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Non scrivo praticamente più su questo blog. Mi sono dedicato completamente a www.enricoberlinguer.it e curo la rubrica "Il Rompiballe" su Qualcosa di Sinistra. Questo è il mio blog personale, che ho fondato quando avevo 18 anni e ci sono affezionato. Riflette le mie speranze di allora, su una nuova Sinistra, che recuperasse la lezione di Enrico Berlinguer sulla Questione Morale e sull'austerità e la saldasse con la questione della democrazia incompiuta del nostro Paese. 

Rileggendomi, a distanza di anni, sorrido della mia ingenuità di allora. Per fare buona politica, diceva Piero Calamandrei, c'è bisogno di persone oneste che facciano modestamente il proprio mestiere con passione, rigore e impegno morale. Perché sincerità e coerenza, che possono sembrare ingenuità, alla lunga sono l'unico buon affare.

Se mi seguivate allora e volete leggermi "quotidianamente", mi trovate su facebook o su twitter.

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17 novembre 2012

Noi, gli elettori che vi hanno eletti

Articolo pubblicato su Qualcosa di Sinistra: http://wp.me/p1mWAa-2X7

Questo articolo è stato pubblicato su l'Unità il 2 ottobre 1990, all'indomani dei primi scandali che si affacciavano a Milano, ex-capitale morale d'Italia. E' stato scritto da un grande milanese, comunista, cantautore, poeta, scrittore quale fu Ivan Della Mea, scomparso il 14 giugno 2009. E' un vero e proprio manifesto di tutti i cittadini di sinistra e comunisti sempre valido che esprime bene la nostra posizione rispetto a tutti i potenti, gli arroganti e i prepotenti di qualsiasi colore e bandiera. Vale per la città di Milano di ieri, oggi e domani, per tutte le città d'Italia. E se vale dopo 22 anni, significa che qualcuno non ha fatto il suo dovere fino in fondo. PF

Noi, gli elettori che vi hanno eletti
di Ivan Della Mea, 2 ottobre 1990

Voi, gli eletti da noi. Vi abbiamo eletti per governare la nostra città, questa: Milano.
Vi abbiamo detto: facciamo insieme una città pulita, una città sana, una città generosa e buona e dolce.
Vi abbiamo detto: costruiamo insieme una città onesta perché pensata da onesti e amministrata da onesti.
Non vi abbiamo detto, mai, voi fate poi noi si vedrà: no. Non vi abbiamo consegnato una delega: no.

Abbiamo investito un capitale di attese, ragionate e pesate sulle vostre intelligenze, sulle vostre capacità, sulla vostra correttezza: un capitale bello, ricco delle nostre umane ricchezze per fare insieme una Milano con umanità, per costruire insieme il comune presente che avesse il segno grande e bello d'un futuro in corso.

Ci siamo dati un'etica, una morale mos moris perché fosse sempre costume usanza abitudine condotta comportamento contegno qualità legge precetto regola moralis: etica appunto e concernente il costume.

Troppe volte abbiamo ascoltato frasi del tipo: la politica è una cosa sporca, i politicanti son tutti ladri, inn tucc istess, chi fa da se fa per tre, mi faccio i cazzi miei; c'è una "cultura" dentro queste frasi che è vincente e che si propaga e si allarga e allontana il cittadino dalle istituzioni e lo fa nemico delle istituzioni e  lo convince nel negarsi il diritto e nel cercare l'amico dell'amico dell'amico e nel pagare - con la bustarella o con il voto - l'ultimo amico dell'amico dell'amico.

No, noi gli elettori che vi hanno eletti ci siamo opposti a questa cultura che è cultura di mafia; noi ci siamo detti e vi abbiamo detto "Chi fa politica per la gente è onesto, chi usa la gente per fare politica è disonesto".

Noi oggi come ieri rivendichiamo i nostri diritti e questo facciamo perché è nostro dovere farlo.

Rivendichiamo il diritto-dovere alla verità e diciamo che non si deve, mai e per nessuna ragione, rimuovere la memoria, ogni memoria. Rivendichiamo il diritto-dovere di vigilare sulla cosa pubblica e di pretendere la trasparenza: tutta.

