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Non scrivo praticamente più su questo blog. Mi sono dedicato completamente a www.enricoberlinguer.it e curo la rubrica "Il Rompiballe" su Qualcosa di Sinistra. Questo è il mio blog personale, che ho fondato quando avevo 18 anni e ci sono affezionato. Riflette le mie speranze di allora, su una nuova Sinistra, che recuperasse la lezione di Enrico Berlinguer sulla Questione Morale e sull'austerità e la saldasse con la questione della democrazia incompiuta del nostro Paese. 

Rileggendomi, a distanza di anni, sorrido della mia ingenuità di allora. Per fare buona politica, diceva Piero Calamandrei, c'è bisogno di persone oneste che facciano modestamente il proprio mestiere con passione, rigore e impegno morale. Perché sincerità e coerenza, che possono sembrare ingenuità, alla lunga sono l'unico buon affare.

Se mi seguivate allora e volete leggermi "quotidianamente", mi trovate su facebook o su twitter.

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"Change will not come if we wait for some other person or some other time. We are the ones we've been waiting for. We are the change that we seek."
(Il Cambiamento non arriverà se aspettiamo qualcun'altro o qualche altro momento. Noi siamo quelli che stavamo spettando. Siamo il Cambiamento che cerchiamo.)

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20 novembre 2012

La democrazia dell'applauso, da Craxi a Grillo

Articolo pubblicato su http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/2012/11/20/la-democrazia-dellapplauso-da-craxi-a-grillo/


È così che muore la libertà… sotto scroscianti applausi
(Padme Amidala, Star Wars – La Vendetta dei Sith)

Il 16 maggio 1984 su “La Stampa” apparve un articolo di Norberto Bobbio che stigmatizzava l’elezione congressuale di Bettino Craxi a Segretario generale del PSI per “acclamazione”, denunciandone il significato personalistico e autoritario, che sembrava reintrodurre sulla scena italiana il culto del “capo carismatico” e nel partito la pratica proprietaria del “padrone” al di sopra delle regole. Metteva in guardia dai rischi di una politica personalistica e spettacolare, che avrebbe finito per svuotare di significato la vita democratica dei partiti.

Scriveva Bobbio: “L’elezione per acclamazione non è democratica, è la più radicale antitesi dell’elezione democratica. È la maniera, che dopo Max Weber non dovrebbe avere più segreti, con cui i seguaci legittimano il capo carismatico; un capo che proprio per essere eletto per acclamazione non è responsabile davanti ai suoi elettori. L’acclamazione, in altre parole, non è un’elezione, è un’investitura. Il capo che ha ricevuto un’investitura, nel momento stesso che la riceve, è svincolato da ogni mandato e risponde soltanto di fronte a se stesso e alla sua emissione. Possibile che il congresso che ha compiuto un tale atto, e l’onorevole Craxi che l’ha accettato, non si siano resi conto dell’errore madornale che stavano compiendo, soprattutto nel momento in cui il partito socialista e il presidente del Consiglio che lo rappresenta sono accusati, a torto o a ragione, di tendenze autoritarie?

È questo uno dei motivi per cui Bobbio, insieme al meglio della tradizione socialista (Lombardi, Giolitti, Codignola, Enriquez, giusto per fare dei nomi), abbandonò il PSI di Craxi, che nella sua rovina finì per sacrificare l’intera tradizione socialista. Si è visto poi che molto dell’elettorato del leader socialista e numerosi dirigenti che a lui devono la carriera, si sono rifugiati in massa sotto le bandiere di Berlusconi, contribuendo alla nascita di una nuova destra che dal craxismo ha avuto molto da imparare.

Non è un caso, infatti, che Forza Italia sia nata con la benedizione di Craxi, prima che fuggisse in Tunisia e che Berlusconi sia stato per 16 anni l’unico leader politico ad aver riproposto la pratica autoritaria del “padrone del partito” e che sia stato sistematicamente eletto Presidente del partito per acclamazione (due volte, la prima nel 1994, la seconda nel 2009); e che in 15 anni di vita Forza Italia abbia avuto solo due congressi, quello di fondazione e quello di scioglimento.

La pratica proprietaria del “padrone” al di sopra delle regole è stata, però, efficientemente esportata anche a Sinistra, a cominciare dal partito di Antonio Di Pietro, caduto in disgrazia oggi proprio per questo.

Con una crescente personalizzazione e spettacolarizzazione della politica, intrisa dei valori tipicamente berlusconiani che a Sinistra si è ben guardati dall’allontanare negli ultimi 20 anni, anzi, si sono gradualmente fatti propri (ce li ricordiamo ancora i kit in stile Forza Italia della campagna elettorale di Veltroni nel 2008), il Partito, quello che Gramsci definiva lo strumento principale per la trasformazione della società, diventa una mera propaggine del capo, le cui sorti dipendono da lui e da lui soltanto.

Si pensi, in maniera meno estrema rispetto ai due casi precedenti, a Sinistra Ecologia e Libertà, costruito completamente attorno alla figura di Nichi Vendola: il governatore della Puglia ha dato una lezione di stile al berlusconismo militante aspettando con serenità il giudizio della magistratura, ma se questo non fosse stato positivo, il partito sarebbe letteralmente esploso, perché in quel partito non c’è alcuna figura della statura di Vendola che ne possa prendere il posto.

Il PD stesso ha rischiato l’estinzione dopo le dimissioni di Veltroni, con il quale tutto il partito si era identificato, a causa anche dei fallimenti della classe dirigente precedente. Solo dopo un congresso lacerante e una transizione deludente è riuscito difficilmente a riprendersi dalla sbornia vetero-berlusconiana con l’elezione di Bersani (tant’è che, in un periodo in cui tutti gli altri partiti crollano, quello di Bersani guadagna consensi, il che è un mezzo miracolo se contiamo il sostegno a Monti e le autentiche vaccate commesse, tra cui la recente la battaglia per i 223 milioni alle scuole private cattoliche).

Oggi siamo di fronte ad una nuova forma di democrazia dell’applauso: quella 2.0 rappresentata dal Movimento 5 Stelle e da Beppe Grillo. Mentre nei casi tipo di Berlusconi e Di Pietro questi hanno comunque dovuto garantire un minimo di democrazia interna (le cosiddette correnti) e prevedere dei dispositivi di garanzia (lo stesso Fini è stato espulso a seguito di un voto della direzione nazionale), nel caso del M5S abbiamo il capo carismatico, Grillo, che ottiene gli applausi sulla platea digitale attraverso una schiera imponente di fans, anzitutto suoi più che del movimento, i quali obbediscono al volere del capo in maniera acritica e, anche di fronte alle contraddizioni più evidenti, soffocano qualsiasi forma di dissenso e di critica attraverso la delegittimazione dell’eretico o dell’avversario.

Si mette in moto quindi una particolare macchina del fango digitale per cui se si osa mettere in discussione le parole del Capo, automaticamente sei servo e schiavo del sistema, sei pagato da qualcuno, non sei democratico, sei tutta una serie di appellativi che non è il caso qui di riprodurre e, infine, vieni esposto ad un fuoco di fila digitale senza precedenti. Che si amplifica quando il Capo usa il suo strumento, il blog, per fomentare ancora di più l’attacco contro la tua persona (si vedano i casi Favia e Salsi o Tavolazzi).

Questa politica personalistica spettacolare (o di spettacolo) provoca parecchi danni alle istituzioni democratiche e, in ultima analisi, amplifica i fenomeni degenerativi che pure si dice di voler contrastare.

Non è il caso di fermarsi un attimo e ricominciare a pensare a forme di democrazia diretta e rappresentativa che non implichino l’adesione totale e senza tentennamenti ad un Messia o, peggio, al solito “Uomo della Provvidenza”?

La butto lì, benché comprenda come il buon senso, di questi tempi, sia merce rara, soprattutto a Sinistra.




6 aprile 2011

Il Manifesto dei Responsabili? Tutta farina del sacco fascista di Gentile

Dopo la presentazione del ddl costituzionale per abolire la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione (il divieto della ricostituzione del disciolto Partito Nazionale Fascista), a firma dei deputati Cristano De Eccher, Fabrizio Di Stefano, Francesco Bevilacqua, Giorgio Bornacin e Achille Totaro, ci mancava anche la notizia che il "Manifesto" politico dei Responsabili, di cui è diventato il segretario nazionale niente popò di meno che Domenico Scilipoti, è copiato pari pari da alcuni passi del Manifesto dei Giovani Intellettuali Fascisti redatto da Giovanni Gentile nel 1925.

A denunciarlo su facebook, tramite una nota che sta girando in questi giorni, è Antonio Scalari, che ha messo a confronto le frasi scelte dall'ex-Idv per il Manifesto del Movimento di Responsabilità Nazionale con quelle scritte quasi 90 anni fa dall'ideologo del PNF, sottoscritte da 250 intellettuali al Convegno per la Cultura fascista di Bologna.

Se Gentile scrive che “il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione italiana, ma non privo di significato e interesse per tutte le altre”, a Scilipoti basta sostituire il nome del partito e riscrivere la frase così: “Responsabilità Nazionale è il movimento recente ed antico dello spirito italiano, internamente connesso alla storia della Nazione Italiana”.

E il copia e incolla prosegue in tutto il manifesto. Scrive Scilipoti: “Responsabilità è politica morale. Una politica che sappia coinvolgere l’individuo a un’idea in cui esso possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà, il suo futuro e ogni suo diritto” mentre nel documento originale leggiamo "un’idea in cui l’individuo possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà e ogni suo diritto”.

Al Manifesto di Gentile, seguì quello di Benedetto Croce. Il "Manifesto degli Intellettuali antifascisti" fu il documento con cui il filosofo liberale rimproverava ai firmatari del manifesto di Gentile di aver posto la firma ad un documento "per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa”. Che è un po' la ragione sociale dei Responsabili (del magna magna e della compravendita parlamentare).

La domanda è d'obbligo: caro Tonino (Di Pietro), Scilipoti chi te l'ha presentato? Per De Gregorio hai detto pubblicamente che un militante te l'ha presentato come una brava persona e tu l'hai candidato, ma forse non hanno tutti i torti De Magistris, Giulio Cavalli e Sonia Alfano a denunciare una fin troppa leggerezza (e verticalizzazione) nelle scelte delle candidature dell'Idv.

Perché passino gli ex-democristiani, ma i fascisti, caro Tonino, proprio NO.

da: http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/?p=2665




12 novembre 2010

Qualcosa Di Sinistra

Da oggi, ogni venerdì, terrò una rubrica su "Qualcosa Di Sinistra", un nuovo blog a più mani collegato a EB.IT - Il Primo Sito Web su Enrico Berlinguer.

La Rubrica si chiama "Il Rompiballe" e chi mi segue su questo blog sin da quel lontano luglio 2007 in cui mi misi a parlare di Questione Morale, può anche capire il perché.

Diciamo pure che questo blog "a una voce" non mi bastava più, quindi ho deciso di raccogliere altri giovani ventenni, nella speranza di poter riflettere e far riflettere su temi e argomenti un po' più alti di quelli di cui si discute di solito su un blog.

Quando nel febbraio 2009 fondai EB.IT, mai avrei pensato che sarebbe diventato uno dei siti più visitati, con oltre 100.000 simpatizzanti legati alla pagina fb di Berlinguer, che ho tirato su insieme all'amico Francesco Milione (i miracoli di fb: Milano-Potenza in pochi secondi). E dire che eravamo partiti con una trentina di visitatori e pochi fan su fb.

E quando a luglio abbiamo deciso di fondare l'Associazione Nazionale Enrico Berlinguer, mai ci saremmo aspettati la valanga di iscritti da tutta Italia che ci scrivono e vogliono dare il proprio contributo.

Quindi Qualcosa Di Sinistra è la naturale evoluzione di un progetto, quello di ridare ossigeno ad una Sinistra che oramai ha perso la bussola e non sa più dove andare. A 21 anni dalla Svolta della Bolognina, sarebbe anche ora che noi, che siamo nati poco prima o poco dopo la caduta del comunismo internazionale e la fine delle grandi ideologie del Novecento, ci diamo da fare per non diventare, sul lungo periodo, dei meri "costruttori di soffitte", come i nostri predecessori.

Noi studiamo per costruire palazzi: se ci riusciremo, solo il tempo potrà dirlo...




14 febbraio 2010

Meglio una Nuova Sinistra di un Vecchio Trasformismo

Mi fa piacere che la pubblicazione della mia ultima (si fa per dire) fatica intellettuale (nemmeno più di tanto, mi sono limitato a fare delle aggiunte e delle correzioni alle precedenti) abbia sviluppato un così fertile dibattito: peccato non riguardo al contenuto di quello che c’è scritto.

 

Infatti come al solito, la pubblicazione di certe tesi logicamente e politicamente inattaccabili (perché comprovate dai fatti) porta gli interlocutori “nuovisti” (come li chiamerebbe Biagi) o i trinariciuti di partito (come li chiamerebbe Guareschi) o finanche i liberaloni alle vongole (per dirla alla Montanelli) a ritirare fuori le vecchie e sconfitte (quelle sì) teorie c.d. “riformiste”, ma che alla fine contengono solo elementi di trasformismo utili a nascondere l’incoerenza ideale e politica di certi biechi individui che le mettono in circolazione.

 

Elia Nigris, sul suo blog, afferma che per costruire una Nuova Sinistra, bisognerebbe abbandonare la parola Sinistra: la stessa tesi, di matrice politiana, per cui si dovrebbe fare opposizione a Berlusconi evitando di attaccare Berlusconi. Che dire, geniale.

