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Non scrivo praticamente più su questo blog. Mi sono dedicato completamente a www.enricoberlinguer.it e curo la rubrica "Il Rompiballe" su Qualcosa di Sinistra. Questo è il mio blog personale, che ho fondato quando avevo 18 anni e ci sono affezionato. Riflette le mie speranze di allora, su una nuova Sinistra, che recuperasse la lezione di Enrico Berlinguer sulla Questione Morale e sull'austerità e la saldasse con la questione della democrazia incompiuta del nostro Paese. 

Rileggendomi, a distanza di anni, sorrido della mia ingenuità di allora. Per fare buona politica, diceva Piero Calamandrei, c'è bisogno di persone oneste che facciano modestamente il proprio mestiere con passione, rigore e impegno morale. Perché sincerità e coerenza, che possono sembrare ingenuità, alla lunga sono l'unico buon affare.

Se mi seguivate allora e volete leggermi "quotidianamente", mi trovate su facebook o su twitter.

Profilo Facebook di Pierpaolo Farina


"Change will not come if we wait for some other person or some other time. We are the ones we've been waiting for. We are the change that we seek."
(Il Cambiamento non arriverà se aspettiamo qualcun'altro o qualche altro momento. Noi siamo quelli che stavamo spettando. Siamo il Cambiamento che cerchiamo.)

(Barack Hussein Obama, 44° Presidente degli Stati Uniti d'America)

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1 maggio 2013

Il Rompiballe - la rubrica di Pierpaolo Farina

La trovate a questo indirizzo

http://www.qualcosadisinistra.it/category/editoriali/pierpaolofarina/




24 gennaio 2013

Pierpaolo Farina: Cercando Enrico, strada per strada

di Nando dalla Chiesa, Storie Italiane, Il Fatto Quotidiano, 13/01/2013

A sinistra il web, a destra la discoteca. Un po' con l'accetta, ma sono queste le armi della gioventù che si butta nelle campagne elettorali. Il resto è muffa. Potete mai immaginare una campagna senza facebook, senza twitter, senza blog, senza la immensa forza di rimbalzo della rete? O, passando dall'altra parte, potete concepirne una senza la frenesia inebriante della discoteca, tubini neri e tacco 12, e le esplosioni vitalistiche alla faccia del grigiore della sinistra?

ECCO, PIERPAOLO Farina di anni ne ha 24 appena fatti, frequenta giovani e giovanissimi, ma nel suo Olimpo elettorale non troverete né l'effervescenza del web né l'adrenalina della disco-music. C'è soprattutto una cosa che gli mette i brividi. Un incitamento che arriva dai microfono di una piazza piena di gente, da un palco imbandierato, e che suona così: "Casa per casa, strada per strada". Lo usava Enrico Berlinguer, che forse l'aveva imparato da ragazzo nel suo Pci. E che lo usò senz'altro a Padova, tenendosi a fatica in piedi in quel drammatico 7 giugno del 1984. Altro che il web, altro che gli aperitivi, altro che lo sballo. Lì c'era davvero la bellezza della politica. Non bisogna stupirsi. Il padre di Pierpaolo, perito elettrotecnico morto quando lui aveva quattordici anni, aveva seguito la contestazione di Mario Capanna. La mamma, napoletana, è stata l'unica figlia comunista in una famiglia democristiana.

Sopracciglioni alla Ciampi, ma color carbone, Pierpaolo è un tipo particolare (o forse molto normale) di giovane di Sinistra. Polemico verso i partiti, ne trova ed elenca impietosamente i vizi e le magagne senza risparmiare nessuno. Aspro verso il Pd "senza ideali e troppo frequentato da chi si fa un baffo della questione morale", ma anche verso la demagogia di Grillo benché buon amico di qualche grillino. Deluso da Sel e diffidente verso la sinistra rifondarola e anche verso gli odierni arancioni. "Mi toccherà votare il meno peggio", dice sconsolato. Solo il mito dell'ultimo grande segretario comunista gli scalda politicamente il cuore. Per questo ha dato via a un sito dedicato a lui, www.enricoberlinguer.it, da cui si è poi staccato, come una costola, anche un blog di gruppo, www.qualcosadisinistra.it, in cui campeggia sempre la foto del leader amato.

Un sito che cura con amore certosino, animandolo di mille polemiche: una media mensile di diecimila visitatori al giorno, una certa abilità telematica, perché senza il web nemmeno questa sua passione per la vecchia e grande politica troverebbe cittadinanza nel villaggio globale. Nessuno però pensi ad uno sfaccendato.

Pierpaolo è un brillante studente universitario (corso magistrale in Scienze sociali), ammesso e tornato a razzo dalla London School, dopo averne scoperto l'allergia verso i portafogli leggeri. Curriculum pieno di lodi e passioni genuine fuori dai libri. Lo scorso 25 maggio, in occasione del novantesimo della nascita di Berlinguer, ha organizzato una serata in sua memoria nell'aula magna del "Parini", il liceo dove ha studiato. "Ho combattuto contro i dinieghi e i più classici bidoni di intellettuali e politici di rango, chissà mai chi si crede di essere questo ragazzino".

ALLA FINE PERO' obiettivo raggiunto: filmati e audio originali e aula gremita di giovani e adulti. Non solo, perché il pomeriggio si era goduto soddisfatto quello che è stato un po' il frutto della sua testardaggine: l'intitolazione al Segretario di una piazza di Milano. Aveva promosso lui la prima raccolta di firme. "Eravamo partiti nel giugno 2011, il giorno dell'insediamento della giunta Pisapia. Cinquemila firme in città e diecimila in provincia. Ci siamo imbattuti nella classica querelle perchè-berlinguer-sì-e-craxi-no, ma abbiamo mobilitato consensi e sostegni senza arretrare."