Rivendichiamo il diritto-dovere di difendere il territorio, di progettare per il bene comune con l'occhio giusto per i più deboli, per tutti gli emarginati di qualsiasi colore essi siano e di qualsiasi fede e di qualsiasi cultura e di qualsiasi sventura siano portatori e vittime; e con l'occhio giusto per tutte le periferie perché davvero divengano "il centro dei nostri progetti" e contro tutti i ghetti.

Rivendichiamo il diritto-dovere di tutelare le giovani generazioni per garantire loro una città futura, una città possibile.

L'importanza delle parole 1: vi abbiamo eletti per la convivenza.
L'importanza delle parole 2: vi abbiamo eletti contro ogni connivenza.

Ps: Per tutte le ragioni suesposte mi tengo la mia tessera del PCI e chiedo l'iscrizione alla Società Civile.




16 febbraio 2011

Per Enrico, Per Esempio

25 gennaio 2009. Poco meno di sei mesi al 25° anniversario della morte di Enrico Berlinguer.

Avevo preparato con cura il lancio di EB.IT – il primo sito web su Enrico Berlinguer (http://www.enricoberlinguer.it), perché ero oramai stanco che non ci fosse nemmeno un sito dedicato alla figura politica e ideale più importante della Sinistra del Novecento, assieme a quella di Antonio Gramsci. Nessun luogo dove raccogliere discorsi, memorie, foto, interviste. Solo wikipedia e qualche altra pagina amatoriale.

Ero pronto. Almeno per quanto riguardava il materiale, lo ero. Sei mesi prima avevo raccolto abbastanza materiale su Berlinguer, per la mia tesina di maturità sulla Questione Morale. Berlinguer, la sua tensione ideale, la sua capacità di vedere lontano, il suo essere così umanamente diverso dai politici che vedevo ogni giorno in tv, tutto questo mi portò a impegnarmi nella politica attiva, se così si può chiamare l’iscrizione ad un partito e, paradossalmente, oggi è la causa per cui non sono iscritto a nessun partito.

Il mio primo vero incontro con Enrico fu però a 18 anni, quando mi capitò tra le mani il libro di Chiara Valentini “Berlinguer, l’Eredità difficile”. Era luglio, faceva caldo. Forse il fatto che quella biografia fosse a metà prezzo influì positivamente sulla mia scelta di comprarla. Nulla accade per caso. E se mi finì quel libro tra le mani, sono tutt’ora convinto che si sia trattato di un segno del destino.

Dopo 3 giorni chiusi quel libro e avevo voglia di conoscere, di sapere, di leggere direttamente cosa diceva e cosa pensava Enrico Berlinguer, senza i filtri delle interpretazioni altrui. Volevo farmi una mia idea, senza passare delle idee altrui. Volevo leggere Enrico per come era.

Ma la mia sete di conoscenza non fu placata, né da internet, né dalla saggistica, né tanto meno dalle biblioteche: per reperire materiale su Berlinguer dovetti fare i salti mortali tra improbabili librerie e gli archivi storici del corriere della sera, qui a Milano.

Più scoprivo cose su di lui, più mi chiedevo come mai fosse stato abbandonato nella pratica quotidiana da quelli che si definivano i suoi eredi e ai quali mi ero iscritto proprio per quel motivo: i Democratici di Sinistra. Scoprii a mie spese perché Berlinguer era un ricordo troppo scomodo.

E la mia battaglia per la Questione Morale, nel momento di costituzione del Partito Democratico, trovò molta poca eco negli ambienti ufficiali e di partito (anche se sulla rete il mio piccolo blog sulla questione morale si avviava a diventare uno dei 200 blog più letti d’Italia). Come ogni Cassandra che si rispetti, a quei tempi fui sbeffeggiato dai vari satrapi di turno (che oggi si leccano le ferite), quindi decisi di dedicarmi alla costruzione del più grande sito web su Enrico Berlinguer.

È strana la vita: il primo nucleo di quello che oggi è uno dei siti web più visitati in Italia (con un blog, Qualcosa di Sinistra, che in 3 mesi è diventato il 42° blog di politica più letto in Italia) non è stato altro che un mero esercizio per l’esame di informatica che dovevo dare il 16 febbraio 2009.