 

A sostegno della sua tesi afferma che il Cambiamento implica l’abbandono di quello che c’era prima: affermazione tautologica fine a se stessa. Se in un computer mi si brucia la scheda video, cambio quella, non devo necessariamente buttare via l’hard disk con tutto quello che c’è dentro.

 

 Sostiene poi che prima c’era Marx, poi Bernstein e poi molti altri che si sono sostituiti l’un l’altro, quindi il Partito Democratico sarebbe la naturale evoluzione di un processo storico. Il fatto che Bernstein avesse visto giusto su alcune cose, non significa che superò Marx. Tant'è che nessuno prese il pensatore tedesco, allievo di Marx, come la Bibbia e buttò alle ortiche quello che aveva scritto Marx. Almeno non in Germania, ma sappiamo poi che fine fecero fare gli eredi di Bernstein agli eredi di Marx (ancora rimpiangiamo Rosa Luxemburg trucidata per ordine di Ebert). Che poi il sottoscritto concordi più con Bernstein che con Marx è un altro conto.

 

Inoltre, sfruttando forse il fatto che il Manifesto è lungo 16 pagine formato A4, tira fuori una mia presunta affiliazione al marxismo, che non è mai esistita, semplicemente perché sostengo che come stelle polari del Cambiamento dovremmo recuperare L’ESEMPIO di Berlinguer, Pertini, Bobbio, Montanelli, Biagi, Sylos Labini e tutti gli altri Grandi Vecchi. Sinceramente, come trovo demenziale diventare fan di una zucchina in funzione anti-berlusconiana, trovo ancora più imbecille non ricordare gli ideali e le proposte di questi signori semplicemente perché sono vissuti nel secolo scorso.

 

Ma qui entra in gioco quella dannosa e pericolosa rimozione culturale messa in atto negli ultimi quindici anni, complici i mediocri esponenti della classe dirigente che ci ha portati al disastro e alla disfatta: massacrando i Grandi Vecchi, semmai a qualche giovane venisse in mente di andare anche solo a leggere cosa dicevano (e non c’è pericolo che lo facciano se continueranno a leggere Il Riformista pagato con i soldi della collettività e letto solo da loro), dal confronto gli idioti di oggi vengono fuori meglio.

 

Non è poi vero che le esigenze sono diverse da quelle del tempo: sono 2000 anni che si pone la Questione Morale, 200 lo scontro tra laici e clericali, 150 la Questione Meridionale, 60 il ruolo dei giovani nella società, 30 di energie rinnovabili, 20 di una nuova identità della Sinistra. E le risposte a questi problemi sono sotto gli occhi di tutti, ma siccome “il vecchio è vecchio”, allora è meglio buttarlo via, anche se la cura è giusta, manca solo il medico adatto ad applicarla.

 

Anche perché il PD di Veltroni è stato un fallimento: Veltroni stesso è il perdente di successo, come lo definì 2 anni e mezzo fa Pansa, profetizzando che avrebbe condotto il nascituro PD al baratro come aveva già condotto i DS prima. Veltroni stesso, l’idolo di Elia, quello che dice di non essere mai stato comunista, si esprimeva in modi un po’ diversi sia sul Partito Democratico (“dico no ad un partito senza memoria e senza radici, noi siamo e continueremo ad essere democratici di sinistra”, 7 giugno 1999) sia su Craxi, Berlinguer e tutto il resto. E il bello di questi signori è che, avendo alle spalle solo sconfitte, pretendono di spiegarti pure come si vince.

 

Ma come scrivo nel Manifesto:

Rinnegare i propri padri, nella speranza di trovare eredi, e inventare nuove identità per non dover fare i conti con quella che effettivamente avevano, ha portato i post-comunisti a produrre solo una cosa: una marea di orfani e figli unici, che con la disintegrazione della dimensione collettiva si sono rifugiati in un arido e desolato egoismo individualista. Anziché diventare padri di una nuova eredità, sono rimasti gli eterni giovani di quella vecchia.

Erano così preoccupati a dimostrare all’Italia intera che non erano più (e non erano mai stati in alcuni casi) comunisti, che non si sono minimamente preoccupati non solo di definire una volta per tutte cosa sono (e cosa vogliono diventare), ma soprattutto cosa pensano e vogliono fare per dare una voce alle speranze di chi ha sempre votato a Sinistra: in poche parole, a chi vuole un Paese Diverso.”

Io l’ho detto e l’ho ribadito sempre: non sono mai stato marxista, né mi sento socialista (ma questo è forse dovuto a Craxi, più che a Pertini), e la Nuova Sinistra che voglio è quella improntata ai vecchi ideali, che però devono percorrere strade nuove: e tra questi ideali ci metto anche quelli dell’Azionismo, cioè di quella tradizione di Sinistra non marxista che andrebbe fortemente recuperata (e anche, guarda caso, Veltroni concorda con me, caro Elia).

 

Ma quali sono questi ideali? La rivoluzione, la lotta di classe, etc. etc.? No, perché come disse Berlinguer:

 

“Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo? L'obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell'uomo sull'uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull'altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell'accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d'oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo.”

 

Ecco, come si fa oggi a non scadere nel ridicolo, dicendo che la parola Sinistra non ha più senso? Non lo avrà per chi si forma sul Riformista. Ma per uno come me che si è formato sugli Illuministi francesi, su Tocqueville, Gramsci, Bobbio, Bocca, Vittorini, Berlinguer, Montanelli, Biagi, Pertini, Sartori, Weber, Kennedy e Obama (solo per citarne alcuni, che sono della più diversa fede l’uno dall’altro) ha senso eccome.  

 

Scriveva Norberto Bobbio, il 10 febbraio 1990, 20 anni fa: “C’è bisogno di un’analisi franca, oggettiva, spietata, sulle cause della disfatta dell’intera Sinistra, perché proprio di disfatta si tratta. Bisogna abbandonare ogni patriottismo di partito e occorrono uomini nuovi. La creazione di una Nuova Sinistra oggi”, concludeva, “è una magnifica avventura.

 

Ecco, io preferisco intraprendere quella magnifica avventura, piuttosto che rinchiudermi in sezioni (pardon, circoli) di partito dove si discute di lotte per le poltrone e guerre intestine: tra una Nuova Sinistra e il Vecchio Trasformismo io non ho dubbi su quale strada scegliere.




12 febbraio 2010

Orgoglio Democratico, il Manifesto

Quando il 12 febbraio 2008 fondai il gruppo "Orgoglio Democratico - per la Questione Morale" credevo di poter aggregare idee e persone per riportare in auge la Questione Morale e Berlinguer nel Partito Democratico. Eravamo in campagna elettorale, segretario e candidato premier era Veltroni: sembrano passati 20 anni, anzichè due. E rispetto a due anni fa, quando avevo da nemmeno un mese compiuto 19 anni, ne è passata di acqua sotto i ponti. Per esempio, non avrei preso la tessera del partito che da diessino avevo contribuito a fondare (ma del resto non ero io il traditore, ma altri). Questo blog è diventato però abbastanza conosciuto e ho conosciuto molta gente che, nonostante i contrasti, è gente per bene e ancora legata ad un qualche straccio di ideale (per esempio, Foschi Rino, assiduo frequentatore del blog). Di quel gruppo di Orgoglio Democratico avevo poi voluto aumentarne la portata, firmando il 9 dicembre 2008 un altro manifesto, più ampio e più dettagliato del primo, "Orgoglio Democratico - per la Questione Morale e il Cambiamento". Il 9 gennaio 2009 confermavo che non mi sarei mai iscritto ad un partito che aveva sostituito gli ideali con gli interessi, il cambiamento con la conservazione, Berlinguer con Craxi. Tant'è che alle Europee ho votato De Magistris. A settembre quindi ho cambiato nome ad Orgoglio Democratico, un laboratorio ideale per "Una Nuova Sinistra". Il Manifesto che ho redatto parla proprio di questo. E' un insieme di idee per una Nuova Sinistra. Ve lo sottopongo, così magari potete dare qualche consiglio o potete anche suggerire qualche modifica. Io ancora ci credo ad una Nuova Sinistra: e voi?

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Manifesto dei Valori di Orgoglio Democratico

per una Nuova Idea di Sinistra

 

 

BASTA LOTTE PER LE POLTRONE, CI VUOLE PASSIONE!

 

 

LA SINISTRA IN ESILIO

 

Se la politica si spacca e rinuncia a metà di se stessa (inventare apriscatole) per riassumersi nell’altra metà (inventare scatole) la sinistra non ha più un terreno omologabile per le partite che sa giocare. Non ce l’ha più nessuno, ma la sinistra in particolare: perché proprio nel gesto di inventare il possibile affondava le sue radici storiche, e la sua spinta ideale. Così oggi la sinistra è una tribù in esilio che vaga alla ricerca della sua prossima patria. Non è morta o viva: è in esilio.

(Alessandro Baricco, “La scatola e l’apriscatole”, Micromega, 1, 1997)

 

 

Sono passati 20 anni dal Crollo del Muro di Berlino, dalla Caduta del comunismo internazionale e dalla fine della Guerra Fredda. Quel 9 novembre 1989 bastarono una domanda azzeccata e una risposta improvvisata per smantellare un sistema politico internazionale che si reggeva da più di quattro decadi sulla contrapposizione tra capitalismo americano e comunismo russo.

 

Fu tre giorni dopo quel fatidico giorno che iniziò il lungo travaglio del più grande partito comunista d’Occidente, quel PCI che si era distinto negli anni per una critica feroce al regime e al comunismo sovietico, tentando con Berlinguer di conciliare gli ideali storici su cui si basava l’ideologia comunista con una tradizione di democrazia e pluralismo inedite nelle teorizzazioni ideologiche precedenti. La cosiddetta Terza Via al Socialismo, archiviata con la morte del segretario più amato della storia del PCI, era la prova più concreta e autentica del fatto che il comunismo italiano e quello russo avevano veramente poco da spartire ai tempi della Caduta del Muro.

 

Nei mesi che seguirono il Crollo del Muro, però, i nuovi dirigenti di Botteghe Oscure (i cosiddetti quarantenni che l’anno prima si erano stretti intorno al nuovo segretario, Achille Occhetto) spiegarono al popolo comunista che cambiare tutto, a partire dal nome, era l’unico modo per salvare la Sinistra e gli ideali che l’avevano animata per oltre due secoli. Girarono tutta l’Italia spiegando che quella del loro partito era una storia in decadenza e che bisognava cambiare, che bisognava andare “oltre l’orizzonte”.

 

Eppure, parafrasando la metafora di Baricco sulla scatola e l’apriscatole, possiamo dire che dal 1989 in poi gli eredi del più grande partito comunista d’Occidente non sono più stati in grado di creare apriscatole, tanto meno contenuti o eredità, ma semplicemente etichette, scatole vuote e un po’ di marketing per provare a venderle. Ad essere scomparsi, infatti, non sono stati solo i simboli, ma anche il loro senso.

 

Non è un caso, infatti, che, con un’abile gioco di prestigio politico-mediatico, prima siano spariti la falce e il martello ai piedi della Quercia e infine sia sparita anche la Quercia: entrambi non erano considerati più spendibili e piazzabili nell’umorale mercato della politica italiana.

 

Ed è qui che sta uno dei paradossi della Sinistra italiana: mentre in tutta Europa i partiti conservano le loro identità e rinnovano i propri gruppi dirigenti, in Italia un partito può cambiare per ben tre volte nome e simbolo, conservando de facto (esclusi i deceduti) lo stesso gruppo dirigente di vent’anni prima. I leader del centro-sinistra non risultano più credibili agli occhi della gente perché dal Crollo del Muro di Berlino in poi non sono riusciti a trovare, per usare una formula di Enrico Berlinguer, “vie nuove per i vecchi ideali”.

 

Ci avevano raccontato che la Svolta era il punto di partenza di un nuovo inizio, una sorta di rigenerazione per approdare ad una nuova identità che avrebbe ridato slancio ideale alla Sinistra. Oggi, a vent’anni di distanza, possiamo dire, a ragione, che non è stato così. Che è stato tutto un imbroglio. Non era infatti l’epifania del “Nuovo”, carico di sicuri trionfi e cambiamenti, ma semplicemente il funerale di quello che da una sera alla mattina era diventato “Vecchio”, che avrebbe portato solo ad una stagione di sconfitte e traumi collettivi.

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito ad una gigantesca e dannosa rimozione culturale su quello che il comunismo italiano è stato e in buona parte continua ad essere per la Sinistra italiana.

Rinnegare i propri padri, nella speranza di trovare eredi, e inventare nuove identità per non dover fare i conti con quella che effettivamente avevano, ha portato i post-comunisti a produrre solo una cosa: una marea di orfani e figli unici, che con la disintegrazione della dimensione collettiva si sono rifugiati in un arido e desolato egoismo individualista. Anziché diventare padri di una nuova eredità, sono rimasti gli eterni giovani di quella vecchia.

Erano così preoccupati a dimostrare all’Italia intera che non erano più (e non erano mai stati in alcuni casi) comunisti, che non si sono minimamente preoccupati non solo di definire una volta per tutte cosa sono (e cosa vogliono diventare), ma soprattutto cosa pensano e vogliono fare per dare una voce alle speranze di chi ha sempre votato a Sinistra: in poche parole, a chi vuole un Paese Diverso.

Per questo pensiamo sia necessario, prima di dare vita all’ennesima scatola con l’ennesima etichetta nuova, dare forma al contenuto della scatola e inventare anche l’apriscatole con cui aprirla e quindi disporre del nuovo contenuto. Per questo nasce Orgoglio Democratico: un laboratorio umano e culturale per trovare veramente “nuove vie per i vecchi ideali”. Perché come diceva Norberto Bobbio: “il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza.”

