenziale regionale positivo: un di più rispetto al di meno che c’è stato finora. Ho fatto una discussione con il governatore della Banca d’Italia su Sant’Agostino e i miracoli… (Ansa, 8 settembre 2001).

Tre giorni dopo la dichiarazione le Twin Towers subiscono il famoso attentato, facendo sprofondare nella depressione l’economia mondiale. Eppure Tremonti, fiducioso, non ci fa caso e annuncia un nuovo boom economico, anche grazie all’euro (che poi, insieme alle Torri, diventerà il leit motiv per giustificare il fallimento della sua attività da Ministro):

Ritengo che l’introduzione dell’euro possa favorire la prospettiva di un nuovo miracolo economico italiano. Del resto era impossibile prevedere quello che sarebbe successo l’11 settembre scorso, eppure in 6 mesi di attività il governo ha già modificato radicalmente la struttura economica del Paese. L’Italia, con l’avvio della ripresa, potrà essere ancora più competitiva, spinta appunto dalla fiducia della crescita.” (Ansa, 31 dicembre 2001).

Celebre è la sua contrarietà ai condoni, quando scriveva sul Corriere della Sera del 25 settembre 1991: “In Sudamerica il condono fiscale si fa dopo il golpe. In Italia lo si fa prima delle elezioni, ma mutando i fattori il prodotto non cambia: il condono è comunque una forma di prelievo fuorilegge. Per la massa enorme degli evasori le probabilità di essere verificati sono minime (lo dicono le Finanze), le conseguenti liti tributarie si possono tirare in lungo senza costo (lo dicono ancora le Finanze), infine i condoni sono cadenzati ogni decennio: ’73, ’82, ’91. Vuol dire che il rapporto fiscale si basa su questa pratica: farla franca, confusi tra milioni di evasori; farla lunga, coltivando con calma la lite; farla fuori, con poche lire di condono. In questo sistema smontato e rovesciato, a dettare legge sono proprio i fatti fuorilegge, l’evasione e la furbizia.”

Infatti, nei quindici anni in cui è stato Ministro tre volte, Tremonti ha varato una ventina di condoni e due scudi fiscali (i due differiscono solo per la percentuale, raddoppiata quest’anno al 5%). E si sa che fine hanno fatto le cartolarizzazione gestite dalla SCIP  
(http://espresso.repubblica.it/dettaglio/quante-crepe-a-casa-tremonti/2070368/10/0).

E indovinate un po’ chi è l’autore della legge n. 448 del 2001, art. 41 che consentì agli Enti Locali di indebitarsi a vita nel tunnel dei derivati? Sempre Tremonti.

E mentre i conti vanno a rotoli e si taglia sempre di più al fulcro vitale della futura ripresa italiana (istruzione e ricerca), indovinate un po’ chi ha accettato i meccanismi di non tassazione delle stock options e delle operazioni in paradisi fiscali, che hanno provocato il crac Parmalat?

E indovinate chi, secondo la Kpmg e i giudici di Milano, nascondeva 64 società extrabilancio nei paradisi fiscali? Silvio Berlusconi, il capo di Tremonti.

Intanto a New Haven, nel Connecticut, si è chiuso il processo ai manager dei colossi assicurativi Aig e General Re: accusati di frode, falso in bilancio e false comunicazioni all’autorità di Borsa, gli imputati rischiano l’ergastolo. In Italia, grazie alla Controriforma dei Reati Societari varata nel 2002 rischiano al massimo una prescrizione.

E chi era ministro dell’Economia nel 2002, ai tempi della Controriforma? Tremonti. Lo stesso che aveva previsto la crisi nel 1995 e che oggi se la prende con i derivati, le banche, l’evasione fiscale e addirittura con la precarietà che il suo governo ha introdotto con la Legge 30 (qualcuno dirà che c’era già la Legge Treu, ma al confronto della Legge 30 era il paradiso per i lavoratori).

Chiudiamola con Bersani: “Se Tremonti è a favore del posto fisso, chiamate il 118 perché c’è qualcosa che non va.