Giorno in cui vide la luce EB.IT – il primo sito web su Enrico Berlinguer. A quell’esame fui bocciato e a settembre cambiai anche facoltà, per approdare a scienze politiche (sono passato da quello che avrei dovuto fare per trovare lavoro a quello che mi piaceva fare, fregandomene delle aspettative di lavoro). Ma se tornassi indietro, rifarei tutto, anche l’anno di ingegneria, e non solo per le fantastiche persone che ho conosciuto e quello che comunque ho imparato, ma soprattutto perché mi ha dato quel minimo di conoscenze per creare questo sito web.

Senza il quale, oggi non esisterebbe l’Associazione Nazionale Enrico Berlinguer, Qualcosa di Sinistra e quell’enorme network di oltre 123.000 persone che in poco meno di 2 anni siamo riusciti a far incontrare su facebook.

Oggi, 16 febbraio 2011, il popolo della Sinistra ha un sito web su Enrico Berlinguer dove poter leggere direttamente quello che Enrico scriveva e diceva (il nuovo DataBerlinguer), esprimere la propria opinione (EB.IT Forum), fare politica nel nome di Enrico fuori e tra i partiti (l’Associazione), tornare a dire Qualcosa di Sinistra ad una platea di oltre 123.000 compagni.

Il tutto con pochi soldi, tanta passione, molto coraggio, ma soprattutto grazie anche all’esempio di persone come Enrico Berlinguer. Perché tutto quello che ho messo in piedi, tutto quello che io e quelli che hanno deciso di dare una mano stiamo facendo, non è qualcosa per avere successo o reclamare poltrone o rendite di posizione in questo o quel partito.

Tutto quello che abbiamo fatto e facciamo lo facciamo per ringraziare Enrico, che è morto a Padova, come un eroe, e che ha dato tanto: alla Sinistra, all’Italia, ma soprattutto a noi giovani nati dopo il Crollo del Muro di Berlino, a cui mancano riferimenti ideali puri ed esempi sani per ispirare la nostra lotta contro le ingiustizie e i privilegi.

Diceva Sandro Pertini, un’altra stella nel firmamento dei grandi esempi che ci rimangono, nel suo famoso appello ai giovani: “Ecco l’appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici: l’onestà e il coraggio. L’onestà… l’onestà… l’onestà. E quindi l’appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto. La politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c’è qualche scandalo; se c’è qualcuno che dà scandalo; se c’è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato.”

E questa ci pare una missione più che gratificante, affinché tutto il sangue versato da tanti giovani italiani, morti per darci la possibilità di scrivere oggi su questo blog e di manifestare il nostro pensiero, non sia scorso invano.

Grazie, a chi ha creduto, a chi ci crede e a chi ci crederà. A chi resiste, e non se ne vergogna. Saremo sempre di più, passate parola.




23 gennaio 2011

Antonio Gramsci, 22 gennaio 1891 – 27 aprile 1937

L'articolo che ho pubblicato ieri su Qualcosa Di Sinistra per il 120° anniversario dalla nascita di Antonio Gramsci.

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Oggi ricorre il 120° anniversario dalla nascita di Antonio Gramsci. Qualcosa Di Sinistra vuole ricordarlo con alcuni brani.

Il primo, scritto su “Passato e Presente”, è intitolato “I Costruttori di Soffitte”. Leggetelo. Vi lasciamo fare i dovuti paragoni con certe generazioni post-berlingueriane. E non ci riferiamo solo alla generazione dei D’Alema e dei Veltroni.

Una generazione può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto.

Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. È il solito rapporto tra il grande uomo e il cameriere.

Fare il deserto per emergere e distinguersi.

Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche più oltre; semplicemente vegetare è già superamento di ciò che è dipinto come morto. 

Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro… ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di più.

Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali, ma non siete capaci che di costruire soffitte.”

Il secondo, invece, è datato 11 febbraio 1917, e parla degli Indifferenti:
Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.”

Il terzo è tratto da una lettera di Gramsci alla madre, datata 10 maggio 1928
“Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione [...] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini.”

Infine, un bellissimo appello rivolto ai giovani del tempo, ma che vale anche per noi di oggi:

Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo.
Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza.
Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.

Antonio Gramsci viene scientificamente ucciso dai fascisti, e muore a Roma, il 27 aprile 1937. Fu il primo Segretario del Partito Comunista d’Italia.