Qualcuno dice che le vecchie identità, i vecchi valori, ma soprattutto i vecchi obiettivi sono superati e perdenti, e per supportare questa tesi si portano ad esempio i fallimenti delle Sinistre in Europa e nel mondo: eppure la vittoria di Barack Obama e il secondo mandato di Zapatero stanno lì a dimostrare che se la Sinistra non snatura se stessa e non si appiattisce su politiche di destra, si dimostra migliore e gode di più consensi della Destra. In Italia è stata inaugurata una folle corsa verso il centro, nell’illusoria speranza di recuperare il voto moderato, e magari cattolico, ma è stata proprio la mancanza di un’identità chiara e di un profilo ideale autentico a determinare gli insuccessi in casa nostra, non il contrario.

 

Come diceva Enrico Berlinguer, “Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo? L'obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell'uomo sull'uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull'altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell'accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d'oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo.”

 

La Sinistra è da vent’anni in esilio e alla ricerca di una nuova patria: per piantare le tende e affrontare le nuove sfide che ci sono davanti a noi, occorre innanzitutto recuperare e difendere la memoria di quello che siamo stati e di quello che abbiamo rappresentato. Serve un partito della sinistra aperto e moderno, capace al tempo stesso di tenere con sé, traducendole all'oggi, le pagine migliori della nostra storia. Serve ricordare sempre, però, che un partito, senza memoria, non esiste. Perché un partito può avere dentro di sé molte memorie, può avere molte radici, ma non può esistere partito che non abbia alcuna memoria e che non abbia alcuna radice.

Un partito di Sinistra crea legami molto forti e suscita una grande passione attraverso la tessera, le primarie, le sezioni perché coltiva ideali e costruisce un’idea condivisa di solidarietà e di progresso sociale. Da ultimo, e non meno importante, i vertici del partito creano un’identità condivisa dando l’esempio ai propri militanti e ai propri elettori, facendo seguire sempre i fatti alle parole, con la coerenza dei propri comportamenti.

 

Ma se a tutto ciò si evita di dare continuità e sostanza; se la militanza diventa un mero sfogo di ambizioni personali e il tesseramento una vecchia bardatura del potere democristiano; se la passione viene continuamente uccisa da dosi letali di realpolitik, ma soprattutto, se dei legami e dei simboli, oltreché della memoria, ci si ricorda solo al momento di chiedere il voto e le sezioni diventano luoghi di apparato; se le primarie vengono considerate una fastidiosa perdita di tempo e la scelta dei candidati alle regionali si trasforma in una guerra tra satrapi e capibastone; se l’ideale diventa obsoleto e la coerenza morale si trasforma in dialogo basato sul nulla e con nessuno; se insomma, non esiste più una leadership e un partito che si occupino dei problemi della società, senza dimenticare da dove vengono e ben spiegando dove vogliono andare, CHI può biasimare quello storico elettore di sinistra che sceglie di non andare a votare, nauseato da ciò che lo circonda, oppure prende in considerazione di votare Di Pietro o addirittura la Destra?

 

Le parole d’ordine del passato non funzionano più perché sono state tradite da chi aveva avuto mandato dal popolo di custodirle e tradurle in azioni politiche ben precise. Come dice Jose Saramago, ogni volta che la Sinistra vince e va al governo, prepara la sua sconfitta, perché si appiattisce sui programmi della destra. E la nostra Sinistra, più di tutte le altre, lo ha fatto con la sporca pratica dell’inciucio.

 

Per questo non si può più chiedere a nessuno di turarsi il naso e votare lo stesso, per paura che dall’altra parte vinca ancora Berlusconi: perché se Berlusconi è lì, bisogna ringraziare anzitutto quella generazione che una volta si definiva orgogliosamente di Sinistra e, anzi, si dichiarava pure comunista.

 

I leader del PD se ne facciano una ragione: il pericolo Berlusconi non funziona più prima delle elezioni come in passato, perché sono stati loro stessi a disinnescarlo con le proprie parole, i propri discorsi sulla fine dell’anti-berlusconismo e sull’anti-politica: perché se non c’è più l’anti, non c’è nemmeno più il Berlusconismo e allora l’elettore vota la destra. Perché se si ruba anche a Sinistra, non si vede perché questa debba essere preferita alla destra.

 

Il Pd dovrebbe rendersi conto che occorre ben altro che una mera somma di partiti e partitini per costruire quella grande opposizione civile e democratica che sia veramente d’alternativa a questo sistema di potere che privilegia gli arroganti, i prepotenti e i delinquenti.

 

Per NOI la Sinistra non è più un partito da un pezzo: è una scuola di vita e una morale che ci hanno tramandato i Grandi Vecchi come Gramsci, Berlinguer, Pertini, Valiani, Foa, Biagi, Bobbio, Sylos Labini, ma anche un liberale di destra come Montanelli. Purtroppo i Grandi Vecchi sono morti, e anche noi non ci sentiamo più tanto bene.

 

C’è bisogno di cambiare, ma non basta cambiare un nome o una sigla: bisogna cambiare il modo di affrontare i problemi e di intendere il potere, che non può più essere inteso come fine ultimo della politica, ma come mezzo per attuare il cambiamento.

 

Perché come disse Norberto Bobbio all’indomani della caduta del muro: “O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?

 

LA SFIDA DEL CAMBIAMENTO

 

“Il Cambiamento non arriverà se aspettiamo qualcun'altro o qualche altro momento. Noi siamo quelli che stavamo aspettando. Noi siamo il Cambiamento che stiamo cercando.”
(Barack Hussein Obama, 44° Presidente degli Stati Uniti d'America)

 

 

Orgoglio Democratico viene fondato per riunire tutti i cittadini che credono nei valori di democrazia e di libertà, nel riformismo e nell'antifascismo, che sono stanchi e stufi di essere stufi e stanchi del proprio Paese (e del degrado politico, culturale, economico e sociale a cui questa classe dirigente lo ha condannato), che vogliono tornare ad essere Orgogliosi di esso e lo vogliono fare da Democratici autentici, affrontando realmente e seriamente i problemi che lo affliggono e lasciandosi alle spalle i pregiudizi e le logiche della vecchia politica, causa del degrado generale che affligge l’Italia e le sue istituzioni.

 

Noi pensiamo sia giunto il momento di costruire finalmente le basi per il Cambiamento anche in Italia, non credendo però nella forza trascinatrice di questo o quel candidato, bensì nella capacità del popolo italiano di riappropriarsi dei propri spazi che la democrazia gli ha concesso, ma che i partiti hanno progressivamente occupato nel tempo: siamo convinti che gli italiani di qualsiasi livello culturale e fede politica abbiano voglia di una politica nuova, non concentrata sul “come”, ma sul “perché” vincere, concentrata sui valori e sugli ideali che abbiamo in comune come italiani e su un rinnovamento non solo politico, ma anche etico dello Stato e delle sue istituzioni.

 

Oggi come ieri, noi Italiani abbiamo avuto governi che si preoccupavano più di difendere i potenti dai non potenti, anziché il contrario, favorendo così quelle lobby di interessi economico-finanziari contrapposti responsabili della più grande crisi economica degli ultimi 80 anni, a sua volta figlia della Crisi Morale profonda non solo di questo Paese, ma di tutto il sistema economico-finanziario mondiale.


Di fronte all’avanzata della Nuova Destra, quella che non si dichiara fascista, ma applica una verticalizzazione del potere più graduale, ma continua (in modo da assicurarsi il controllo perenne delle istituzioni), il Partito Democratico, in cui riponevamo le nostre speranze e che poteva farsi protagonista del Cambiamento, non ha aggiornato la sua visione e il suo messaggio, ricadendo nelle stesse vecchie logiche proprie della partitocrazia e della correntocrazia che erano la vera erbaccia da strappare, e che invece si è resa più forte attraverso l’introduzione di una serie di anticorpi che rendono i servitori dello Stato più uguali dei cittadini che li eleggono.


Oramai la preoccupazione principale della classe dirigente della Sinistra, tutta, senza eccezioni, non è quella di rilanciare i valori caratterizzanti della sua azione sociale e porre le basi del cambiamento, bensì quella di vincere le elezioni, con qualunque mezzo: è questa concezione del potere inteso come fine ultimo di una battaglia politica e non come mezzo per attuare il Cambiamento, che è alla base della perdita di credibilità di questa classe dirigente.

 

Ebbene, Noi pensiamo che non possiamo più permetterci di essere così preoccupati di perdere le elezioni, perdendo poi di vista le battaglie fondamentali che dobbiamo vincere per le prossime generazioni, come quelle sui diritti civili, sulla meritocrazia, sull’abolizione dei privilegi, sulla trasparenza del potere e sulle libertà fondamentali sancite dalla Costituzione: non possiamo più permetterci di cercare il candidato ideale per porre le basi del cambiamento tra i soliti giocatori che sono in politica da decenni e hanno dimostrato di non essere in grado di offrire un’alternativa credibile per costruire una nuova società come quella che noi vogliamo e che è diversa da quella attuale.

Non ci si può presentare come abili navigatori della politica fallimentare che ha trascinato nel baratro questo Paese, e il giorno dopo auto-proclamarsi paladini del cambiamento, come hanno fatto molti leader del centrosinistra degli ultimi quindici anni: il vero cambiamento, il candidato ideale, colui cioè che ripercorrerà la parabola di Obama qui in Italia, va ricercato nella società civile, la quale però viene artificiosamente coinvolta nella vita politica attiva solo quando l’establishment è sicuro che i cittadini ratificheranno le decisioni prese da esso, mentre i moltissimi giovani pieni di passione che chiedono di partecipare al cambiamento che li riguarda direttamente, vengono marginalizzati.


Non è un caso che, dal 1991 ad oggi, non ci sia stato un congresso del PDS-DS-PD che si sia aperto senza che non se ne conoscesse già l’esito. Il centralismo democratico ha lasciato il posto alle acclamazioni tipiche della Destra, con l’unico risultato di ottenere un unanimismo di facciata che nascondeva un cannibalismo tra leader che ha prodotto solo disastri. In tutto questo affanno e in questa perenne metamorfosi alla ricerca di un’identità si vede la cavia da laboratorio che percorre chilometri sulla ruota senza mai muoversi di un passo. Ed è proprio questo immobilismo camuffato a progresso che ha favorito quello che Indro Montanelli definiva “la feccia che risale il pozzo”: il Berlusconismo.

 

I problemi, ne siamo consapevoli, non sono iniziati nel momento in cui Berlusconi è entrato in politica e nemmeno finiranno quando Berlusconi sarà finalmente uscito da essa: i problemi rimarranno se non poniamo fine a quella politica fallimentare incentrata sulla difesa di interessi personali che la classe dirigente di questo Paese continua a portare avanti, se non combatteremo le lobby che hanno ostacolato il progresso e hanno condannato il Paese ad un provincialismo imbarazzante, se non riproporremo senza se e senza ma la Questione Morale che continua ad essere il centro propulsore della corruzione e del degrado sociale e istituzionale italiano.

Soprattutto, non cambieremo proprio nulla se non costruiamo da adesso una leadership che non si limiti a dire alla gente ciò che vuole sentirsi dire, ma che dica a ciascuno ciò che deve sapere e deve fare per il rinnovamento di questa società: questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno, non basta cambiare sigle e aggettivi, c’è bisogno di una vera rivoluzione morale nel sistema dei partiti.

Quello che Noi Italiani semplicemente vogliamo non è un governo che risolva ogni problema, ma un governo che sia al servizio degli interessi generali del Paese, non solo di una sua parte.

 

 

I GIOVANI PROTAGONISTI DEL CAMBIAMENTO

 

“Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c'è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull'ingiustizia.”
(Enrico Berlinguer)

 

Il Cambiamento è possibile, ma questo deve essere proposto e partecipato non dai soliti noti, ma da energie nuove non ideologizzate da questa o da quella corrente di partito: i giovani, quelli veri, cioè quelli che non lo sono solo fuori, che non sono eterni replicanti di un Dorian Gray divenuto sempre più reale in questa società, che sono realmente interessati a proporre il Cambiamento e combattono con ogni mezzo chi si preoccupa solo di se stesso e dei propri interessi, sono loro i protagonisti di questa sfida.

 

La larga parte dei giovani politicamente impegnati reclama la libertà di parlare e di scrivere, ma molto spesso si dimentica di avere anche la facoltà di pensare liberamente con la propria testa: essi delegano così l’unica vera attività libera che hanno ad altri, solitamente i leader della corrente a cui hanno aderito, facendosi inculcare concetti e pregiudizi, e si trasformano in piccoli replicanti dell’originale, senza alcuna coscienza critica e politica. Diventano megafoni di un pensiero non proprio, diventando essi stessi, inconsapevolmente, i primi avversari del Cambiamento osteggiato dai loro leader.

 

È sotto gli occhi di tutti come vi sia un aggravamento delle condizioni di vita complessive della gioventù italiana. Diventa sempre più difficile per i giovani entrare in modo libero nella vita politica, economica e sociale di questo Paese, ossia senza essere inseriti in categorie lavorative stabilite dai ceti dominanti, i cosiddetti “poteri forti” che alimentano la burocrazia della Repubblica, bloccando l’intero sistema paese nell’eterno mantenimento dello status quo.