Fino a quel grande giorno. Quel pomeriggio centinaia e centinaia di persone si erano ritrovate intorno a Bianca, Maria e Laura Berlinguer e a Giuliano Pisapia per l'inaugurazione di una bella piazza nella zona 6 della città, accanto a un grande centro culturale. Era arrivato da Genova, fresco di elezione, anche il sindaco Marco Doria. E lui si era mescolato in mezzo a una folla festante e ignara che fosse lui l'ideatore di tutto.

Oggi sta raccogliendo anche gli scritti del segretario. Vuole leggere, vuole capire. Vuole far conoscere. Se la sorella Laura è dottore di ricerca in biotecnologie mediche alla bicocca, lui vuole studiare la storia politica. Ha fatto amicizia con l'autista del segretario, si sente anche con Bianca, lo chiamano e se lo contendono vecchi compagni orgogliosi che la loro epopea non sia affatto roba da solaio del socialismo. Che la loro nostalgia sia la stessa di un giovane dal futuro promettente.

Per loro, Pierpaolo, anni 24 ed energie rivoluzionarie, rappresenta quasi un elisir. In fondo restituisce un po' di giovinezza anche a chi, quando arrivavano le elezioni, si sentiva incitare "casa per casa, strada per strada". Sventolio di bandiere, il suono di "Bandiera Rossa" e poi si incominciava.




20 novembre 2012

La democrazia dell'applauso, da Craxi a Grillo

Articolo pubblicato su http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/2012/11/20/la-democrazia-dellapplauso-da-craxi-a-grillo/


È così che muore la libertà… sotto scroscianti applausi
(Padme Amidala, Star Wars – La Vendetta dei Sith)

Il 16 maggio 1984 su “La Stampa” apparve un articolo di Norberto Bobbio che stigmatizzava l’elezione congressuale di Bettino Craxi a Segretario generale del PSI per “acclamazione”, denunciandone il significato personalistico e autoritario, che sembrava reintrodurre sulla scena italiana il culto del “capo carismatico” e nel partito la pratica proprietaria del “padrone” al di sopra delle regole. Metteva in guardia dai rischi di una politica personalistica e spettacolare, che avrebbe finito per svuotare di significato la vita democratica dei partiti.

Scriveva Bobbio: “L’elezione per acclamazione non è democratica, è la più radicale antitesi dell’elezione democratica. È la maniera, che dopo Max Weber non dovrebbe avere più segreti, con cui i seguaci legittimano il capo carismatico; un capo che proprio per essere eletto per acclamazione non è responsabile davanti ai suoi elettori. L’acclamazione, in altre parole, non è un’elezione, è un’investitura. Il capo che ha ricevuto un’investitura, nel momento stesso che la riceve, è svincolato da ogni mandato e risponde soltanto di fronte a se stesso e alla sua emissione. Possibile che il congresso che ha compiuto un tale atto, e l’onorevole Craxi che l’ha accettato, non si siano resi conto dell’errore madornale che stavano compiendo, soprattutto nel momento in cui il partito socialista e il presidente del Consiglio che lo rappresenta sono accusati, a torto o a ragione, di tendenze autoritarie?

È questo uno dei motivi per cui Bobbio, insieme al meglio della tradizione socialista (Lombardi, Giolitti, Codignola, Enriquez, giusto per fare dei nomi), abbandonò il PSI di Craxi, che nella sua rovina finì per sacrificare l’intera tradizione socialista. Si è visto poi che molto dell’elettorato del leader socialista e numerosi dirigenti che a lui devono la carriera, si sono rifugiati in massa sotto le bandiere di Berlusconi, contribuendo alla nascita di una nuova destra che dal craxismo ha avuto molto da imparare.

Non è un caso, infatti, che Forza Italia sia nata con la benedizione di Craxi, prima che fuggisse in Tunisia e che Berlusconi sia stato per 16 anni l’unico leader politico ad aver riproposto la pratica autoritaria del “padrone del partito” e che sia stato sistematicamente eletto Presidente del partito per acclamazione (due volte, la prima nel 1994, la seconda nel 2009); e che in 15 anni di vita Forza Italia abbia avuto solo due congressi, quello di fondazione e quello di scioglimento.

La pratica proprietaria del “padrone” al di sopra delle regole è stata, però, efficientemente esportata anche a Sinistra, a cominciare dal partito di Antonio Di Pietro, caduto in disgrazia oggi proprio per questo.

Con una crescente personalizzazione e spettacolarizzazione della politica, intrisa dei valori tipicamente berlusconiani che a Sinistra si è ben guardati dall’allontanare negli ultimi 20 anni, anzi, si sono gradualmente fatti propri (ce li ricordiamo ancora i kit in stile Forza Italia della campagna elettorale di Veltroni nel 2008), il Partito, quello che Gramsci definiva lo strumento principale per la trasformazione della società, diventa una mera propaggine del capo, le cui sorti dipendono da lui e da lui soltanto.

Si pensi, in maniera meno estrema rispetto ai due casi precedenti, a Sinistra Ecologia e Libertà, costruito completamente attorno alla figura di Nichi Vendola: il governatore della Puglia ha dato una lezione di stile al berlusconismo militante aspettando con serenità il giudizio della magistratura, ma se questo non fosse stato positivo, il partito sarebbe letteralmente esploso, perché in quel partito non c’è alcuna figura della statura di Vendola che ne possa prendere il posto.