21 gennaio 2011

Quando c'era il PCI

È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità.” (Cos'è questo golpe? Io so, di Pier Paolo Pasolini)

A leggere queste parole di Pasolini, dopo tanti anni, c’è da chiedersi cosa avrebbe scritto a proposito della deriva culturale che ha colpito questo Paese. L’Isola, il PCI, non esiste più. Non esistono più nemmeno i suoi eredi, i suoi intellettuali, i suoi ideali, le sue lotte, le sue conquiste.

Tutto è stato reso così tristemente uguale, così scientificamente inevitabile. Gli ideali hanno ceduto il passo agli interessi e se la speranza è sempre l’ultima a morire, abbiamo già perso i sogni e la passione sul campo di battaglia.

Una battaglia culturale, prima ancora che politica, perché tutti i guasti dell’Italia di cui scriveva Pasolini e l’attuale sono tutti di matrice culturale e sono resi ancora più gravi dall’assenza colpevole di una Sinistra che se non è morta, ha certamente scelto l’esilio. O, peggio, ha scelto il peggio del conformismo reazionario e gli ha applicato il peggio della mentalità comunista, con gli effetti devastanti che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Nell’Italia della Prima Repubblica non c’erano meno scandali, meno ombre, meno ingiustizie di oggi, ma c’era il PCI, il Partito Comunista Italiano, che, checché ne dicano i revisionisti ex, post (ma sempre cialtroni), è stato la più grande scuola culturale di massa di questo Paese. Nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte. Nelle luci e nelle ombre che ci sono in ogni cosa.

E quello che oggi manca alla mia generazione, quella generazione di giovani così tanto accusata di menefreghismo e di pigrizia da parte di quei post/ex comunisti sempre pronti a salire in cattedra e mai bravi a fare autocritica, è proprio questo: non il PCI in quanto tale, quanto quella grande scuola culturale che esprimeva.

Quello che manca a noi giovani, insomma, è un nuovo orizzonte culturale a cui attingere per tornare a riappropriarci, con la passione che dovrebbe contraddistinguerci (e che invece viene spenta da secchiate di realpolitik da chi dovrebbe rappresentarci), di quei sogni e di quegli ideali che hanno animato due secoli di lotte e di speranze. Sogni e speranze che hanno portato gente a sacrificare la propria vita e che, grazie a quella che se Gramsci fosse qui oggi chiamerebbe la generazione dei costruttori di soffitte, sono stati sacrificati sull’altare della legittimazione per andare al governo.

Il PCI era una scuola culturale e politica che faceva paura sia ai sovietici che agli americani: non è un caso, infatti, che sia l’URSS che gli USA avessero pronte precise strategie per l’Italia, nell’ordine di eliminare il suo segretario più amato (la prima) e di attuare un golpe reazionario sulla falsa riga di quello cileno (la seconda).

Il Pci è stato inoltre un riferimento importante, ed in alcuni casi insostituibile, nelle storie individuali di milioni di donne e di uomini del nostro Paese. Una immensa comunità, un paese Partito che si estendeva in tutto il paese Italia e in cui “l’essere compagni” ed avere in tasca la tessera del Pci costituiva un inalienabile diritto di cittadinanza.

In qualsiasi città italiana si trovasse, anche la più sperduta, un compagno del Pci poteva recarsi in una sezione del Partito, sapendo di esservi accolto come un padre accoglie il proprio figlio dopo un lungo viaggio. Quanti italiani delle regioni meridionali emigrati al nord hanno ricevuto la prima accoglienza dalla locale sezione del PCI, quanti contadini hanno imparato “a non togliersi il cappello davanti al padrone di lavoro” e a chiedere, con dignità, il rispetto dei propri diritti, diventando finalmente dei “cittadini” a tutti gli effetti. E quanti hanno imparato a leggere e scrivere, quanti sono morti per l’ideale di una società più giusta.

Non voglio dilungarmi troppo, né dipingere un ritratto tutte luci e niente ombre, perché sarebbe irrispettoso nei confronti di chi il PCI l’ha vissuto per davvero (e io che sono nato qualche mese prima della Bolognina non ho il diritto di spiegarlo ad altri, ma sento il dovere di provare a spiegarlo ai miei coetanei).