 

È un fatto che oggi le enormi energie politiche, economiche e sociali rappresentate dalle giovani generazioni vengano escluse dal processo produttivo, dallo sviluppo civile e politico, oltreché dalla storia di questo Paese. Il Partito Democratico ha dato prova di saper invertire la tendenza coinvolgendo i giovani nella costituzione di un nuovo soggetto politico progressista, laico e riformista, ma non è stato capace di incanalare le forze giovanili in un’azione di cambiamento reale e partecipata dal basso, provocando la delusione e lo sconforto dei giovani stessi: primarie manovrate da correnti, scarsa attenzione ai loro bisogni e la riproposizione dei soliti conflitti interni hanno trasformato il sogno nell’ennesimo incubo vivente.

 

Noi pensiamo quindi che quanto fatto finora non sia sufficiente perché si verifichi un cambiamento definitivo nei modi di fare della politica italiana, perché rimangono ancora troppi elementi di frizione verso la dura battaglia contro la cattiva politica, che ha coinvolto strati non indifferenti del vecchio centrosinistra e dello stesso Partito Democratico: infatti moltissime persone all’interno di quello che doveva essere il partito nuovo non sono più mosse dalla passione politica, bensì dalla bramosia di potere e poltrone che ogni grande progetto genera.

 

Proprio per questo motivo noi siamo convinti che principalmente i giovani, ma non solo, debbano compiere uno sforzo culturale in più per garantire un'unità politica, sociale e morale di questo Paese, e per questo devono farsi carico di interpretare ogni volta le istanze di rinnovamento provenienti dalla società civile e trovare sempre le soluzioni migliori ai problemi che affliggono il cittadino.

 

Del resto, risulta essere quanto mai attuale la tesi di Berlinguer sulla perdita di autorità dei partiti e la sfiducia dei cittadini nei loro confronti: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto-boss.”

 

Per troppo tempo la politica italiana è stata autoreferenziale, troppo a lungo si è rimasti immobili di fronte ai cambiamenti che attraversavano l’umanità tutta: quello che noi ci proponiamo di fare è quindi quello di costituire un movimento di cittadini interessati alla risoluzione dei problemi che riguardano solo ed esclusivamente il cittadino, lasciando agli organi di partito la sterile discussione sui falsi problemi della politica che troppo a lungo sono stati usati come alibi dalla classe dirigente di questo Paese.

 

Noi non vogliamo essere né un partito, né siamo una corrente: siamo cittadini che conoscono i problemi della società perché la società la vivono ogni giorno, la cui quotidianità è fatta di duro lavoro e di sacrifici, non di ristoranti lussuosi e auto blu. Per questo siamo e saremo una forza inarrestabile, perché nessuno di noi è chiuso in un Palazzo a pensare ad una società ideale che non esiste nella realtà, ma saremo tra la gente e con la gente per attuare il vero Cambiamento.

 

Noi pensiamo che l’ora dei ricatti, dei personalismi, delle vuote promesse e delle retoriche di parte sia finita e serva una svolta forte e definitiva, soprattutto in senso morale: noi facciamo appello ai sentimenti migliori di chi, come noi, intende perseguire la realizzazione di una società libera da quei corporativismi economici e da quei particolarismi politici che bloccano l’intero sistema Paese e rafforzano quella burocrazia generatrice di gravi ingiustizie sociali.

 

Noi pensiamo che sia fondamentale per la realizzazione di questo obiettivo porre l’attenzione su questioni che ancor prima che politiche, sono essenzialmente storiche e culturali.

 

 

RICORDARE BERLINGUER PER RIFONDARE LA POLITICA:

LA QUESTIONE MORALE

 

“Ecco perché, nel Pantheon del Partito Democratico, hanno issato sul piedistallo Craxi, ma Berlinguer non l’hanno voluto. Quale politico oggi sarebbe capace di parlare così? Forse è il caso di riportarcelo Berlinguer, nel Pantheon del PD, anzi, nel Pantheon di tutti i partiti: perché, da morto, è molto più vivo di tanti morti viventi.”
(Marco Travaglio, Promemoria – Quindici Anni di Storia d’Italia ai confini con la realtà)

 

Enrico Berlinguer moriva l’11 giugno 1984, verso la fine dell’altro secolo, aveva 62 anni, era padre di quattro figli ed era segretario del Partito Comunista Italiano da più di dodici. Come dice Gaber in una sua celebre canzone, “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.”

Ed è proprio questo che ha fatto di Berlinguer un uomo irripetibile sulla scena politica italiana, verso la quale la maggioranza del popolo italiano non riesce a non provare un profondo affetto e un’inesauribile stima, anche a venticinque anni dalla scomparsa: la sua convinzione per la quale dietro ogni scelta politica ci dovesse essere anche una precisa scelta morale, coerente con i propri ideali, è uno degli elementi che hanno contribuito a trasformare Enrico Berlinguer nel leader più amato della Prima Repubblica.

Scrisse Norberto Bobbio, “Caratteristica fondamentale di Enrico Berlinguer è stata, a mio avviso, quella di non avere i tratti negativi che contraddistinguono tanta parte della classe politica italiana. Penso alla vanità, all'esibizionismo, all'arroganza, al desiderio di primeggiare che purtroppo fanno parte del 'mestiere', della professione del politico.”

Quante volte, in questi venticinque anni, vedendo scorrere sotto i nostri occhi fiumi di scandali e di maleodoranti liquami, ci siamo chiesti che cosa avrebbe detto Berlinguer, se fosse campato quasi cent’anni come Vittorio Foa o Norberto Bobbio. Esercizio inutile. Non tanto per la sua meravigliosa imprevedibilità, quanto perché, a cercare nei suoi innumerevoli scritti, discorsi parlamentari, interviste, Enrico aveva già detto tutto su tutto. Anche su ciò che non ha fatto in tempo a vedere.

Con una capacità di anticipazione che oggi lascia stupiti, aveva intuito la degenerazione che stavano vivendo i partiti, la loro trasformazione in macchine di potere e di corruzione. Aveva capito che il mondo stava cambiando e che la sinistra, se voleva continuare ad esistere e a non rinunciare a se stessa, doveva rinnovare il suo bagaglio, "trovare strade nuove per i vecchi ideali".

Nei primi anni Ottanta Berlinguer era riuscito a mettere a fuoco i grandi temi di una nuova politica di sinistra, al di là della tradizione comunista: l’impiego dell’energia solare, invocato nel 1983, per ridurre la dipendenza energetica del nostro paese; la strategia del compromesso storico, per creare un unico orizzonte delle forze anti-fasciste e portare i comunisti al governo; la rottura con l’URSS, quando il socialismo sovietico era un punto di riferimento internazionale per tutti i comunisti; la battaglia per la dissoluzione del divario crescente tra nord e sud del mondo, quando la globalizzazione non era ancora una parola del dizionario; l’importanza del ruolo dell’Europa, da contrapporre sia al decrepito comunismo reale sia al neoliberismo portatore di ricchezze per pochi e di ingiustizie per molti; per non parlare del progetto di un’economia mondiale con Olof Palme, della valorizzazione della diplomazia dei popoli, dei movimenti della pace e delle donne.

Ma è proprio nella Questione Morale che si comprende appieno la grandezza e la lungimiranza di Enrico Berlinguer: prima di tutti, aveva capito il rischio a cui andavano incontro i grandi partiti di massa, se non avessero aggredito appieno la cause della Questione Morale, punto fondamentale per la ripresa di fiducia dei cittadini nelle istituzioni e quindi della tutela della democrazia.

Il suo non fu un tentativo di ridare fiato alla sua politica dell’Alternativa, ma fu una vera e propria denuncia contro un sistema di potere che, otto anni dopo, avrebbe portato al collasso il sistema politico ed economico della Prima Repubblica.

Proprio per questo motivo noi pensiamo che la prima e più importante questione nazionale sia la Questione Morale, che costituisce da sempre il vero centro del problema italiano: sono passati 27 anni dalla denuncia di Enrico Berlinguer sull’occupazione dello Stato da parte dei partiti, eppure dal 1981 ad oggi, nonostante l’avvento dei suoi eredi alla guida del Paese, nulla è cambiato, anzi, vi è un peggioramento generale dello Stato e di tutti i partiti.

 

Il fatto che oggi la Questione Morale sia riproposta con forza da un comico, Beppe Grillo, invece che da un politico significa una cosa sola: nessun politico assolve la funzione più nobile della politica, ossia quello di rendere il più trasparente possibile il rapporto essenziale tra i cittadini e lo Stato.

 

La Questione Morale non è stata un’invenzione di Berlinguer per ridare fiato alla propria politica dell’Alternativa, ma è un problema che, sotto vari nomi, riesplode con letale regolarità in ogni epoca della storia: Euripide nelle sue tragedie rifletteva la crisi della Polis antica proprio come scontro tra morale e potere; Cicerone più di 2000 anni fa denunciava la Crisi Morale della classe dirigente di Roma e ne prevedeva gli effetti devastanti sulla Repubblica; Tacito più tardi fece esattamente lo stesso nell’Impero; Dante lo riaffermava nella Divina Commedia; Manzoni ripropose lo scontro tra essere e dover essere nelle sue opere; Luigi Einaudi attaccava la corruzione dello Stato Liberale, incapace di prevedere lo tsunami del Fascismo che lo avrebbe spazzato via; Berlinguer prevedeva la fine della Prima Repubblica se non si fosse risolta la Questione Morale.

 

Questi sono solo alcuni esempi di come l’equilibrio tra morale e potere sia una condizione insopprimibile per attuare una vera democrazia: basta che uno prevalga sull’altro per incorrere in un restringimento delle libertà di ciascuno che sfocia in forme di governo autoritarie e non democratiche; quando è il potere ad essere troppo spregiudicato, si cade nei regimi politici, quando prevale la morale, invece, assistiamo alla ribalta dei regimi religiosi. 

La storia è maestra, ma nessuno sembra mai imparare nulla: anche oggi, soprattutto oggi, ci sono rischi altissimi che la Repubblica venga meno per lasciare il posto ad un regime innestato sulla potenza dei mezzi di comunicazione, ma anziché riproporre la Questione Morale, la classe dirigente della Sinistra si scaglia proprio contro chi chiede una politica diversa investita di una nuova dimensione etica, evocando lo spettro dell’Antipolitica.

 

La Questione Morale non può più essere ignorata ed essa si è aperta in Italia proprio perché gli interessi di partito sono divenuti così predominanti da scontrarsi con gli interessi generali del Paese: questo è lo stato di cose da cambiare per evitare una rivolta contro tutti i partiti (che sta già maturando sotto l’insegna di quello che qualcuno, spregiativamente, chiama Antipolitica col fine di minimizzare la Crisi Morale profonda di questo Paese), che ne colpirebbe la funzione essenziale e legittima e che porterebbe perciò a pericoli per la tenuta del nostro sistema repubblicano democratico.

 

Affrontare la Questione Morale è una condizione insopprimibile per poter proporre e fare accettare ai cittadini italiani una politica severa e coerente di risanamento economico: il fallimento del Governo Prodi è dovuto essenzialmente al fatto che nel momento in cui si sono chiesti sacrifici ai cittadini, non si ha avuto la stessa forza di agire su quegli intollerabili privilegi di cui la classe politica gode e non vuole disfarsi, alimentando così l’astio e il risentimento verso le istituzioni e principalmente verso lo stesso Governo.

 

La confusione tra funzioni di partito e funzioni governative ha provocato una lunga serie di fenomeni degenerativi della nostra Repubblica quali il sottogoverno (che ha dominato ogni legislatura della storia repubblicana passata e recente), il clientelismo (che soffoca ogni tentativo di attuare un sistema meritocratico nella società civile), le spartizioni di potere (che danno luogo a lottizzazioni nella pubblica amministrazione), le commistioni tra potere politico ed economico (che hanno dato luogo a scandali quali Tangentopoli, di cui è figlia la recente Bancopoli) e l’abitudine all’impunità (che vede nell’approvazione di leggi ad personam il punto più alto del decadimento morale e politico del sistema dei partiti).

 

Se i Partiti, e soprattutto il Partito Democratico, principale forza di opposizione, non daranno segno di voler risolvere la Questione Morale, indirizzando le proprie forze e le proprie politiche verso i cittadini e non verso se stessi, nessun partito potrà dirsi veramente nuovo: non basta cambiare le sigle, bisogna cambiare anche la classe dirigente e il modo di fare politica. Il rischio reale che porterebbe ad un impoverimento non solo della vita politica, ma anche della vita dell’uomo in generale, è che i partiti politici odierni diventino sempre più solo dei partiti-immagine e perdano il loro ruolo primario di partiti d’opinione.

 

È un fatto che l’affievolimento dell’impegno politico, scolastico e lavorativo da parte dei giovani e dei meno giovani trovi la sua causa principale nel fatto che la classe dirigente di questo Paese non fa niente per renderli consapevoli delle ragioni sociali che dovrebbero spingerli verso la realizzazione dei propri ideali, ma anche verso l’applicazione delle proprie idee per innovare la società in cui vivono: la classe politica non sa infondere in tutta la collettività il senso dello Stato perché essa stessa non ce l’ha, non sa insomma indicare una nuova prospettiva di sviluppo a tutta la nazione, che rimane il fanalino di coda dell’Unione Europea sia a livello economico che a livello culturale e sociale.

 

Come diceva Enrico Berlinguer: “Un Paese non vive senza unità morale”, ed è proprio la mancanza di questa unità morale che crea le disuguaglianze ataviche del nostro Paese, vale a dire l’assenza di un civismo comune, di un senso del dovere forte e di una cultura del merito troppe volte sacrificata sull’altare del baronaggio politico.