Il PD stesso ha rischiato l’estinzione dopo le dimissioni di Veltroni, con il quale tutto il partito si era identificato, a causa anche dei fallimenti della classe dirigente precedente. Solo dopo un congresso lacerante e una transizione deludente è riuscito difficilmente a riprendersi dalla sbornia vetero-berlusconiana con l’elezione di Bersani (tant’è che, in un periodo in cui tutti gli altri partiti crollano, quello di Bersani guadagna consensi, il che è un mezzo miracolo se contiamo il sostegno a Monti e le autentiche vaccate commesse, tra cui la recente la battaglia per i 223 milioni alle scuole private cattoliche).

Oggi siamo di fronte ad una nuova forma di democrazia dell’applauso: quella 2.0 rappresentata dal Movimento 5 Stelle e da Beppe Grillo. Mentre nei casi tipo di Berlusconi e Di Pietro questi hanno comunque dovuto garantire un minimo di democrazia interna (le cosiddette correnti) e prevedere dei dispositivi di garanzia (lo stesso Fini è stato espulso a seguito di un voto della direzione nazionale), nel caso del M5S abbiamo il capo carismatico, Grillo, che ottiene gli applausi sulla platea digitale attraverso una schiera imponente di fans, anzitutto suoi più che del movimento, i quali obbediscono al volere del capo in maniera acritica e, anche di fronte alle contraddizioni più evidenti, soffocano qualsiasi forma di dissenso e di critica attraverso la delegittimazione dell’eretico o dell’avversario.

Si mette in moto quindi una particolare macchina del fango digitale per cui se si osa mettere in discussione le parole del Capo, automaticamente sei servo e schiavo del sistema, sei pagato da qualcuno, non sei democratico, sei tutta una serie di appellativi che non è il caso qui di riprodurre e, infine, vieni esposto ad un fuoco di fila digitale senza precedenti. Che si amplifica quando il Capo usa il suo strumento, il blog, per fomentare ancora di più l’attacco contro la tua persona (si vedano i casi Favia e Salsi o Tavolazzi).

Questa politica personalistica spettacolare (o di spettacolo) provoca parecchi danni alle istituzioni democratiche e, in ultima analisi, amplifica i fenomeni degenerativi che pure si dice di voler contrastare.

Non è il caso di fermarsi un attimo e ricominciare a pensare a forme di democrazia diretta e rappresentativa che non implichino l’adesione totale e senza tentennamenti ad un Messia o, peggio, al solito “Uomo della Provvidenza”?

La butto lì, benché comprenda come il buon senso, di questi tempi, sia merce rara, soprattutto a Sinistra.




26 dicembre 2011

Su Bocca, grande italiano non perfetto

Dispiaceun po' riprendere a scrivere su questo blog in occasione di un così tristeavvenimento, ovvero la scomparsa di Giorgio Bocca, proprio il giorno di Natale.

Mimancheranno i suoi articoli sull'Espresso, le sue analisi così spietate e duresull'Italia che gli hanno valso negli anni il soprannome di"anti-italiano", a cui aveva persino dato il nome della sua rubrica.

Avendochiuso proprio il 24 dicembre Qualcosa di Sinistra, non abbiamo potutodedicargli un epitaffio adeguato, visto che figurava tra i nostri punti diriferimento. Cerco di farlo qui, anche alla luce del diluvio di critiche chesono giunte da più parti per la decisione sulla fanpage di QdS e di EnricoBerlinguer di ricordarlo.

Razzista,antimeridionalista e omofobo, questo sarebbe stato Giorgio Bocca. Quale dunquela sua colpa? Aver odiato quel Sud delle clientele e del malaffare, quello delfamilismo amorale che tanti morti ha lasciato per strada (morti come PeppinoImpastato, Carlo Alberto Dalla Chiesa, i giudici Rocco Chinnici, Falcone,Borsellino e tanti altri che per brevità non sto qui a ricordare)?

Omofobo?Sì, si è dichiarato anche un po' tale una volta, parlando in termini nonproprio eleganti di Pier Paolo Pasolini, che non gli piaceva. Degustibus, dico io, a me Pasolini piace tantissimo, lo considero tutt'ora ungenio e in quanto tale non è paragonabile a Bocca, proprio perché Bocca facevail giornalista, tutt'altro mestiere da quello di Pasolini, che era un artista,nel senso più puro e completo della parola.

Noncondividevo a volte certe esternazioni di Bocca, come ad esempio quando dissein tv l'anno scorso che in Italia c'erano i comunisti perché qualcunogliel'aveva detto (una cosa che andò a smentire addirittura se stesso di unaventina d'anni prima, ma vabbè).

Questo però non significa dire che è un bene che sia morto, come ha fattoqualcuno sulla bacheca dei commenti della fanpage di Berlinguer. Anzi, commentidel genere mi fanno venire il voltastomaco. Da metà milanese e metà napoletano chesono, appenderei a testa in giù tutti quelli che a varie altitudini affermanoche "va tutto bene, madama la marchesa", salvo poi addossare le colpedei propri mali a chi abita qualche centinaio di chilometri più in su o più ingiù. 

Horibrezzo (e mi fanno anche un po' pena) quei compagni che smettono la casaccadell'internazionalismo per vestire i panni di improbabili leghisti del Sud,pronti a difendere l'orgoglio napoletano o quel che è. Un po' come dire che io,nato a Milano, debba difendere a tutti i costi le scempiaggini, a partire dallecolate di cemento, in nome di non si sa bene quale appartenenza. Buttareall'aria i miei ideali per un panzerotto di Luini, per dire.

Siamo sempre al solito punto, in quelli che chiamiamo"nemici" i più piccoli difetti diventano peccati mortali, mentre inquelli che definiamo "amici" quegli stessi difetti diventanoincredibili virtù. Mi dispiace, io non ho santini (ne ho da dire pure suBerlinguer e ne ho dette), soprattutto non mi piace sparare a zero su personeche hanno lottato per tutta una vita difendendo le proprie idee, anche setalvolta non le condividevo.