La fine del comunismo reale avrebbe portato anche il PCI (la Giraffa, come lo chiamava Togliatti, quell’animale così strano, ma che eppure esiste), sul lungo periodo, ad essere distrutto. L’obiettivo della Svolta, infatti, come testimonia anche un’intervista ad un allora trentaquattrenne Walter Veltroni (chissà se oggi si riconoscerebbe) era quella di non disperdere l’immenso patrimonio ideale, politico e culturale del PCI:

Io ho passato 20 dei miei 34 anni lavorando a tempo pieno dentro questo partito. Questo PCI è stato per me qualcosa che ha cambiato la mia vita e ai suoi caratteri io sono indissolubilmente legato. La sua grande forza è stata la capacità di scelte difficili. Questa è una di quelle. Non c’è dubbio, era più comodo stare fermi. Così per ci saremmo assunti la responsabilità, per non avere il coraggio di sbagliare, di vedere deperire un grande patrimonio politico e ideale.

Quel patrimonio politico e ideale, anziché deperire, è stato lentamente distrutto, spazzato via, attraverso la più grande rimozione culturale della Storia italiana recente, il cui ultimo fotogramma si concretizza nella lotta alla parola “compagno”. Non era infatti l’epifania del “Nuovo”, carico di sicuri trionfi e cambiamenti, ma semplicemente il funerale di quello che da una sera alla mattina era diventato “Vecchio”, che avrebbe portato solo ad una stagione di sconfitte e traumi collettivi.

Perché alla fine, come disse Berlinguer nel 1979:

“Secondo qualcuno il nostro partito dovrebbe finire di essere diverso, dovrebbe cioè omologarsi agli altri partiti. Veti e sospetti cadrebbero, riceveremmo consensi e plausi strepitosi, se solo divenissimo uguali agli altri… se decidessimo di recidere le nostre radici, pensando di rifiorire meglio. Ma ciò sarebbe, come ha scritto Mitterrand, il gesto suicida di un idiota.”

E così alla fine è stato. E le migliaia di persone che stanno visitando la mostra del PCI a Roma, organizzata dalla Fondazione Gramsci, che si emozionano al solo rivedere il sorriso di Berlinguer, i quaderni di Gramsci, le immagini di milioni di persone in piazza, è l’ennesima dimostrazione che manca un orizzonte culturale capace di risvegliare le coscienze. E, soprattutto, la passione in noi giovani.

Perché quale passione dovremmo riscoprire, noi giovani, condannati a vivere in una società che l’unica cosa che ci offre è quello di diventare una rotella di un ingranaggio volto solo a favorire la prepotenza, il privilegio, la corruzione

Quindi è per questo che, anche se non sono comunista, anche se non ho mai potuto esserlo, né ho mai potuto militare nel grande Partito Comunista Italiano, scrivo oggi qui, questo articolo, per confessarvi una cosa: che io, nel bene o nel male, fortemente lo rimpiango.




22 settembre 2010

Quei Quarantenni costruttori di soffitte

Una generazione può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione
precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto.


Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. È il solito rapporto tra il grande uomo e il cameriere.

Fare il deserto per emergere e distinguersi.

Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche più oltre; semplicemente vegetare è già superamento di ciò che è dipinto come morto.

 

Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro... ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di più.

Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali, ma non siete capaci che di costruire soffitte.”

(Antonio Gramsci, da “Passato e Presente”)


Leggete questo brano e vi sembra di leggere un identikit di certi quarantenni che trent’anni fa presero il potere nel PSI, vent’anni fa presero il potere nel PCI e che oggi, se tutto va bene come speriamo, prenderanno il potere nel PD. Intendiamoci, non tutti, ma la stragrande maggioranza.

Tutti così sicuri di sé e sempre pronti a demolire quelli che c’erano prima, salvo ripartire sempre da zero perché dalla generazione precedente non hanno voglia di imparare nulla.

Guardo alla generazione dei Berlinguer che guardava con ammirazione quella dei Pertini, che avevano fatto la Resistenza e combattuto il fascismo, e non posso fare a meno di notare quanto fosse certamente più vitale e forte di quella che l’ha seguita (e non parliamo di quella che si appresta a prendere il potere).

Adesso i nostri addirittura si fanno chiamare “i giovanotti” e tendono a precisare che non sono una corrente (e allora non si spiega il nome). Come se del correntismo si debba aver paura: se propone idee, una nuova corrente organizzata è sempre ben accetta; ma se reclama poltrone, come quasi sempre accade, avvilisce e avvizzisce quel poco di passione che è ancora rimasta in elettori e militanti.