 

 

RIFONDARE LA POLITICA PER RIFONDARE LA SOCIETÀ:

IL MERITO

 

"Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata."
(Enrico Berlinguer)

 

 

Una società meritocratica è, per definizione, una società dinamica, che sa rompere le barriere fra le classi e combatte i privilegi. Nel suo celebre volume dato alle stampe nel 1958, The Rise of Meritocracy, Micheal Young, eminenza grigia del Labour Party inglese, sintetizzò in un’equazione le sue tesi sulla meritocrazia: I+E=M, dove I sta per Intelligence (quindi doti intellettuali), E sta per effort (e dunque per impegno personale), mentre M, Merit, è la risultante di queste due virtù.

 

Ma ben 10 anni prima di Young, il medesimo concetto veniva formulato nella Costituzione Italiana, all’art.34 della quale sta scritto: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

 

Addirittura nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, firmata dai rivoluzionari francesi nel 1789, sta scritto all’art.6: “Tutti i cittadini sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti.

 

In altre parole, la disuguaglianza è tollerabile solo quando è naturale (basata sulle doti e le abilità di ognuno), non politica (frutto di convenzioni sociali, che avvantaggiano pochi in ricchezze, onori, nobiltà e potere).

 

Il Cambiamento si realizza quindi nella lotta per una nuova società fondata sulla giustizia sociale, sulle libertà personali, ma soprattutto fondata sul merito e non sulla cooptazione. Solo una società veramente meritocratica può abbattere le ingiustizie e dare a tutti le stesse possibilità per cambiare le proprie condizioni di vita: troppo spesso ai vertici di questa piramide sociale siedono personalità contorte che gestiscono la cosa pubblica senza un minimo di competenza, facendo un uso privato di risorse pubbliche.

Lo stesso Parlamento Italiano, come è noto, è eletto dal popolo solo formalmente, perché in realtà è nominato da ristrettissimi gruppi di persone, una trentina al massimo, che non sono altro che quelle “componenti organiche del Palazzo”, come diceva Pasolini, che assumono le vere decisioni che poi vengono ratificate nei luoghi formali del potere istituzionale.

Il vero Potere non è mai sulla pubblica piazza, il vero potere è osceno, nel senso latino del termine, cioè è dietro la scena, opera all’insaputa dei cittadini e pone le basi per una sua duratura stabilità.

 

Con la legge elettorale varata a colpi di maggioranza da Berlusconi nel 2005 per impedire al centrosinistra di vincere, gli elettori non possono più scegliere i propri rappresentanti, ma solo ratificare a scatola chiusa le scelte effettuate dall’alto: la limitazione del diritto di voto è una conseguenza della totale mancanza di rispetto dell’attuale classe dirigente nei confronti dei cittadini elettori, oltre a dimostrare come voglia limitarne l’azione di controllo democratico.

È stato definitivamente spezzato il rapporto con il territorio dei parlamentari, che non rispondono più al popolo sovrano, ma solo ai loro nominatori ai quali devono subordinarsi, se vogliono vedersi garantita l’elezione nella legislatura successiva: si è creato un muro di nebbia impenetrabile tra la società civile e la classe dirigente, una incomunicabilità tra i due mondi che porta ad esiti disastrosi anche sullo sviluppo civile, politico ed economico del Paese.

Insomma, il Parlamento non capisce quello che i cittadini vogliono e, anziché stringere anch’esso la cinghia, alimenta il fuoco della protesta e della sfiducia aumentandosi i privilegi, anziché abolirli, e continua a privare di diritti e servizi essenziali i cittadini che pagano le tasse.

Il fatto che la legge nazionale fosse stata approvata in modo totalmente illiberale dal centrodestra, non significa che i referenti del centrosinistra siano esenti da colpe: pochi sanno che nel 2003 la regione Toscana ha approvato una legge elettorale regionale proporzionale con liste bloccate e senza voto di preferenza; non parliamo poi della dura opposizione a Prodi nel 2006 e di molte anime del Pd nel 2008 per la preselezione attraverso primarie dei candidati alle elezioni nazionali.

Insomma, questa legge elettorale, criticata a destra e a sinistra, ma anche condivisa sia da destra che da sinistra, non ha fatto altro che estremizzare e rendere più evidente (e lecito) il sistema di cooptazione oligarchica che sta alla radice della formazione della classe politica e della sua conseguente degenerazione morale.

Noi pensiamo che le primarie siano uno strumento essenziale nella vita di ogni partito per permettere una libera competizione, ma soprattutto per spezzare il sistema oligarchico che impera nella società italiana: da anni ormai i partiti e le loro correnti non sono più strumenti di dibattito plurale, ma assomigliano sempre di più a quote di un consiglio di amministrazione dell’azienda Potere.

L’intera architettura istituzionale disegnata dalla Costituzione, fondata sulla divisione e il bilanciamento dei poteri, sulla partecipazione popolare tramite i partiti, su forme di democrazia diretta e sul controllo della pubblica opinione, sta diventando sempre più un guscio vuoto, uccisa e violata da leggi sempre più sottili e machiavelliche ideate da questo consorzio di interessi parziali.

Il nuovo sistema oligarchico (che sembra tanto ricordare le nomine octroyè del Parlamento concesse dai sovrani assoluti prima delle rivoluzioni borghesi) replica il peggio della partitocrazia e della correntocrazia della Prima Repubblica, in quanto la fine delle ideologie, il tramonto delle culture del Novecento, la fine dell’economia industriale hanno disarticolato quelle identità collettive aggreganti del corpo sociale che in passato consentivano una partecipazione di base.

L’abolizione della selezione per meriti sostituita da quella per cooptazione e per fedeltà sta creando una società di sudditi, cortigiani e giullari che va a comporre quel ceto di serie A di circa 500.000 persone che hanno trovato nella politica la scala mobile dell’ascensione sociale ed economica (garantita mediante l’occupazione e la lottizzazione dei gangli vitali della società civile, come la Rai, gli ospedali e le municipalizzate).

L’uccisione della meritocrazia è l’unico modo per impedire qualsiasi riscatto ai poveri, creando sempre più masse di diseredati, disoccupati e disgraziati contrapposte ad elite di baroni ricchissimi. Qualcuno dice che sono finiti i tempi della lotta di classe: ma le classi continueranno ad esistere finché perdureranno clientelismo, cooptazione e familismo amorale.

Al vertice della piramide economico-finanziaria, strettamente legata a quella politica, vi sono infatti non solo imprenditori capaci che rischiano e accrescono la ricchezza del Paese, ma anche e soprattutto stuoli di esponenti di quel capitalismo irresponsabile senza meriti e senza limiti legali, sociali ed etici che ha causato la gravissima crisi finanziaria contemporanea: per anni questi signori hanno chiesto deregulation alla politica per portare avanti i propri interessi personali a discapito dei cittadini, e ora invece chiedono (e ottengono) l’intervento dello Stato (quindi i soldi dei cittadini che hanno frodato) per rimediare ai propri disastri e ai propri crimini.

Negli ultimi dieci anni i profitti delle imprese sono cresciuti dell’87%, i salari solo del 13, mentre lo scarto tra lo stipendio dei massimi dirigenti e i loro dipendenti è di uno a quattrocento. Incredibile se si pensa che appena 20 anni fa era uno a quaranta e oggi in Italia ci sono i salari più bassi d’Europa.

L’OCSE ha disegnato un paese dove i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sono sempre più ricchi: con che coraggio certi signori della destra parlano di sacrifici per i lavoratori, quando essi stessi non hanno diminuito di un euro la propria busta paga, visto e considerato che le sole stock option (il premio assegnato ai manager che hanno aumentato il valore in soldi in dividendi delle società) è salito nel 2007 a 500 milioni di euro.

Molti affermano che questa classe dirigente rispecchia la società civile che la vota. Benissimo. Ma è anche vero che ogni popolo è ciò che la sua classe dirigente lo fa essere: è la classe dirigente che dirige la formazione della pubblica opinione, organizza il sapere sociale, seleziona la memoria collettiva, costruisce la tavola dei valori, imponendo dall’alto modelli negativi e positivi.

Come diceva Pasolini, le culture popolari autentiche, quelle che nascevano nelle campagne e nei quartieri popolari, sono state sostituite dall’omologazione di massa pilotata dal grande capitale e da una classe dirigente che, soprattutto con le televisioni, informa e forma l’opinione pubblica, infarcendola di tristi luoghi comuni e di spazzatura culturale.

Il Merito è un’arma potentissima per risolvere la Questione Morale e dare vita al vero Cambiamento di cui l’Italia ha bisogno per rialzarsi dal degrado a cui questa classe dirigente l’ha condannata.

 

 

 

RIFONDARE LA SOCIETÀ PER RIFONDARE LO STATO: QUESTIONE MERIDIONALE, MAFIA E FEDERALISMO

 

"Quali garanzie offre questo Stato per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro  l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito in ogni città e in ogni villaggio è possibile compilare un lungo elenco di malversazioni, di casi di concussione e di abusi rimasti impuniti; i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi  perché quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino."
(Leonardo Sciascia, 1979, intervista a Marcelle Padovani)

 

 

Noi di Orgoglio Democratico siamo convinti che la sottovalutazione della Crisi Morale di questo Paese sia la causa principale che impedisce di affrontare in modo definitivo la maggior parte dei problemi che affliggono la società italiana. Sono i fenomeni degenerativi che derivano da un abbandono della Questione Morale a rendere irrisolvibili le altre questioni fondamentali del nostro Paese, tra cui, secondo noi, spicca la Questione Meridionale, che ha rivelato in quelle aree meno industrializzate un disagio e una disaffezione profonda dei cittadini verso il sistema governativo locale e nazionale, impotente di fronte a piaghe sociali come la criminalità organizzata, la disoccupazione, l’emigrazione e il clientelismo: sono passati quasi 150 anni dall’unità d’Italia, eppure il disequilibrio tra le regioni settentrionali e quelle meridionali è altissimo tutt’oggi e vede un appiattimento delle possibilità politiche, economiche e sociali dei giovani di quelle regioni.

 

La Questione Meridionale è il risultato più grave della sottovalutazione della Crisi Morale di questo Paese, traducendosi in un malgoverno bipartisan a livello nazionale e locale che ha rivelato tutta la sua incompetenza nell’affrontare un’emergenza come quella dei rifiuti, che per quindici anni è rimasta una situazione di ordinaria amministrazione.

 

La differenza abissale tra le regioni meridionali e quelle settentrionali è dettata dalla differenza di comportamento delle rispettive classi dirigenti: il sottosviluppo, la corruzione e accertate commistioni tra potere politico e mafioso allargano di anno in anno la distanza economica dal Nord, che ha almeno il pregio di riassorbire la corruzione grazie a politiche pubbliche incentrate all’efficienza che lo inseriscono nel ciclo economico globale. È solo l’attuale sistema centralistico dello Stato che ha in parte frenato l’allargamento della forbice tra Nord e Sud, ma questa è destinata ad aumentare inesorabilmente nel momento in cui verrà attuato un Federalismo iniquo che mira alla disarticolazione della realtà nazionale.

 

C’è il rischio che in nome del Federalismo vengano meno ingenti trasferimenti netti dello Stato nei confronti del Mezzogiorno che aumenteranno la differenza di qualità di governo tra Nord e Sud: a quel punto gli enti locali dovranno compensare la perdita o con una maggiore imposizione fiscale o con un netto taglio alla spesa pubblica, con conseguente espansione della criminalità organizzata, che si ritroverebbe a sostituire lo Stato.

 

C’è un attivissimo comitato d’affari di politici, imprenditori e mafiosi che sistematicamente riesce a neutralizzare l’attività della magistratura, condannando la parte migliore del Mezzogiorno ad un isolamento istituzionale che aggrava ancora di più il disagio delle popolazioni locali.

 

Vi è un assordante silenzio dello Stato sul rapporto tra politica e mafia, che ha a che fare con una vera e propria rimozione culturale che questa classe dirigente sta operando con uno scopo ben preciso: cancellare dalla memoria popolare gli esempi di altissima virtù e onestà indiscussa del generale Dalla Chiesa, del comunista Pio La Torre e dei magistrati Falcone e Borsellino, che dai tempi del maxi-processo fino ad oggi sono stati i punti di riferimento della lotta alla mafia.

 

Il PCI ha scritto alcune delle pagine più gloriose della guerra alla mafia di questo Paese, ma si è fatta strada tra i suoi eredi una componente che sull’altare del realismo politico ha accettato colpevolmente di convivere con il sistema mafioso: è un fatto che dopo la sconfitta subita nel 1994 da quella che veniva definita “una gioiosa macchina da guerra”, anche a sinistra i temi del rapporto mafia-politica e della corruzione sono stati rimossi e messi in sordina.

 

Sono tanti quelli che hanno continuato ad impegnarsi senza compromessi, ma purtroppo hanno dovuto accettare la presenza di quella parte deviata che continua tutt’oggi a sfornare personalità di grande successo personale, ma dal basso profilo morale.

 

Noi pensiamo si debba ritrovare il coraggio di riprendere senza esitazioni la lotta alla mafia, che viene portata avanti solo in modo fittizio e teatrale, senza una vera politica di contrasto alle vere cause della proliferazione del sistema mafioso in tutta Italia. Vi è infatti uno schieramento trasversale della delegittimazione che, dopo aver infangato Falcone e Borsellino da vivi, tentano con una certa regolarità di utilizzarli contro quei magistrati che, dopo le stragi del 1992, cercheranno di proseguire la loro attività proprio sul terreno della politica: le stesse persone che hanno definito Falcone “un comunista, ammalato di protagonismo” sono gli stessi che oggi lo ergono a maestro di garantismo e professionalità, usandolo contro chi cerca di arrestare i veri mandanti del suo assassinio.