I detrattori di Bocca, come immersi in una sorta digesuitismo da tardo '600 (molto comune tra gli Italiani), si soffermano suidettagli, senza guardare al personaggio in generale: sono sempre ansiosi dietichettare qualcosa o qualcuno per il semplice gusto di dimostrare all'uomomedio di saperla conoscere meglio di lui. 

Chiudo, ricordando che nel 2003, quando cominciava aprendere piede con Fassino la triste moda del sostenere che "Craxi è più moderno di Berlinguer",Giorgio Bocca fu l'unico dalle colonne dell'Espresso a difenderel'ex-segretario del PCI. E pure quando fu in vita, lui, Biagi e Montanelliscrissero sul satrapo garofanato le pagine più dure e velenose della storia delgiornalismo italiano. 

In una recente intervista, al riguardo, Bocca rispondevaalla domanda sul perché Craxi fosse così amato da Destra a Sinistra in questomodo: "Craxi piace tanto aquesta destra e a questa sinistra per due motivi: intanto perché era uncorrotto, e poi perché, con l’idea della Repubblica presidenziale, ha datoun’ideologia alla democrazia autoritaria che questi selvaggi di oggi inseguonoma non riescono nemmeno a teorizzare. Questa democrazia malata la dobbiamo purea questa sinistra alla D’Alema che collabora da 15 anni con Berlusconi. Hannocapito che, se non partecipano in qualche modo alla sua greppia, non campanopiù."

Ecco, io non sono per natura un gesuita, quindi preferisco guardare all'uomo in generale. E in generale, Giorgio Bocca è stato un grande italiano, non perfetto per carità, ma grande. Giornalista e partigiano fino in fondo, mai servo di nessuno. Questo mi basta per commemorarlo.




25 marzo 2011

Se vuoi la pace, prepara la pace

Se vuoi la pace, prepara la guerra”, dicevano certi antenati. E invece io la penso come i pacifisti di tutto il mondo di oggi: “Se vuoi la pace, prepara la pace.
(Enrico Berlinguer)

Le ultime notizie dalla Libia sono che, dall’inizio della rivolta, ovvero in quattro settimane, sono morte 8.000 persone. Ottomila vite spezzate dalla furia omicida del solito dittatore a cui è stato lasciato fare il bello e il cattivo tempo, finché esigenze tutt’altro che umanitarie (il petrolio) hanno imposto ai grandi esportatori di civiltà, libertà e democrazia occidentali il solito intervento militare per ristabilire la giustizia.

E dov’erano questi signori negli ultimi 42 anni, mentre Gheddafi soffocava nel sangue rivolte, legittime richieste di maggior democrazia e il libero arbitrio? Probabilmente erano impegnati a far fuori, sempre per i soliti motivi tutt’altro che umanitari, altri dittatori, che magari essi stessi avevano messo là e rifornito di armi proprio per favorire i loro interessi, che però da quel momento in poi non venivano più garantiti e quindi la ragion di Stato imponeva alle loro coscienze (o ai loro portafogli) di intentare sante alleanze democratiche contro i crudeli dittatori.

O magari, sempre in funzione anti-comunista, armavano i talebani, uccidevano Salvador Alliende, tentavano con esiti incerti vari golpe neo-fascisti in Italia, per non parlare delle stabili dittature in Grecia e Argentina e potremmo andare avanti sul percorso delle dittature per salvaguardare la democrazia (un paradosso che nel mondo dura tutt’ora).

E come mai i volonterosi, come hanno chiamato l’allegra armata brancaleone che litiga pure sul numero di missili da lanciare, non sono andati a bombardare anche nel Myanmar (ex-Birmania), dove al potere c’è una dittatura militare? E in quanti paesi africani efferate dittature costringono milioni di persone all’esilio e all’emigrazione? La democrazia e la libertà non sono uguali in tutto il mondo?

Probabilmente sono più uguali nei Paesi ricchi di materie prime e soprattutto di petrolio, perché altrimenti non si spiegherebbero queste strane eccezioni al principio di uguaglianza che imporrebbe di trattare tutti gli stati dittatoriali allo stesso modo. Cina e Russia comprese.

Per tre settimane la comunità internazionale indugiava sull’intervento militare in Libia, diventando complice di un massacro inenarrabile. Invece di intervenire con le bombe, si poteva fare qualcosa di più, meglio e prima di questo grande pasticcio che qualcuno ha anche il coraggio di chiamare missione di pace (ed è invece una guerra): armare i ribelli, isolare Gheddafi, bloccarne aiuti, togliergli la terra sotto i piedi. E assicurarlo alla giustizia internazionale. Questo però non andava fatto 3 settimane fa. Andava fatto almeno 30 anni fa.

Del resto, la pratica Gheddafi ha cercato di risolverla già Reagan con le bombe nel 1986 (ma il grande statista da tutti compianto Bettino Craxi telefonò a Gheddafi per avvertirlo della cosa, quindi violando il patto di segretezza della Nato), ma fallì miseramente. E noi Italiani negli ultimi 42 anni abbiamo mantenuto comodamente il piede in due scarpe, giusto per non compromettere l’inaffidabilità e l’incoerenza che tanto ci hanno distinto in politica estera in 150 anni di storia unita.

Quindi che fare? Vale il “si vis pacem, para bellum” di latina memoria, oppure il “si vis pacem, para pacem” di Enrico Berlinguer? Il nodo è certamente difficile da sciogliere e non c’è una risposta univoca (c’è chi, ad esempio, come D’Arcais che è a favore dell’intervento e chi non lo è come Gino Strada).