Molti affermano che questa classe dirigente rispecchia la società civile che la vota. Sono un parte d’accordo. Ma è anche vero che ogni popolo è ciò che la sua classe dirigente lo fa essere: è la classe dirigente che dirige la formazione della pubblica opinione, organizza il sapere sociale, seleziona la memoria collettiva, costruisce la tavola dei valori, imponendo dall’alto modelli negativi e positivi.

Come diceva Pasolini, le culture popolari autentiche, quelle che nascevano nelle campagne e nei quartieri popolari, sono state sostituite dall’omologazione di massa pilotata dal grande capitale e da una classe dirigente che, soprattutto con le televisioni, informa e forma l’opinione pubblica, infarcendola di tristi luoghi comuni e di spazzatura culturale.

Quindi, vista la farcitura, personaggi alla Renzi farebbero bene a prendere ad esempio la generazione dei propri nonni: chissà che forse, riescano ad imparare qualcosa.

Per non rimanere, insomma, dei semplici costruttori di soffitte.




17 settembre 2010

Il Grande Castello

In questi giorni mi viene in mente una fantastica Sabina Guzzanti - D'Alema, che durante un AnnoZero di fine 2008, dice: "Noi abbiamo ereditato il Partito Comunista, che è come ereditare un grande castello, e ne abbiamo fatto tanti mini-appartamenti. Può piacere o non piacere, ma è quello che fa una politica moderna. E noi questo sforzo lo abbiamo fatto."

Ecco, in questi giorni in cui il Governo traballa, il Berlusconismo vive uno dei momenti più difficili della sua storia e c'è la speranza e l'opportunità di cambiare finalmente pagina e ridare a questo Paese una nuova Primavera, mi guardo intorno e vedo solo le macerie, nemmeno più i mini-appartamenti.

E mentre chi è rimasto senza dimora si dimentica il suo passato, la gente continua a non sapere e continuerà a non sapere, perchè non c'è, attualmente, un'Alternativa che faccia anche solo sapere di esserci e di essere credibile. Perchè il problema è che oggi non solo non c'è l'Alternativa, ma non c'è nemmeno la credibilità.

A sinistra, soprattutto quella sinistra che è confluita nel Pd, per quindici anni si è detto: questa è l’Italia.

Il trasformismo, il clientelismo, l'affarismo e l'immoralità che tutto questo comporta: certo, questa è l'Italia, ma non è solo questo. E in nome di chi combatte tutto questo che la Sinistra oggi dovrebbe anzitutto riappropriarsi della propria ragion d'essere, che ha inevitabilmente smarrito mentre era impegnata a fare i mini-appartamenti, anzichè ristrutturare il castello.

Non hanno avuto coraggio e si sono accontentati di diventare i Custodi delle Rovine, anzichè gli architetti di una nuova casa, che potesse accogliere tutti. Con il risultato che hanno fatto sparire i migliori e soprattutto i disinteressati, vale a dire migliaia di giovani che oggi non sanno cosa votare e sono disgustati dall'attuale sistema. E in tutto questo, ci vanno di mezzo anche i buoni.

La verità è che da Mani Pulite in poi le elezioni le vince chi conquista il fortino dell’antipolitica. Che poi antipolitica non è, bensì trattasi di rivolta antipartitocratica nella quale confluiscono gli umori di chi pretende semplicemente una democrazia più coerente, più etica, ma anche quelli qualunquistici a connotazione autoritaria e razzista.

Il motivo della sconfitta della sinistra continua ad essere il suo demente rifiuto di denomenclaturizzarsi, di aprirsi alla parte migliore della società civile (a quella peggiore ci hanno già pensato Berlusconi e Bossi) e di riportare un equilibrio reale tra morale e potere che spazzi via ogni argomento di critica qualunquistica alla democrazia.

Se si continua però a definire come anti-politica la sacrosanta richiesta di una politica diversa, coerente con i valori che si proclamano, è ovvio che la gente frustrata o si rifiuta nel non-voto, o vota per Di Pietro o si tura il naso e vota per Berlusconi (perché alla fin dei conti, se anche a sinistra si ruba, non si vede perché questa debba essere preferita alla destra).

Tutte le volte che la sinistra si è messa in sintonia con l’antipolitica, cioè con la richiesta di cambiamento che veniva dalla parte più intransigente dell’elettorato, ha conquistato straordinari successi che solo il tradimento delle promesse elettorali e gli accordi sottobanco con Berlusconi ha reso effimeri.