 

Ebbene, Noi pensiamo non solo che sia necessario tutelare i cittadini del Mezzogiorno dalle politiche secessioniste, razziste e discriminatorie della Lega, ma combattere anche chi, soprattutto nel Partito Democratico, offrirà il fianco a questi progetti di disarticolazione dell’unità nazionale e di mafiosizzazione del sistema politico.

 

L’insofferenza di una certa parte del ceto produttivo del Nord nei confronti di un Meridione vissuto come un buco nero dove spariscono significative quote della ricchezza nazionale prodotta proprio al Settentrione, è condivisibile, visto e considerato che questi trasferimenti servono a mantenere solo elite e clientele locali, ma la crescita del peso politico di un leghismo non solidale al Nord sta facendo moltiplicare movimenti autonomisti al Sud, dietro ai quali c’è il potere mafioso.

 

Se il Mezzogiorno dovesse essere abbandonato a se stesso, come nei fatti sta accadendo, le mafie coronerebbero il loro antico sogno di stabilire una supremazia in queste regioni fondata sul sangue e sull’ingiustizia: questo da democratici non possiamo permetterlo.

 

Aiutare chi è più debole non significa però svantaggiare chi con il proprio lavoro contribuisce in misura maggiore alla crescita economica di questo Paese: se infatti le regioni settentrionali sono da una parte il motore economico dell’Italia, dall’altra vengono depotenziate attraverso un sistema fiscale che non restituisce in termini di servizi quello che preleva. Noi non esitiamo a riconoscere alle Regioni Settentrionali il ruolo di guida economica della Nazione, quindi comprendiamo la sfiducia e le lamentele dei cittadini del Nord che non si sentono apprezzati e non trovano un’adeguata ricompensa alla loro produttività.

 

Pensiamo tuttavia che sia eccessivo parlare di Questione Settentrionale, essendo il termine fin troppo abusato anche a Sinistra: vi è una grave crisi del Nord che ha a che fare soprattutto con l’avanzata di una corrente di pensiero innestata sul Berlusconismo che mortifica il merito e sta trascinando il Settentrione in una depressione non solo economica legata alla recente crisi, ma soprattutto culturale. Ciechi sono coloro i quali pensano che la panacea di tutti i mali sia la secessione da Roma o che si libererebbero volentieri del solo Sud: le istanze autonomiste e la volontà della maggior parte della popolazione settentrionale di costituirsi stato a sé, seppur comprensibili, non sono condivisibili e rappresentano un pericolosissimo campanello d’allarme per la tenuta stessa del nostro sistema democratico.

 

Anche su questo tema la Sinistra si sta berlusconizzando, in quanto con sempre più insistenza molti leader della sua classe dirigente al Nord chiedono addirittura partiti autonomi federati con quelli nazionali, nell’illusoria convinzione di catturare così l’elettorato della Lega. Noi pensiamo invece che il successo di tali partiti verrebbe dimezzato se la presenza dei parlamentari nazionali fosse costante sul territorio e i partiti della Sinistra dicessero chiaramente quale progetto di sviluppo economico hanno per il Nord.

 

Il Partito Democratico si è dimostrato incapace di parlare ai cittadini del Settentrione, lasciando insolute le cause strutturali che in passato avevano condannato tutti i partiti di centrosinistra ad un ruolo marginale nell’amministrazione di queste regioni. Un primo passo significativo sarebbe quello di ricominciare a sottolineare la diversità che c’è tra la Sinistra e la Destra, accompagnando alle soluzioni tecniche la difesa degli ideali in cui crediamo: respingiamo quindi la logica per la quale ci si dovrebbe adeguare a politiche di destra di stampo leghista per raccogliere qualche voto in più in queste regioni, in quanto noi pensiamo che solo rimarcando quell’elemento di alterità e diversità tipico del centro-sinistra si possa ritornare a vincere anche in queste regioni.

 

Ciononostante, noi pensiamo che le disuguaglianze sociali presenti tra le regioni settentrionali e quelle meridionali del nostro Paese non siano altro però che l’aspetto economico di un problema ancora più grande che riguarda la sfera culturale, politica e sociale della nostra Repubblica: la disparità di trattamento tra uomini e donne.

 

 

LO STATO DEI DIRITTI: LA QUESTIONE FEMMINILE, I DIRITTI CIVILI E LA LOTTA AD OGNI DISCRIMINAZIONE

 

“Noi non siamo, o almeno io personalmente non sono, per l’eliminazione della vita familiare, un tanto di lavoro relativo alla sua organizzazione necessariamente resterà. Ma qui sta il punto: perché mai questo compito deve pesare soprattutto e unicamente sulle spalle della donna? Perché non deve essere distribuito tra uomini e donne?”

(Enrico Berlinguer)

 

 

Il Cambiamento che vogliamo portare avanti non potrà mai realizzarsi finché rimarranno in questa società comportamenti basati sulla discriminazione, che va combattuta in qualunque forma si presenti: etnica, religiosa, culturale e anche fisica. Poiché le democrazie si reggono sulla tutela dei diritti delle minoranze, o comunque dei più deboli, Noi pensiamo che la prima causa di discriminazione presente nella società sia proprio quella tra uomini e donne.

 

Proprio per questo motivo, Noi pensiamo che la Questione Femminile sia la vera sfida su cui si gioca il rinnovamento culturale di questo paese: certa mentalità retriva e discriminatoria nei confronti della donna, certe posizioni pregiudizialmente antifemminili e antifemministe, oltre a tutti i modi di essere e di agire che ne derivano nei rapporti tra i due sessi e in ogni altra manifestazione della vita di coppia, costituiscono un ostacolo concreto e pesante all'emancipazione femminile, facendo inevitabilmente dell’uomo l'oppressore della donna.

 

E questo è un problema presente in tutta la cultura italiana: la donna viene troppo spesso considerata un oggetto dell’uomo, pronto ad essere sostituito al momento più opportuno, un essere inferiore indegno i cui diritti vanno calpestati per una ragione strettamente legata ad una visione maschilista della società, sebbene risultino essere una componente maggioritaria in essa: le donne, proprio perché donne, hanno il diritto di esprimere le proprie opinioni e di soddisfare le proprie ambizioni, trovando il proprio posto nella società.

 

"Non può essere libero un uomo che opprime una donna": le parole di Enrico Berlinguer esprimono appieno la concezione che Orgoglio Democratico ha della Questione Femminile.

 

L'uomo che pensa di manifestare la propria libertà nell'oppressione della donna attraverso la negazione delle sue libertà personali non è libero, bensì schiavo di ideologie medievali e illiberali che mirano alla sottomissione non solo della donna, ma di tutti gli altri uomini.

 

Per questo motivo Orgoglio Democratico ribadisce la sua contrarietà a chi, anche nel Partito Democratico, si scaglia contro l’aborto legale, contro la fecondazione assistita e la ricerca sulle cellule staminali embrionali: questi comportamenti non fanno altro che negare l’autodeterminazione della donna, togliendole il diritto di compiere le proprie scelte, coerentemente con i propri ideali e i propri convincimenti, oltreché con i suoi stati d’animo e la sua legittima ricerca alla felicità.

 

C’è una fortissima propaganda antimoderna che si configura infatti con luoghi comuni che distorcono la realtà dei fatti e vengono assodati nell’immaginario collettivo come veri: quando una donna decide di abortire, per esempio, non lo fa certo a cuor leggere, è costretta a farlo per via delle disuguaglianze presenti nella società che magari non le permettono di assicurare al nascituro una vita uguale a quella dei suoi compagni. Una donna non si sveglia una mattina e di punto in bianco dice “vado ad abortire” con la stessa semplicità e leggerezza con cui va a fare shopping.

 

Noi pensiamo, invece, che una più ampia educazione sessuale nelle scuole, una rete di consultori in grado di assicurare un’efficace contraccezione, ma soprattutto una buona regolamentazione dell’aborto siano tre momenti essenziali per un dibattito culturale ampio che sia in grado di portare l’Italia ad un grado superiore di progresso civile e di moralità, sia pubblica che privata: il diritto all’aborto è un diritto irrinunciabile per la libertà della donna, quindi su questo tema il Partito Democratico, maggior partito d’opposizione, non dovrà lasciarsi influenzare da correnti religiose o clericali dell'ultima ora. I diritti della donna sono al di sopra di ogni mercificazione elettorale. 

 

Noi siamo convinti anche che, coerentemente alla questione femminile, si debba sostenere la battaglia in difesa dei diritti civili e delle coppie di fatto: a nostro avviso non sussistono infatti valide motivazioni per impedire che l’Italia adotti una legislazione moderna ed europea anche in questo campo, visto e considerato anche che gli stessi parlamentari e giornalisti ne godono da più di un cinquantennio, trasformando così un diritto in un ingiustificabile privilegio.

 

Noi comprendiamo e sosteniamo il ruolo irrinunciabile e fondamentale della famiglia tradizionale (che non definiamo “naturale” ritenendo il termine troppo abusato e portatore di una concezione negativa, discriminatoria e razzista della sessualità) ma, proprio perché democratici, difendiamo e sosteniamo anche nuclei familiari alternativi. Non ci deve essere infatti concorrenza o competizione tra il matrimonio ed altre forme di convivenza, in quanto lo Stato deve garantire ad ogni individuo tutti i diritti possibili: spetterà poi alla coscienza del singolo avvalersene o no in base alle proprie convinzioni e ai propri valori.

 

Noi non vogliamo uno Stato che interferisca e si intrometta nella vita privata e sessuale delle persone, perché tale intromissione limiterebbe il principio sacro della libertà e individualità di ogni cittadino.

 

Eppure permangono ancora comportamenti discriminatori che hanno il proprio epicentro nell’ignoranza e nel pregiudizio di poche autorità religiose che godono però di un grande seguito nella società: a nostro avviso non si può negare ad una persona la libertà di esistere solo perché considerata diversa per motivi legati al sesso o alla propria condizioni fisica. Proprio per questo motivo, troviamo inaccettabile che la Chiesa Cattolica si trovi alla guida di uno schieramento antimoderno e bigotto contrario alla depenalizzazione del reato di omosessualità, come è successo in questi giorni, ma soprattutto contro i diritti dei disabili, che dovrebbero essere al centro dell’azione sociale della Chiesa stessa.

 

In particolare, non possiamo fare a meno di notare come le persone affette da disabilità siano oggetto di una violenta discriminazione che li porta ad essere esclusi dalla vita lavorativa, nonostante esistano leggi che li tutelino, ma soprattutto dalla vita sociale. Per questo noi pensiamo vadano assicurate le stesse opportunità educative di cui i disabili hanno bisogno, ma soprattutto che si metta fine alla discriminazione promuovendo l’uguaglianza attraverso maggiori investimenti che riducano il peso economico di certe prestazioni mediche di cui molti disabili hanno bisogno.

 

Inoltre, pensiamo che lo Stato, dovendo tutelare i più deboli, debba aumentare il tasso di occupazione dei disabili anche attraverso benefici fiscali per le aziende che li assumono, in modo che essi possano ottenere una reale indipendenza nella propria vita quotidiana anche dal punto di vista economico, ma non solo: c’è bisogno di una lunga serie di interventi di ristrutturazione edilizia che eliminino le barriere architettoniche, prima causa della dipendenza dei disabili dai loro parenti, ma anche di ristrutturazione “culturale” che elimini le barriere mentali di una parte della popolazione.

 

Lo Stato dei Diritti è quindi quello che dà a tutti i cittadini le stesse possibilità, sarà poi in base alle proprie capacità che questi costruiranno il proprio futuro: purtroppo l’azione governativa della Destra è volta ad aumentare le ingiustizie sociali e le discriminazioni, come dimostra l’ultimo parere positivo del Ministero dell’Economia sulla possibilità per le banche di utilizzare i fondi destinati all’assunzione di disabili per ripianare i debiti che la loro scellerata gestione ha provocato.

 

 

LA LAICITÀ DELLO STATO: IL RAPPORTO TRA POLITICA E RELIGIONE NEL XXI SECOLO

 

"L'uomo che prega sarà in pace con se stesso e con il mondo intero, l'uomo che si occupa degli affari del mondo senza un cuore disposto alla preghiera sarà miserabile e renderà miserabile anche il mondo."
(Gandhi)

 

Per condurre dunque un dibattito culturale, politico e sociale così ampio non possiamo non ribadire il principio fondamentale della laicità dello Stato, condizione irrinunciabile per un qualsiasi dialogo serio con i cattolici, ma non solo, del nostro Paese. Per laicità noi intendiamo la completa autonomia dello Stato italiano da qualsiasi condizionamento ideologico e religioso, secondo il cavouriano principio “Libera Chiesa in Libero Stato”.

 

Oggi non possiamo dire di vedere questa autonomia, anzi, troviamo che vi sia una consapevole strategia di divisione del popolo italiano tra laici e cattolici tesa ad inasprire il confronto a discapito dei primi. Anziché evitare qualsiasi contrapposizione e riunire il Paese, noi Democratici abbiamo abboccato all’amo: nella migliore delle ipotesi, cerchiamo proprio di evitare l’argomento dei valori religiosi, col timore di offendere qualche elettore, mentre nella peggiore vi sono esponenti “liberal” che nella pubblica piazza liquidano la religione come irrazionale o intollerante, considerando in ultimo tutto ciò che ha a che fare con l’aggettivo “cristiano” un avversario politico.