17 settembre 2009

Rosso Capitale

Sentir parlare Giulio Tremonti della crisi Finanziaria in quel modo così colto ed etico viene quasi voglia di dargli ragione: avevamo un genio in casa che aveva previsto l’attuale Crisi già nel 1995, e non ce ne siamo mai accorti.

Dopo aver fatto esplodere il debito pubblico per la terza volta in quindici anni, il super-ministro Cassandra ultimamente non fa altro che prendersela con i derivati, con le banche che li hanno creati e con l’evasione fiscale. Parole sante.

Se non fosse per il fatto che la legge che consentì agli Enti Locali di indebitarsi a vita nel tunnel dei derivati è la n. 448 del 2001, art. 41: la prima finanziaria del secondo Governo Berlusconi. Firmata da Tremonti.

Per quanto riguarda i paradisi fiscali, chi varò il 25 settembre 2001 il famoso “scudo fiscale” che consentiva agli esportatori di capitale e alle grandi organizzazioni criminali di rimpatriare i loro miliardi dai paradisi fiscali, in forma anonima e pagando solo il 2,5% allo Stato? Sempre Tremonti.

E chi è che oggi, con la scusa di battere cassa, ha varato un altro Scudo Fiscale, sempre in forma anonima, ma con una tassa del 5%? Sempre Tremonti. Curiose sono poi le cifre: il 62% dei depositi illegali all’estero rientrerebbero tutti in Lombardia, mentre il gettito totale stimato oscillerebbe tra i 3,5 ai 4,5 miliardi di euro. È di oggi, poi, la notizia che si vorrebbe addirittura escludere la possibilità per la magistratura di utilizzare l’adesione alla sanatoria come prova nei confronti che hanno procedimenti penali già in corsa, come la bancarotta o il falso bilancio (incredibile, esistono ancora reati del genere in Italia).

E mentre i conti vanno a rotoli e si taglia sempre di più al fulcro vitale della futura ripresa italiana (istruzione e ricerca), indovinate un po’ chi ha accettato i meccanismi di non tassazione delle stock options e delle operazioni in paradisi fiscali, che hanno provocato il crac Parmalat? Negli USA hanno dato 150 anni di carcere a Madoff per aver imbrogliato gli investitori, a Calisto Tanzi non solo la legge gli permette di rimanere a piede libero, ma si è messo su una fabbrica di dolci. Per non annoiarsi tra un procedimento e l’altro.

E indovinate chi, secondo la Kpmg e i giudici di Milano, nascondeva 64 società extrabilancio nei paradisi fiscali? Silvio Berlusconi, il capo di Tremonti. Lo stesso che all’ultimo convegno dei capi di governo europei tuonava assieme a Sarkozy: “Combatteremo l’evasione fiscale, i paradisi fiscali sono illegali”. Una cosa non da poco per l’imputato nel processo Mediaset per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita, con l’accusa di aver gonfiato i costi di film acquistati negli Usa facendoli fittiziamente passare da una società offshore all’altra. Ovviamente vale il principio di innocenza fino alla condanna, ma con il Lodo Alfano in vigore, non potremo mai sapere se il nostro premier è innocente e colpevole (e per il decoro della nostra Italia spero vivamente che sia innocente).

Intanto a New Haven, nel Connecticut, si è chiuso il processo ai manager dei colossi assicurativi Aig e General Re: accusati di frode, falso in bilancio e false comunicazioni all’autorità di Borsa, gli imputati rischiano l’ergastolo. In Italia, grazie alla Controriforma dei Reati Societari varata nel 2002 rischiano al massimo una prescrizione.

E chi era ministro dell’Economia nel 2002, ai tempi della Controriforma? Tremonti. Lo stesso che aveva previsto la crisi nel 1995 e che oggi se la prende con i derivati, le banche e l’evasione fiscale e invoca semafori, vigili e multe.

Che fa, ministro, concilia o fa ricorso?