Anche perché se un partito come il Pd invita i cittadini a “costruirlo insieme” e poi porta gli entusiasti dello slogan in eterne riunioni di sezione/segreteria/fondazione in cui tutto è deciso in anticipo, anche la donna delle pulizie, capite che l’elettore medio non solo non va a votare, ma se vede uno che gli chiede il voto, gli sputa in faccia.

La verità che nessuno osa dire (perché sembra offensiva e ad personam) è che ormai, salvo eccezioni da ricercare con il lanternino, il ceto politico di centro-sinistra e della sinistra rappresenta la quintessenza della mediocrità e delle demenza: chi fallisce nella vita professionale diventa ministro, chi perde le elezioni diventa segretario o addirittura presidente del partito, i figli di hanno sempre la precedenza sui figli di nessuno.

Eppure sono ancora convinto che questa Italia del profitto sfrenato, dell’occupazione clientelare, della caccia al diverso e dell’impunità dell’establishment si possa combattere e sconfiggere, ma a patto che le si contrapponga un’Italia della legalità, della solidarietà e dell’efficienza.

Un grande Castello si può ricostruire: basta costruirlo su solide fondamenta. Una volta costruito il mezzo, il fine non potrà che essere più vicino.




11 giugno 2010

Le Idee di Berlinguer ci servono ancora

“Un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che alettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede di cui ci resta un programma sociale, politico, economico, etico e morale non scritto basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese."

(Indro Montanelli)

 

 

È già passato un anno. E adesso sono 26 anni che Enrico non c’è più. Eppure a rileggerlo adesso, sembra sempre più attuale e sempre più moderno, nonostante il facile gioco al massacro che stanno conducendo certi presunti intellettuali progressisti, impegnati non a contrastare culturalmente il Berlusconismo, ma ad ammazzare l’unico esempio di modello alternativo ad esso che rimane oggi a Sinistra. E forse è il caso di domandarsi perché sia rimasto l’unico, a distanza di 26 anni.

 

Enrico Berlinguer moriva l’11 giugno 1984, verso la fine dell’altro secolo, aveva 62 anni, era padre di quattro figli ed era segretario del Partito Comunista Italiano da più di dodici. Come dice Gaber in una sua celebre canzone, “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.”

 

Ed è proprio questo che ha fatto di Berlinguer un uomo irripetibile sulla scena politica italiana, verso la quale la maggioranza del popolo italiano non riesce a non provare un profondo affetto e un’inesauribile stima, ancora oggi: la sua convinzione per la quale dietro ogni scelta politica ci dovesse essere anche una precisa scelta morale, coerente con i propri ideali, è uno degli elementi che rendono Enrico Berlinguer tutt’oggi il leader più amato della Prima Repubblica.

 

Scrisse Norberto Bobbio, “Caratteristica fondamentale di Enrico Berlinguer è stata, a mio avviso, quella di non avere i tratti negativi che contraddistinguono tanta parte della classe politica italiana. Penso alla vanità, all'esibizionismo, all'arroganza, al desiderio di primeggiare che purtroppo fanno parte del 'mestiere', della professione del politico.”

 

Sulla fanpage di Enrico su Facebook, il commento più frequente è questo: “Dopo di te, il Nulla”. A riprova che le vere Svolte, a Sinistra, le ha fatte Berlinguer e che tutte le altre hanno inciso così poco sull’immaginario collettivo, che sono state archiviate in tutta fretta dal gruppo dirigente che domina da 20 anni. Si dice che siamo nani sulle spalle dei giganti: non penso sia stato molto utile ammazzare i giganti, visto che alla fine siamo rimasti solamente noi nani e non riusciamo a vedere al di là del nostro giardino.

 

Eppure quante volte, in questi anni, vedendo scorrere sotto i nostri occhi fiumi di scandali e di maleodoranti liquami, ci siamo chiesti che cosa avrebbe detto Berlinguer, se quella maledetta sera del 7 giugno 1984, su quel palco a Padova, un ictus non ce l’avesse portato via. Penso sia un esercizio inutile. Non tanto per la sua meravigliosa imprevedibilità, quanto perché, a cercare nei suoi innumerevoli scritti, discorsi parlamentari, interviste, Enrico aveva già detto tutto su tutto. Anche su ciò che non ha fatto in tempo a vedere.