Posto che io la penso come Hemingway, ovvero che le guerre sono combattute dalla più bella gente che c’è, o diciamo pure soltanto dalla gente, per quanto, quanto più ci si avvicina a dove si combatte e tanto più bella è la gente che si incontra; ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che se ne avvantaggiano. Sono persuaso che tutta la gente che sorge a profittare della guerra e aiuta a provocarla dovrebbe essere fucilata il giorno stesso che incominciano a farlo da rappresentanti accreditati dei leali cittadini che la combatteranno.”

se la guerra si può evitare (ed è sempre possibile farlo), bisogna però che in ogni sistema vengano introdotti i giusti anticorpi sociali e culturali per impedire l’avvento di uomini della provvidenza che sono le cause uniche ed esclusive delle sofferenze quotidiane di milioni di persone.

Perché la pace, nel caso se lo fossero dimenticati i fan del libero mercato senza regole, è il più grande fattore di sviluppo. Nella pace i popoli possono usare la ricchezza per soddisfare le proprie necessità di vita e di crescita, per produrre altre ricchezze utili, per migliorare ed elevare la propria cultura, i propri modi di vivere e di consumare, e non per produrre strumenti di distruzione e formare soldati.

Se i miliardi di dollari al giorno che gli uomini spendono per gli armamenti fossero usati a fini pacifici, questi potrebbero contribuire a mutare il destino dell’umanità intera.

Sono certo, però, che come al solito, gli illuminati che ci governano ci arriveranno troppo tardi. O forse mai.

da: http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/?p=2407




16 marzo 2011

Se Wikio censura Berlinguer

Wikio, per chi non lo sapesse, è un servizio di condivisione delle notizie, che all’inizio di ogni mese (in base ad un loro algoritmo che esula da traffico e visitatori, a quanto pare) redige anche una classifica dei 100 blog più letti di ogni categoria (politica, economia, etc.).

Qualcosa di Sinistra, sin dalla sua nascita, è stato correttamente indicizzato su Wikio, senza essere sottoposto a censure e senza particolari problemi. In poco meno di 3 settimane, a dicembre, ci siamo piazzati tra i 5000 blog più letti d’Italia; a gennaio siamo arrivati alla posizione 2077, per poi arrivare agli inizi di febbraio nella top500, occupando la 414° posizione. Nella classifica di politica in 3 mesi siamo diventati il 42° blog più letto.

Fin qui tutto bene. Il nostro rating cresceva a livelli stratosferici, così come le nostre visite (con picchi di 4500 lettori ogni giorno, stando a wordpress.com e a google analytics). Continuiamo a macinare record del genere, pur essendo semisconosciuti ed essendo relativamente giovani.

Sarà un caso, ma proprio il primo articolo censurato su wikio è stato il mio “Per Enrico, Per Esempio”, in occasione dei 2 anni dalla nascita di EB.IT – Il Primo Sito Web su Enrico Berlinguer, il 16 febbraio. All’inizio ho pensato ad una piccolo errore in wikio e non me ne sono curato più di tanto, anche se l’articolo immediatamente successivo al mio era stato correttamente indicizzato.

Intanto, il nostro rating il 1° marzo, a 4 giorni dall’aggiornamento della classifica, arrivava a quota 19.177, un valore che ci avrebbe fatto entrare nella top30 dei blog più letti di politica e chissà quante posizioni ci avrebbe fatto prendere in quella generale (in fondo, sfido qualunque giovane blog ad avere una media di 2600 lettori al giorno a 4 mesi dalla nascita).

Ebbene, il 2 marzo il nostro rating viene “tagliato” a 5.0 (ovvero ai livelli che avevamo quando 2600 lettori li facevano in 2 settimane); anche in quel caso ho pensato ad un errore, tant’è che il 3 marzo siamo risaliti a quota 8.5, anche se un po’ mi scocciava, essendoci di lì a 3 giorni l’aggiornamento della classifica.

Arriva il 4 marzo, pubblico due articoli, uno in cui riporto il famoso scritto corsaro di Pasolini “Il Potere senza volto”, l’altro è sul vergognoso stipendio di Giuliano Ferrara e… puff, non vengono indicizzati su Wikio. Ohibò, tre articoli non indicizzati. C’è qualcosa che non va. Scrivo a info@wikio.it, chiedendo se sia un nostro problema o un loro. Nessuna risposta.

Arriva il 5 marzo. Altri articoli, altre “censure” su Wikio. Riscrivo sempre al solito indirizzo, senza successo. E continuo per tutta la settimana, scrivendo anche al responsabile italia di Wikio. Nulla.

Risultato: Qualcosa di Sinistra de facto è oscurato su Wikio, senza soluzione di ritorno. Ho provato così a re-inserire il blog come fonte e… magia, anziché darmi errore, dicendomi che la fonte era già presente su Wikio, mi arriva il messaggio automatico: “Grazie per la tua segnalazione! Valuteremo se il tuo blog ha i requisiti necessari etc. etc.”, e noto una piccola dicitura: “Wikio è aperto a tutti i blog, ma questi possono essere non accettati a discrezione assoluta di Wikio.

Morale, anche con la nuova iscrizione (che dimostra come ci abbiano cancellato proprio da Wikio, senza dirci nulla), Qualcosa di Sinistra continua a non essere indicizzato su Wikio. Cosa che alla fine ci può anche fare piacere, visto che, assodato che la classifica è palesemente truccata perché ci sono manine sante che la correggono, espellendo i blog scomodi, significa che facciamo paura.

A chi non lo sappiamo… in ogni caso, passate parola. E scrivete anche voi a info@wikio.it, non tanto per chiedere la nostra reintegrazione (a sto punto poco ci importa, rimaniamo comunque tra i 30 blog più letti di politica in Italia lo stesso), quanto per ESPRIMERE IL VOSTRO SDEGNO.