24 giugno 2009

Il Miracolo Italiano

Sembrano passati millenni da quando Silvio Berlusconi proponeva il suo Contratto con gli Italiani, nel quale prometteva di diminuire le tasse al 33%, di creare un milione e mezzo di posti di lavoro e di ricreare il "miracolo italiano".

Ovviamente, non è riuscito a fare nulla, soprattutto perchè, come diceva Montanelli, Berlusconi non ha idee, ma solo interessi.
 
A furia di star dietro agli scandali sessuali del premier (fondamentali, per carità, visto che sui tg sono totalmente assenti), penso che qualcuno si sia dimenticato della crisi economica, e non l'opposizione, come strillano dalle parti di Capezzone e soci, bensì il Governo e la sua "coesa" maggioranza: riescono a parlare di tutto, tranne degli interessi del Paese.

L'Ocse ha previsto che il PIL italiano nel 2009 arriverà a -5,5% (ma il Premier ha detto, quando le previsioni erano più ottimistiche, che in fondo 3 anni fa non si stava così male), mentre la disoccupazione schizzerà al 10,2%.

Questo a fronte di una tassazione sul lavoro pari al 44% (la più alta d'Europa), un'evasione stimata intorno ai 100 miliardi di euro, mentre il debito pubblico italiano, ad aprile, ha sfiorato quota 1.750,4 miliardi di euro (pari a 3,3 milioni di miliardi delle vecchie lire!!!).

Ma non solo. In tutto questo clima da "Tutto Va Bene, Madama la Marchesa", dove ottimismo e menefreghismo convivono allegramente, nessuno dice che il Governo le mani nelle tasche degli Italiani continua a mettercele, dando con una mano e prendendo con l'altra: le tasse sono infatti aumentate dello 0.7%, arrivando al 43,5%, a fronte di un -5,4% per le entrate tributarie e -10,4% per l'Iva.

Senza contare che, con la revisione degli studi di settore, arriveranno altre batoste per i commercianti e gli artigiani, mentre i soliti noti evasori e frequentatori di paradisi fiscali verranno salvati dall'ennesimo scudo fiscale, che permetterà ai fuorilegge di mettersi a posto nel più totale anonimato.

Non parliamo poi dei 7 miliardi e 832 milioni di euro tagliati entro il 2012 all'Istruzione e alla Cultura (senza diminuire di un euro i trasferimenti alle scuole private, pari a 500 milioni di euro annui), di cui 2 miliardi già nel 2009.


Insomma, il Miracolo Italiano targato 2009 si può prefiggere un solo obiettivo: evitare di finire come l'Argentina. Anche se ci basterebbe semplicemente un Governo che non risolva tutti i problemi (o faccia finta di risolverli), ma che la smetta di difendere i potenti dai non potenti.



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"Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata."
(Enrico Berlinguer)

"Credo che la libertà sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà."
"Alla fine il reato più grave diventa quello di chi racconta certe cose, anzichè chi le fa. La colpa non è dello specchio, ma di chi ci sta davanti."
(Enzo Biagi)

"L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che ho mai visto, per volgarità e bassezza. Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo. Gli italiani devono vedere chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Soltanto dopo saremo immuni."
(Indro Montanelli, 2001)


"Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti ed ai comunisti o filocomunisti pentiti. C'è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni."
(Vittorio Foa, 2006)

"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perchè lì è nata la nostra Costituzione."
(Piero Calamandrei)

"Quali garanzie offre questo Stato [...] per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro [...] l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito [...] in ogni città e in ogni villaggio è possibile compilare un lungo elenco di malversazioni, di casi di concussione e di abusi rimasti impuniti; i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi [...] perchè quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino."
(Leonardo Sciascia, 1979, intervista a Marcelle Padovani)

"Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza"
O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?
(Norberto Bobbio)

"Chi non conosce la verità è uno sciocco. Ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente"
(Bertold Brecht)


"Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola"
(Giovanni Falcone)
"Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe"
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"Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'omicidio, ordinino un pubblico assassinio"
(Cesare Beccaria)