 

Noi condanniamo l’anticlericalismo come strumento di lotta politica, ben consapevoli che è irrinunciabile il confronto con la religione cattolica e tutte le altre fedi, ma allo stesso tempo respingiamo il ritorno dell’errore uguale e contrario, cioè il clericalismo, la pretesa di imporre la fede con la forza della legge e dettare norme di condotta derivanti da una religione, obbligatoria per tutti, facendo della Chiesa e della stessa religione strumenti di potere.

 

Eppure pensiamo che, se veramente speriamo di parlare alla gente così com’è, comunicando i nostri valori e le nostre speranze in un modo che a loro risulti interessante, non possiamo abbandonare il terreno del discorso religioso, perché continuando ad ignorare la questione lasciamo campo libero a quelli che hanno una visione più rigida della fede o la usano cinicamente per giustificare interessi di parte.

 

Noi vogliamo promuovere un’intesa e una collaborazione tra credenti e non credenti, ma per fare ciò occorre che tutti rinuncino ad imporre la propria ideologia, ricercando insieme le vie per far prevalere nella vita dell’intera società italiana i valori della pace, della democrazia, della giustizia, della libertà e della solidarietà.

 

In aggiunta, data la sempre crescente diversità della popolazione italiana, possiamo dire con un certo grado di sicurezza che, qualunque cosa siamo stati in passato, di certo non siamo più una nazione cristiana. E se anche espellessimo, come vorrebbe qualcuno, tutti gli ebrei, tutti i musulmani, tutti gli indù e persino i buddisti, quale cristianesimo verrebbe insegnato nelle scuole, ma soprattutto quello di chi?

 

La democrazia impone che quanti siano mossi da una motivazione religiosa traducano le proprie istanze in valori universali, piuttosto che religiosi, ma soprattutto che le loro proposte siano oggetto di discussione e alla fine siano ricondotte sul terreno della ragione. Quando si cerca, per esempio, di approvare una legge contro l’aborto, non si può semplicemente addurre i principi della propria religione, ma deve essere spiegato in che modo l’aborto viola un principio condiviso dalle persone di ogni fede, compresi quelli che non ne hanno una.

 

Solo così l’obiettivo della costruzione di una società veramente a misura d’uomo non sarà più un’utopia, e in questo senso noi pensiamo che il Partito Democratico, nascendo come conciliazione delle due anime riformiste e progressiste di questo Paese, quella laica e quella cattolica, dovrebbe essere in grado di rompere gli indugi e assumere una posizione univoca sul rapporto tra politica e religione, ma purtroppo rimane nell’eterna indecisione che fa il gioco dei conservatori.

 

Se la politica è infatti l’arte del possibile, del compromesso, la religione in certi contesti radicali diventa l’arte dell’impossibile, soprattutto per chi crede nell’infallibilità delle proprie sacre scritture: per questo motivo Orgoglio Democratico pensa che tutti abbiano molto lavoro da fare su questo tema e che questo non possa essere ridotto in termini semplicistici alle solite contrapposizioni a cui gli ideologi di entrambi gli schieramenti ci hanno abituato.

 

Perché come disse del resto Gesù Cristo: Date a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio

 

 

UNA NUOVA SINISTRA PER UNA NUOVA ITALIA

 

"Non serve strappare le pagine della vita, basta saper voltar pagina e ricominciare."

 (Jim Morrison)

 

 

Orgoglio Democratico vuole proporre quindi un nuovo modo di intendere la politica, riaffermando quella passione per l’Italia che ha animato persone politiche come Enrico Berlinguer: per fare ciò noi siamo convinti che non si debba superare soltanto quella concezione restrittiva della politica oramai diffusissima in ogni contesto sociale per la quale questa è ridotta solamente ai rapporti torbidi tra i partiti e fra maggioranza e opposizione, ma anche quella concezione della società diffusa nella politica per la quale vengono considerate degne di attenzione solamente quelle organizzazioni e quei movimenti che rivendicano istanze di tipo economico-sindacale, il che comporta un’esclusione di quei movimenti non definibili secondo questo schema, come per esempio la categoria dei disabili.

 

Vi è una profonda crisi della politica che si riflette ad ogni livello sociale, ma soprattutto impedisce che la verità percepita a livello individuale diventi una verità collettiva in grado di sconfiggere quel tumore che sta uccidendo la nostra democrazia.

 

Affinché la verità possa trasformarsi da conquista individuale del giornalista indipendente, del cittadino coraggioso e del magistrato onesto a verità pubblica occorre che gli articoli di giornale raccontino quello che hanno visto e sentito, occorre che i documenti non vengano occultati o distrutti dai servizi segreti, occorre che i poliziotti non si tirino indietro o siano uccisi e trasferiti quando si avvicinano ad essa, occorre che gli avvocati non trucchino le carte divenendo complici dei loro clienti, ma soprattutto che i magistrati non si lascino corrompere o siano espressione del potere.

 

Insomma, affinché la verità assumi una forma legale e riconosciuta, occorre la volontà e la collaborazione di tutta la società. In una società dove però domina la legge del più forte e del più furbo, in una società diseguale e profondamente ingiusta, non può esserci vera giustizia: la giustizia diventa specchio della realtà sociale, cioè forte con i deboli e debole con i forti. In questa società tutti quelli che si ostinano a praticare una giustizia uguale per tutti, ad indagare sui crimini del Potere sono destinati alla sconfitta, delegittimati, emarginati o, nella migliore delle ipotesi, uccisi.


Proprio per questo motivo, Noi di Orgoglio Democratico siamo convinti che il riscatto e la liberazione dei giovani, degli uomini e delle donne presupponga sì un impegno della singola persona e il rispetto delle sue libertà e aspirazioni personali nei vari campi, ma soprattutto uno sforzo collettivo, un'opera corale, una lotta comune. Insomma, si può andare avanti sulla strada del progresso politico, culturale e sociale di questo Paese solamente se si agisce insieme e non solo uno per uno.

 

Come affermava Enrico Berlinguer, “Non si può rinunciare alla lotta per cambiare ciò che non va. Il difficile, certo è stare in mezzo alla mischia mantenendo fermo un ideale e non lasciandosi invischiare negli aspetti più o meno deteriori che vi sono in ogni battaglia. Ma alternative non ne esistono.”

 

La politica è essenzialmente coraggio, il coraggio di difendere tutti insieme i propri ideali, le proprie libertà e i propri affetti: difendiamo tutto ciò che ci è più caro su questa terra, facciamolo con orgoglio. Un Orgoglio Democratico.

  

 

Milano, 12 febbraio 2010

 

 

Pierpaolo Farina




10 febbraio 2010

La Democrazia dell’Applauso

È così che muore la libertà… sotto scroscianti applausi

(Padme Amidala, Star Wars – La Vendetta dei Sith)

 

Il 16 maggio 1984 su “La Stampa” apparve un articolo di Norberto Bobbio che stigmatizzava l’elezione congressuale di Bettino Craxi a Segretario generale del PSI per “acclamazione”, denunciandone il significato personalistico e autoritario, che sembrava reintrodurre sulla scena italiana il culto del “capo carismatico” e nel partito la pratica proprietaria del “padrone” al di sopra delle regole. Metteva in guardia dai rischi di una politica personalistica e spettacolare, che avrebbe finito per svuotare di significato la vita democratica dei partiti.

 

Scriveva Bobbio: “L’elezione per acclamazione non è democratica, è la più radicale antitesi dell’elezione democratica. È la maniera, che dopo Max Weber non dovrebbe avere più segreti, con cui i seguaci legittimano il capo carismatico; un capo che proprio per essere eletto per acclamazione non è responsabile davanti ai suoi elettori. L’acclamazione, in altre parole, non è un’elezione, è un’investitura. Il capo che ha ricevuto un’investitura, nel momento stesso che la riceve, è svincolato da ogni mandato e risponde soltanto di fronte a se stesso e alla sua emissione. Possibile che il congresso che ha compiuto un tale atto, e l’onorevole Craxi che l’ha accettato, non si siano resi conto dell’errore madornale che stavano compiendo, soprattutto nel momento in cui il partito socialista e il presidente del Consiglio che lo rappresenta sono accusati, a torto o a ragione, di tendenze autoritarie?

 

È questo uno dei motivi per cui Bobbio, insieme al meglio della tradizione socialista (Lombardi, Giolitti, Codignola, Enriquez, giusto per fare dei nomi), abbandonò il PSI di Craxi, che nella sua rovina finì per sacrificare l’intera tradizione socialista. Si è visto poi che molto dell’elettorato del leader socialista e numerosi dirigenti che a lui devono la carriera, si sono rifugiati in massa sotto le bandiere di Berlusconi, contribuendo alla nascita di una nuova destra che dal craxismo ha avuto molto da imparare.

 

Non è un caso, infatti, che Forza Italia sia nata con la benedizione di Craxi, prima che fuggisse in Tunisia (e pare dalle rivelazioni di Ciancimino pure con ben altre benedizioni) e che Berlusconi sia stato per 16 anni l’unico leader politico ad aver riproposto la pratica autoritaria del “padrone del partito” e che sia stato sistematicamente eletto Presidente del partito per acclamazione (due volte, la prima nel 1994, la seconda nel 2009); e che in 15 anni di vita Forza Italia abbia avuto solo due congressi, quello di fondazione e quello di scioglimento.

 

A tutto questo siamo stati abituati grazie a sedici anni di bombardamento mediatico, ma sinceramente è allarmante che la pratica della politica dell’applauso si sia estesa anche a Sinistra. Mi riferisco ovviamente allo scandaloso congresso dell’Italia dei Valori, su cui non mi ero ancora espresso aspettando risposte che non sono (ahinoi) arrivate.

 

Il partito di Di Pietro poteva diventare il catalizzatore di tutte le energie disperse (ma fortissime) della società civile, della sinistra radicale, dei movimenti, dell’associazionismo laico, dei grillini e della Rete. Una nuova opposizione grande oggi, potenzialmente maggioritaria domani: un nuovo partito d’azione, per intenderci, incentrato ad una visione laica della politica, con l’abbandono da parte di tutti di ogni patriottismo di partito, per giungere ad un ricambio radicale che portasse finalmente ad una nuova Sinistra.

 

Poteva essere tutto questo, invece è stata l’ennesima delusione: Di Pietro ha scelto l’abbraccio con De Luca, senza nemmeno un minuto di dibattito sulla questione e lo straccio di una votazione, bensì con l’ovazione plebiscitaria (nemmeno troppo convinta) che poi l’avrebbe eletto Presidente del Partito. Le svolte, solitamente, servono ad attrarre più voti, non a disperdere quelli che già si ha: Di Pietro al congresso dell’IDV si è suicidato da solo.

 

Non è il caso di compiangerlo, c’è altro da compiangere: è la libertà, che è morta sotto scroscianti applausi ancora una volta.




30 settembre 2009

Scudo criminale. E l’opposizione? A festeggiare.



Il dodicesimo condono fiscale dell’era Berlusconi è quasi legge. Lo hanno chiamato Scudo Fiscale e si difendono che è una misura voluta da tutti i leader europei per combattere i paradisi fiscali, ma se diamo un’occhiata più attenta al provvedimento ci accorgiamo che è l’ennesima presa per i fondelli. Come la social card: due parole inglesi per prenderti per i fondelli in italiano.

Le opposizioni reagiscono sdegnate al voto di fiducia e avevano promesso battaglia in Parlamento, soprattutto dopo la relazione della Guardia di Finanza che stimava in 278 miliardi di euro i capitali detenuti illegalmente all’estero e che sarebbero potuti rientrare con il cosiddetto “Scudo Fiscale”.

È l’ennesimo schiaffo agli onesti”, aveva tuonato Dario Franceschini, ipotizzando insieme a Di Pietro e Casini “riciclaggio di Stato”, favori alla criminalità organizzata e ai vari furbetti del quartierino. Casini, per altro, dopo 11 condoni e 1 scudo fiscale si è accorto ora che sono una cosa indegna, prima, da Presidente della Camera, non doveva averne preso coscienza.

Per una volta tanto avevamo creduto ad un fronte comune delle opposizioni contro il Governo, magari contando pure delle defezioni all’interno della maggioranza, che non sono mai poche, ma è stata solo una pia illusione. Un sogno di mezza giornata.

Dopo 4 ore e mezza e 51 interventi, finalmente si votano le tre questioni pregiudiziali di costituzionalità al decreto legge correttivo del pacchetto anti-crisi, sollevate per altro dall’opposizione.

Risultato: se tutti i 280 deputati dell’opposizione fossero stati in Parlamento, il governo sarebbe andato sotto e quindi, sarebbe stata approvata l’incostituzionalità dei cardini su cui si basa lo Scudo (tra cui l’impossibilità della magistratura di utilizzarlo come prova in procedimenti penali in corso).

Peccato che così non sia stato. Su 485 votanti, di cui 3 astenuti, votano a favore dello Scudo in 267 (dalle file della maggioranza mancano 70 deputati), contro solo 215. Chi non c’era?

Tra i democratici erano assenti 59 deputati su 216, tra i dipietristi ne mancavano solo 2 su 26, tra i deputati Udc addirittura solo 8 assenti. Totale delle assenze: 67. Più diligenti della maggioranza di soli tre deputati. Sarebbero bastati solo 27 deputati assenti del PD per rispedire al mittente lo Scudo, che invece verrà approvato tra poche ore alla Camera con il voto di fiducia.