E chissà che forse, dalle parti di Wikio, le varie mani di forbice si diano una regolata la prossima volta.

Noi non ci arrenderemo mai. Loro nemmeno (ma gli conviene?)

Passate parola.

da: http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/?p=2098




19 febbraio 2011

L'eterna attualità della Questione Morale

Diciotto anni fa, quando Mani Pulite cominciava a muovere i primi passi, la corruzione aveva un giro di affari di 10.000 miliardi di lire (5 miliardi di euro) e produceva un indebitamento pubblico tra i 150.000 e i 250.000 miliardi di lire, più 15/25.000 miliardi di interessi passivi.

La fotografia di quel 1992 mostra un Paese sull’orlo della bancarotta, completamente fuori dai parametri di Maastricht: debito al 118% del PIL (anziché al 60); tasso di inflazione al 6,9% (invece del 3); deficit di bilancio all’11% (anziché al 3). Il 16 settembre passa alla storia come “il mercoledì nero” della lira, il cui valore negli scambi con le altre monete crolla a tal punto da costringerla ad uscire dal Sistema Monetario Europeo.

La conseguenza di tutto ciò, in termini economici, portò il Governo Amato a varare una Finanziaria lacrime e sangue da 30.000 miliardi di lire, che avviò le famose privatizzazioni e introdusse una valanga di tasse e balzelli vari che tutt’oggi gravano sulle tasche dei cittadini onesti che le tasse le pagano. Diciotto anni fa la crisi economica scardinò la Prima Repubblica e distrusse i grandi partiti di massa, portando sulla scena politica italiana homines novi che poi tanto novi non erano: ma ieri come oggi la crisi economica è figlia della Crisi Morale.

Continua a leggere su:

http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/?p=1431




16 febbraio 2011

Per Enrico, Per Esempio

25 gennaio 2009. Poco meno di sei mesi al 25° anniversario della morte di Enrico Berlinguer.

Avevo preparato con cura il lancio di EB.IT – il primo sito web su Enrico Berlinguer (http://www.enricoberlinguer.it), perché ero oramai stanco che non ci fosse nemmeno un sito dedicato alla figura politica e ideale più importante della Sinistra del Novecento, assieme a quella di Antonio Gramsci. Nessun luogo dove raccogliere discorsi, memorie, foto, interviste. Solo wikipedia e qualche altra pagina amatoriale.

Ero pronto. Almeno per quanto riguardava il materiale, lo ero. Sei mesi prima avevo raccolto abbastanza materiale su Berlinguer, per la mia tesina di maturità sulla Questione Morale. Berlinguer, la sua tensione ideale, la sua capacità di vedere lontano, il suo essere così umanamente diverso dai politici che vedevo ogni giorno in tv, tutto questo mi portò a impegnarmi nella politica attiva, se così si può chiamare l’iscrizione ad un partito e, paradossalmente, oggi è la causa per cui non sono iscritto a nessun partito.

Il mio primo vero incontro con Enrico fu però a 18 anni, quando mi capitò tra le mani il libro di Chiara Valentini “Berlinguer, l’Eredità difficile”. Era luglio, faceva caldo. Forse il fatto che quella biografia fosse a metà prezzo influì positivamente sulla mia scelta di comprarla. Nulla accade per caso. E se mi finì quel libro tra le mani, sono tutt’ora convinto che si sia trattato di un segno del destino.

Dopo 3 giorni chiusi quel libro e avevo voglia di conoscere, di sapere, di leggere direttamente cosa diceva e cosa pensava Enrico Berlinguer, senza i filtri delle interpretazioni altrui. Volevo farmi una mia idea, senza passare delle idee altrui. Volevo leggere Enrico per come era.

Ma la mia sete di conoscenza non fu placata, né da internet, né dalla saggistica, né tanto meno dalle biblioteche: per reperire materiale su Berlinguer dovetti fare i salti mortali tra improbabili librerie e gli archivi storici del corriere della sera, qui a Milano.

Più scoprivo cose su di lui, più mi chiedevo come mai fosse stato abbandonato nella pratica quotidiana da quelli che si definivano i suoi eredi e ai quali mi ero iscritto proprio per quel motivo: i Democratici di Sinistra. Scoprii a mie spese perché Berlinguer era un ricordo troppo scomodo.

E la mia battaglia per la Questione Morale, nel momento di costituzione del Partito Democratico, trovò molta poca eco negli ambienti ufficiali e di partito (anche se sulla rete il mio piccolo blog sulla questione morale si avviava a diventare uno dei 200 blog più letti d’Italia). Come ogni Cassandra che si rispetti, a quei tempi fui sbeffeggiato dai vari satrapi di turno (che oggi si leccano le ferite), quindi decisi di dedicarmi alla costruzione del più grande sito web su Enrico Berlinguer.

È strana la vita: il primo nucleo di quello che oggi è uno dei siti web più visitati in Italia (con un blog, Qualcosa di Sinistra, che in 3 mesi è diventato il 42° blog di politica più letto in Italia) non è stato altro che un mero esercizio per l’esame di informatica che dovevo dare il 16 febbraio 2009.

Giorno in cui vide la luce EB.IT – il primo sito web su Enrico Berlinguer. A quell’esame fui bocciato e a settembre cambiai anche facoltà, per approdare a scienze politiche (sono passato da quello che avrei dovuto fare per trovare lavoro a quello che mi piaceva fare, fregandomene delle aspettative di lavoro). Ma se tornassi indietro, rifarei tutto, anche l’anno di ingegneria, e non solo per le fantastiche persone che ho conosciuto e quello che comunque ho imparato, ma soprattutto perché mi ha dato quel minimo di conoscenze per creare questo sito web.

Senza il quale, oggi non esisterebbe l’Associazione Nazionale Enrico Berlinguer, Qualcosa di Sinistra e quell’enorme network di oltre 123.000 persone che in poco meno di 2 anni siamo riusciti a far incontrare su facebook.

Oggi, 16 febbraio 2011, il popolo della Sinistra ha un sito web su Enrico Berlinguer dove poter leggere direttamente quello che Enrico scriveva e diceva (il nuovo DataBerlinguer), esprimere la propria opinione (EB.IT Forum), fare politica nel nome di Enrico fuori e tra i partiti (l’Associazione), tornare a dire Qualcosa di Sinistra ad una platea di oltre 123.000 compagni.

Il tutto con pochi soldi, tanta passione, molto coraggio, ma soprattutto grazie anche all’esempio di persone come Enrico Berlinguer. Perché tutto quello che ho messo in piedi, tutto quello che io e quelli che hanno deciso di dare una mano stiamo facendo, non è qualcosa per avere successo o reclamare poltrone o rendite di posizione in questo o quel partito.

Tutto quello che abbiamo fatto e facciamo lo facciamo per ringraziare Enrico, che è morto a Padova, come un eroe, e che ha dato tanto: alla Sinistra, all’Italia, ma soprattutto a noi giovani nati dopo il Crollo del Muro di Berlino, a cui mancano riferimenti ideali puri ed esempi sani per ispirare la nostra lotta contro le ingiustizie e i privilegi.

Diceva Sandro Pertini, un’altra stella nel firmamento dei grandi esempi che ci rimangono, nel suo famoso appello ai giovani: “Ecco l’appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici: l’onestà e il coraggio. L’onestà… l’onestà… l’onestà. E quindi l’appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto. La politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c’è qualche scandalo; se c’è qualcuno che dà scandalo; se c’è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato.”

E questa ci pare una missione più che gratificante, affinché tutto il sangue versato da tanti giovani italiani, morti per darci la possibilità di scrivere oggi su questo blog e di manifestare il nostro pensiero, non sia scorso invano.

Grazie, a chi ha creduto, a chi ci crede e a chi ci crederà. A chi resiste, e non se ne vergogna. Saremo sempre di più, passate parola.




14 gennaio 2011

Il Grande Sogno dietro la parola compagno

Noi vogliamo dare una speranza ai ragazzi, ai quali questa società non offre sicurezza di vita, di lavoro… non offre ideali che non siano quelli dell’evasione, dell’individualismo… offre solo la prospettiva di essere la rotella di un ingranaggio che funziona soltanto per favorire la prepotenza, il privilegio e la corruzione.
(Enrico Berlinguer, 1972)

Nel giorno del referendum di Mirafiori, del day after della direzione del PD e della bocciatura del legittimo impedimento, ho sentito il bisogno, quasi il dovere, di fare una riflessione su quella parola che sembra oramai essere diventata un tabù, ma che in realtà non lo è: la parola compagno.

Mi ricordo ancora quando un ignaro Fabrizio Gifuni parlò ad una platea di democrats, dicendo a metà del discorso: “cari compagni e care compagne”, scatenando le ire dei popolari e le proteste dei cosiddetti “nativi” del PD (gente cioè riciclata da altri partiti diversi da DS e Margherita).

Dimostrando non solo demenza, ma anche ignoranza.

Perché appellativo (oramai ridotto da certi pseudo-politicanti in salsa dc ad un insulto per il genere umano) è in realtà la cosa meno marxista che ci possa essere a questo mondo: dal latino cum panis, indica quelle persone che sono pronte a condividere tutto con gli altri, persino il pane. Un motivo più da ultima cena che da materialismo storico, eppure per “i nativi” o, peggio, gli ex-comunisti riverniciati a nuovo, è addirittura offensiva, perché saprebbe di vecchio e di antico.

Non capendo (o facendo finta di non capire) quello che Norberto Bobbio, all’indomani del Crollo del Muro di Berlino, aveva capito fin troppo bene (non a caso fino all’ultimo ha donato ogni singolo neurone per la costruzione di una nuova Sinistra): “O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?”

La lotta alla parola “compagni” è qualcosa di più della lotta ad un antico aggeggio lessicale per definire un certo tipo di militanti: è l’ultimo fotogramma di quell’enorme rimozione culturale che ha iniziato a tagliare le radici della Quercia (fondendo in uno 13 partiti) nella vana speranza di guadagnare maggiori consensi, e che alla fine ha rimosso uno ad uno ogni ricordo, ogni simbolo, ogni memoria di quella tradizione, fino a trasformarsi in qualcosa di diverso, in un Partito Democratico che sulla carta era vincente e che invece è nato morto, ammazzato dagli apparati di partito e dal nuovismo senza capo né coda del suo primo segretario, che da salvatore della Sinistra ne è diventato, suo e nostro malgrado, il becchino. E che adesso riscopre un modo di agire e di fare che avrebbe dovuto usare quando era segretario, non ora che è ridotto all’opposizione nel suo partito (e là rimarrà, perché le clientele post-comuniste rimangono saldamente nelle mani di D’Alema).

Mentre negli altri paesi si rinnovano e al tempo stesso si consolidano le proprie identità, l’Italia è l’unico paese nel quale in vent’anni si è cambiato quattro volte simbolo, mantenendo sempre la stessa classe dirigente (salvo i deceduti).

Rinnegare i propri padri, nella speranza di trovare eredi, e inventare nuove identità per non dover fare i conti con quella che effettivamente avevano, ha portato i post-comunisti a produrre solo una cosa: una marea di orfani e figli unici, che con la disintegrazione della dimensione collettiva si sono rifugiati in un arido e desolato egoismo individualista. Anziché diventare padri di una nuova eredità, sono rimasti gli eterni giovani di quella vecchia.