Ora sorge spontanea la domanda. Chi mancava? Guarda un po’, proprio quattro persone al centro della diatriba congressuale del PD: Franceschini, Bersani, D’Alema e Rutelli. Il primo forse troppo preso a litigare con Penati sulla gestione collegiale, il secondo a festeggiare con il suo sponsor il compleanno, Rutelli magari ad autografare il suo ultimo libro “La Svolta”, nel quale si sperava ci desse l’ultimo saluto, e invece non si capisce ancora dove vuole andare (io però ce lo manderei subito in un posticino…).

Qualcuno ha pure provato a giustificarli, questi assenteisti strapagati e stramaledetti: “Stanno facendo il Congresso, devono stare sul territorio.COSA??? Ma io pago le tasse e li mantengo a Montecitorio per fare opposizione o per fare i Congressi??? Ma stiamo scherzando?

Tremonti, dal canto suo, gigioneggia come tutta la maggioranza, affrettandosi a dire che i criminali non utilizzeranno lo Scudo: ah, perché, dopo il falso in bilancio, non è più reato nemmeno l’evasione fiscale? Gli evasori SONO CRIMINALI, se poi sono pure mafiosi e camorristi, lo sono due volte, ma IN PRINCIPIO rimangono sempre dei criminali.

L’Italia oramai è diventata un PARADISO FISCALE: tra controriforme dei reati societari (Tremonti, 2002), Indulti e Scudi Fiscali, chi compie reati finanziari e accumula illegalmente risorse all’estero PER EVADERE LE TASSE non finisce in galera. Se proprio è sfigato, finisce in Parlamento a pontificare sull’etica in economia.

In più, gli intermediari finanziari come le banche non sono nemmeno più tenuti a segnalare operazioni sospette, in odore di riciclaggio. E molti processi rischiano di diventare una scatola vuota, perché sparirà il denaro all’estero e non si potrà mai sapere se l’imputato lo ha utilizzato, per via dell’anonimato.

Adesso, se riporti il capitale illegale in Italia paghi il 5% sul valore complessivo e non ti succede praticamente nulla: se il Governo, invece di fare amnistie, avesse lasciato fare alla magistratura, ci guadagnava molto di più.

Un esempio? La lista Pessina con i nomi di 500 evasori che avrebbero all’estero in totale 1 miliardo di euro. Con lo scudo, lo stato prende 50 milioni di euro, con il procedimento penale e tributario incasserebbe il 44% più le sanzioni che oscillano tra il 200 e il 400% dell’imposta evasa.

Gasparri, che ieri si scandalizzava a Ballarò perché Caselli non aveva indagato sugli Agnelli 10 anni fa, con lo Scudo che “servirà alla scuola e alla ricercametterà definitivamente una pietra tombale su inchieste dello stesso tipo: se gli Agnelli avessero potuto usufruire dello scudo per tempo, il processo non sarebbe mai nato. E non solo quello, ma anche quello sui DIRITTI TELEIVISIVI DI MEDIASET.

Insomma, diceva bene un proverbio napoletano per cui “Gli uccelli si accoppiano in cielo e i fessi per terra.” Ecco, ringraziamo Franceschini, Bersani, D’Alema e Rutelli, in primis. Domani, quando “Il Fatto Quotidiano” pubblicherà la lista degli assenteisti, ringrazieremo anche gli altri.

Così, la prossima volta che mi chiedono il voto, potrò candidamente mandarli a… festeggiare.




8 giugno 2009

Silvio si è fermato a Noemi

 Doveva essere un plebiscito, è stata una modesta vittoria. Doveva essere una disfatta, invece non c’è stato alcun sfondamento del Piave. Insomma, se Cristo si è fermato ad Eboli, Silvio si è fermato a Noemi, ma anche un po’ a Villa Certosa: se non fosse stato per il Lodo Alfano, si sarebbe fermato anche al Palazzo di Giustizia di Milano, e non certo per una visita di cortesia.

Come dicevo venerdì scorso, le elezioni europee hanno dimostrato di avere poco o nulla di europeo: alla fine si è trattato di decidere chi fosse il più forte tra Bossi e Berlusconi, e il primo ne è uscito vincitore, mentre nell’opposizione la palma d’oro va a Di Pietro, la cui linea è stata premiata dagli elettori (compreso il sottoscritto).

Fermandosi al 35% il Cavaliere non solo non ha stravinto, ma nemmeno si è avvicinato alle mirabolanti cifre che lo davano al 43% o, secondo lui, anche di più prima delle elezioni. Insomma, dove siano finiti quei 3 milioni di voti persi dal Pdl si può facilmente immaginare: molti all’Udc, i rimanenti alla Lega.

Dove siano scomparsi quei 4,4 milioni di voti del Pd, invece, è ancora più facile prevederlo: moltissimi all’Idv, una buona parte nelle due liste bruciate della Sinistra divisa, che se si fosse messa insieme avrebbe raggiunto un bel 7%, mentre molti altri sono andati nel non-voto.

L’astensionismo forse è il dato più rilevante non solo della tenuta del Pd sulla soglia del 26%, ma anche dell’arretramento di due punti di Berlusconi: gli Italiani si sono stancati di essere governati da un clown, ma anche di avere un’opposizione da operetta.

Anche perché se si contano le percentuali delle opposizioni, l’asse Arcore-via Bellerio non è più così tanto di ferro, soprattutto se a soffiarci sopra c’è il fuoco delle poltrone di Formigoni e di Galan, insidiate dalla Lega, che le vorrebbe per sé.

Il pericolo è scampato? No, il pericolo non è scampato, anzi, è più vivo che mai: ora sta al principale partito d’opposizione smetterla di civettare con il governo, come nell’era veltroniana, di ipotizzare alleanze con l’Udc e di tacciare Di Pietro come il male della Sinistra: se il Pd di Franceschini si fosse mosso in questo modo non dal 18 febbraio 2009, ma dal 15 aprile 2008, probabilmente non avremmo perso Roma, non avremmo perso l’Abruzzo, la Sardegna etc.

Ora vediamo se Penati, che ha fatto esultare nel 2004 Bersani con “Questa è la prova della fine del Berlusconismo” (ci ha proprio azzeccato), riesce a reggere a Milano, anche se la vedo dura.

Noto con piacere che è stata eletta la Serracchiani, che ha addirittura superato Papi Silvio, e Luigi De Magistris (che ho votato), mentre prendo atto che la famiglia Mastella finalmente può tornare a carico dello Stato italiano, dopo nemmeno un anno di assenza.

Della serie: noi siamo coerenti.




28 aprile 2009

Il candidato che voterò alle Europee



Voto De Magistris per molti motivi, tra cui quello di non votare il Pd per protesta, ma i principali sono due: è l'unico dell'Italia dei Valori che abbia ricordato Enrico Berlinguer e la Questione Morale (cfr l'intervista a Daria Bignardi); è una persona onesta, che ha combattuto fino alla fine per fare il suo lavoro, ma gli è stato impedito. E il Pd non lo ha difeso.

Non potendo votare la Serracchiani e lasciandomi veramente insoddisfatte le liste del Pd in Lombardia, andrò a votare e voterò per De Magistris, perchè quello che pensa e dice corrisponde a ciò che ricerco nel mio politico ideale. Soprattutto, non è uno di quei tanti dipietristi alla De Gregorio, anzi.

E' meglio di Tonino, perchè in più sa anche parlare. E bene.

Vai Luigi: da questo blog ti ho sostenuto quando eri magistrato, ti sostengo ora che sei candidato alle Europee!


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permalink | inviato da Pierpaolo Farina il 28/4/2009 alle 20:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa



19 novembre 2008

La Politica dei Pizzini

 

Avrei voluto tanto parlarvi dell’ennesima trovata di Berlusconi in campo internazionale (il cucù alla Merkel è veramente fantastico, un comico non avrebbe saputo fare di meglio), eppure mi ritrovo ancora a parlare del Partito Democratico e della Commissione di Vigilanza Rai.

Chi mi legge con una certa continuità da oltre un anno e mezzo sa come la penso sulla Questione Morale, sa che opinione io abbia sulla classe dirigente di quello che dovrebbe essere il mio partito, sa anche con che veemenza mi sia scagliato contro i Dorian Gray del Pd e la politica d’opposizione light intrapresa per sei mesi (quando Veltroni e Co. erano ancora alla ricerca del “dialogo”): ribadire le mie posizione sarebbe quindi superfluo.

Vorrei far notare come però vi sia una componente del Partito Democratico (che gode di un qualche consenso perché si propone di allargare le alleanze del Pd e di spostare il suo asse su posizioni social-democratiche) che da anni oramai civetta con Berlusconi, che è stata a lungo ai vertici della Sinistra Italiana e che è riuscita a mandare all’aria ogni buona occasione per rispedire il Cavaliere ad Arcore o, meglio ancora, in una patria galera per i reati compiuti (e in seguito depenalizzati).

Questa corrente è senza dubbio quella che fa riferimento a Massimo D’Alema, attuale vicepresidente dell’Internazionale Socialista e figura di primo piano del Partito Democratico. (E dire che fino a prima del luglio 2007 mi consideravo dalemiano).

Non voglio imputare responsabilità a nessuno, tanto meno a D’Alema che gode della mia simpatia per quanto riguarda il sarcasmo con cui distrugge gli avversari, ma sicuramente un problema c’è se il suo braccio destro mette nero su bianco su un pizzino le frasi da suggerire al vice-presidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino: ovviamente sto parlando di Nicola Latorre, già protagonista insieme a Massimo nell’estate del 2005 alla cosiddetta “scalata Unipol-BNL”, che ha portato alla condanna di Consorte per insider training e aggiotaggio, ma anche al trasferimento del giudice Clementina Forleo dopo la richiesta di utilizzare le intercettazioni che riguardavano anche Latorre e D’Alema (e vi faccio notare come nel luglio 2007 i punti di tangenza tra dalemiani e berlusconiani sulla giustizia erano molto forti).

Come potete vedere dal video che vi ho pubblicato sopra, davanti alle telecamere di La7 si parla di Rai e della presidenza della Vigilanza. Donadi attacca quelli del Pdl e insiste sul loro dovere istituzionale di votare un candidato dell'opposizione scelto dall'opposizione. In questo caso, come l'Idv ripete da settimane, Leoluca Orlando. Bocchino, davanti alla verve polemica di Donadi, sembra in difficoltà. Ed è a questo punto che scatta il "soccorso" di Latorre, che almeno ufficialmente sostiene Orlando, ma che in quello studio tv sembra invece più preoccupato di togliere le castagne dal fuoco all'avversario di An.

E infatti il “dalemiano di ferro” prende carta e penna e manda un messaggio a Bocchino, il cui contenuto è stato svelato oggi, mostrando anche il "reperto" originale, dallo stesso Piroso che conduceva la trasmissione. Vi si legge: "Io non posso dirlo, ma il precedente della Corte? Pecorella?".

Insomma, Latorre consiglia a Bocchino una risposta politicamente efficace, in quanto gli suggerisce di usare il rifiuto del Pd di votare alla Consulta per Gaetano Pecorella (che era stato indicato da Berlusconi) per giustificare il suo no ad Orlando, dimenticandosi però di una cosa: mentre per legge i 2/3 del Parlamento eleggono il giudice costituzionale, per quanto riguarda gli organi di vigilanza la presidenza è riservata alle opposizioni, che indicano il candidato (e che nelle moderne democrazie viene sempre votato).

Io vorrei solo far notare come dal patto della crostata (che diede vita alla Bicamerale D’Alema), alle intercettazioni, ora siamo approdati ai pizzini per fare accordi sotto banco, per preparare trappoloni e fregare i cittadini interpretando una versione moderna del Dottor Jeckill e Mr Hide: non è più possibile andare avanti così, questi continui inciuci non solo allontanano i cittadini dalla politica, ma dimezzano esponenzialmente la credibilità che avrebbe l’attuale opposizione di tornare un domani al governo.

Se dalla politica auto-referenziale alla luce del sole che ha dato vita a best sellers come la Casta, la Deriva e moltissimi altri libri che denunciano lo status di privilegiati dei nostri “servitori” pubblici, siamo passati alla politica dei pizzini, allora io propongo un cambiamento, almeno di nome (visto che la classe dirigente quella è): non più Casta, ma Cosca.

Chissà che Provenzano non chieda i diritti per il collaudato mezzo di informazione.

P.S. Nonostante l'accordo su Zavola, Villari è ancora al suo posto. Protesta anche tu su facebook!



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"Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata."
(Enrico Berlinguer)

"Credo che la libertà sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà."
"Alla fine il reato più grave diventa quello di chi racconta certe cose, anzichè chi le fa. La colpa non è dello specchio, ma di chi ci sta davanti."
(Enzo Biagi)

"L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che ho mai visto, per volgarità e bassezza. Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo. Gli italiani devono vedere chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Soltanto dopo saremo immuni."
(Indro Montanelli, 2001)


"Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti ed ai comunisti o filocomunisti pentiti. C'è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni."
(Vittorio Foa, 2006)

"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perchè lì è nata la nostra Costituzione."
(Piero Calamandrei)

"Quali garanzie offre questo Stato [...] per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro [...] l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito [...] in ogni città e in ogni villaggio è possibile compilare un lungo elenco di malversazioni, di casi di concussione e di abusi rimasti impuniti; i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi [...] perchè quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino."
(Leonardo Sciascia, 1979, intervista a Marcelle Padovani)

"Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza"
O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?
(Norberto Bobbio)

"Chi non conosce la verità è uno sciocco. Ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente"
(Bertold Brecht)


"Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola"
(Giovanni Falcone)
"Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe"
(Paolo Borsellino)

"Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'omicidio, ordinino un pubblico assassinio"
(Cesare Beccaria)