Erano così preoccupati a dimostrare all’Italia intera che non erano più (e non erano mai stati in alcuni casi) comunisti, che non si sono minimamente preoccupati non solo di definire una volta per tutte cosa sono (e cosa vogliono diventare), ma soprattutto cosa pensano e vogliono fare per dare una voce alle speranze della moltitudine di poveri, sfruttati, diseredati e disgraziati che affollano le strade di questo Paese, ma che scompaiono dalla percezione generale perché non appaiono sulle televisioni (dominio incontrastato di Berlusconi).

Ma tutto ciò non si spiega solo con il DNA burocratico-comunista che tutt’ora anima le loro menti (e che era l’unica cosa che dovevano abbandonare 20 anni fa). In alcuni anche in modo inconsapevole (il che è ancora peggio). Bensì per il fatto che sentendosi liberali, cadendo nell’amnesia, hanno espresso il nuovo conformismo, adattando ad esso l’antica forma mentis e i vecchi comportamenti.

Ne deriva che non esiste alternativa, perché tutto viene reso uguale, tutto viene eguagliato e infilato nel tritacarne, tutto viene reso così semplicemente e totalitariamente comunista (nel senso più deteriore del termine), che alla fine vince il padre del conformismo, che è espressione di quelle forze reazionarie che non vogliono il Cambiamento, perché questo scalfisce i loro interessi e privilegi e li costringe a mollare anche solo un’oncia delle loro ricchezze.

Su Obama ognuno può pensarla come vuole, ma c’è un dato di fatto ineludibile: Obama è il sogno socialista fattosi uomo, perché aldilà delle ideologie, delle parole, delle opinioni e delle strategie, un nero, socialmente ai margini, povero, senza mezzi propri, è riuscito a scalare la vetta della società e a sbaragliare privilegi, pregiudizi, provocando un pericoloso precedente per le classi dominanti al potere.

Se la Sinistra in questo schifoso Paese non si riappropria di un grande Sogno, che è quello di una società più giusta, fondata sul diritto alla vita e non sul dovere alla sopravvivenza per accrescere ricchezze, privilegi e ingiustizie altrui, allora questa Sinistra è morta, è condannata all’oblio e alla mortificazione politica, culturale, sociale, ideale.

Diceva Enrico Berlinguer:

Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo? L’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d’oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo.

Abolite tutte le parole che volete, privatemi del lessico e dei simboli, ma c’è una cosa che non potrete mai togliermi: il sogno di una società più giusta. Che è poi quel sogno celato dietro la parola compagno.




29 novembre 2010

Berlinguer e la Questione Morale

Questo blog nacque l'8 luglio 2007 come piccolo esperimento personale per provare a ritornare a parlare di Berlinguer e di Questione Morale. Un piccolo embrione di quello che ora è l'Associazione Nazionale Enrico Berlinguer e il sito web EB.IT (http://www.enricoberlinguer.it).

In tempi bui come questi, ogni volta che rileggo Berlinguer penso che se anche solo il più sfigato dei leader che abbiamo a Sinistra riprendesse a parlare di Questione Morale e riconoscesse a Berlinguer il merito di averci visto giusto su tante cose, forse il popolo della Sinistra non si rifugerebbe nel non-voto o, peggio, nel voto a Destra.

Perché alla fine, se gli esempi come Sandro Pertini ed Enrico Berlinguer, sono lasciati alla pubblica rivendicazione mediatica e televisiva (che sono le uniche che contano oramai al giorno d'oggi) di Gianfranco Fini, erede di quella tradizione che i Pertini e Berlinguer li ammazzava, bhé, non ci si lamenti che il PD è un morto che cammina e viene cannibalizzato da Vendola e Di Pietro.

Ripropongo qui alcuni estratti da quella famosa intervista del 28 luglio 1981, dove Berlinguer pone in termini più forti e duri la Questione Morale (sempre presente nei suoi discorsi). La domanda è: chi avrebbe oggi l'autorità e la credibilità per parlare così?

(potete leggere tutta l'intervista qui:http://www.enricoberlinguer.it/databerlinguer/index.php?title=I_Partiti_sono_diventati_macchine_di_potere)

Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi.

[...]

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

[...]

Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più.

[...]

Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

[...]

Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche (e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC) non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

[...]

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.



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"Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata."
(Enrico Berlinguer)

"Credo che la libertà sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà."
"Alla fine il reato più grave diventa quello di chi racconta certe cose, anzichè chi le fa. La colpa non è dello specchio, ma di chi ci sta davanti."
(Enzo Biagi)

"L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che ho mai visto, per volgarità e bassezza. Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo. Gli italiani devono vedere chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Soltanto dopo saremo immuni."
(Indro Montanelli, 2001)


"Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti ed ai comunisti o filocomunisti pentiti. C'è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni."
(Vittorio Foa, 2006)

"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perchè lì è nata la nostra Costituzione."
(Piero Calamandrei)

"Quali garanzie offre questo Stato [...] per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro [...] l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito [...] in ogni città e in ogni villaggio è possibile compilare un lungo elenco di malversazioni, di casi di concussione e di abusi rimasti impuniti; i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi [...] perchè quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino."
(Leonardo Sciascia, 1979, intervista a Marcelle Padovani)

"Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza"
O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?
(Norberto Bobbio)

"Chi non conosce la verità è uno sciocco. Ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente"
(Bertold Brecht)


"Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola"
(Giovanni Falcone)
"Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe"
(Paolo Borsellino)

"Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'omicidio, ordinino un pubblico assassinio"
(Cesare Beccaria)