 

Con una capacità di anticipazione che oggi lascia stupiti, aveva intuito la degenerazione che stavano vivendo i partiti, la loro trasformazione in macchine di potere e di corruzione. Aveva capito che il mondo stava cambiando e che la sinistra, se voleva continuare ad esistere e a non rinunciare a se stessa, doveva rinnovare il suo bagaglio, "trovare strade nuove per i vecchi ideali".

 

Nei primi anni Ottanta Berlinguer era riuscito a mettere a fuoco i grandi temi di una nuova politica di sinistra, al di là della tradizione comunista, che abbracciava il pacifismo, l’ambientalismo e, soprattutto, quell’idealismo che la tradizione comunista ha sempre rifiutato per un materialismo storico che non poco ha contribuito alla sua disfatta: l’impiego dell’energia solare, invocato nel 1983, per ridurre la dipendenza energetica del nostro paese; l’attenzione posta alla rivoluzione elettronica, con l’auspicio che la politica non si riducesse solo a sondaggi ed elezioni; la strategia del compromesso storico, per creare un unico orizzonte delle forze anti-fasciste e superare la crisi economica, sociale e morale del nostro Paese; la rottura con l’URSS, quando il socialismo sovietico era un punto di riferimento internazionale per tutti i comunisti; la battaglia per la dissoluzione del divario crescente tra nord e sud del mondo, quando la globalizzazione non era ancora nemmeno inclusa nel dizionario; l’importanza del ruolo dell’Europa, da contrapporre sia al decrepito comunismo reale sia al neoliberismo portatore di ricchezze per pochi e di ingiustizie per molti; per non parlare del progetto di un’economia mondiale con Olof Palme, della valorizzazione della diplomazia dei popoli, dei movimenti della pace e delle donne.

 

Ma è proprio nella Questione Morale che si comprende appieno la grandezza e la lungimiranza di Enrico Berlinguer, il suo andare oltre la tradizione comunista, rinnovandola e portandola verso nuovi orizzonti come mai nessun altro era riuscito a fare: prima di tutti, infatti, aveva capito il rischio a cui andavano incontro i grandi partiti di massa, se non avessero aggredito appieno la cause della Questione Morale, punto fondamentale per la ripresa di fiducia dei cittadini nelle istituzioni e quindi della tutela della democrazia.

 

Berlinguer non era un moralista, ma un uomo profondamente morale, nell’accezione kantiana del termine: al di là della denuncia morale, della lotta politica, agiva perché pensava fosse giusto farlo.

 

Fu inascoltato e, in quegli anni, anche schernito da alcuni compagni di partito. Poi arrivò Tangentopoli, che travolse i partiti della Prima Repubblica: fu Romiti, davanti ai giudici di Milano, a riconoscere la giustezza della denuncia di Berlinguer, a rammaricarsi per non averlo ascoltato.

 

E aveva ragione anche quando denunciava la pericolosa mutazione genetica impressa da Craxi al PSI, con una durezza forse insolita per lui, ma che nascondeva l’amarezza per le divisioni della Sinistra, per le occasioni perse, per l’alternativa rifiutata, convinto che la legittima ripresa di autonomia politica del PSI non fosse volta alla costruzione di uno schieramento progressista senza egemonie, ma semplicemente per spartirsi a metà il potere con la Dc. E così fu.

 

E quei fischi al 43° Congresso del PSI, provenienti da galantuomini seduti in platea come Sacconi, Brunetta, Tremonti, Frattini, De Michelis e tutta la marmaglia di socialisti passati armi e bagagli a Forza Italia, (a dimostrazione che il craxismo ha contribuito non poco alla nascita di quella Destra populista, piduista e neo-fascista che campa sotto Berlusconi), sono il momento storico in cui viene uccisa la gloriosa tradizione socialista italiana e il motivo per cui, morta nel 1992, non riesce più a rinascere.

 

Del resto, piaceva allora come piace oggi il decisionismo, il potere ostentato, l’irrisione, la demonizzazione dell’avversario, tutti tratti che qualcuno osa pure spacciare per modernità e che a Sinistra si tenta di seguire, non capendo che tutto ciò porta solo ad una morte prematura. Da un eccesso all’altro: c’è ancora chi è convinto che Berlusconi si combatta snaturando se stessi e abbandonandosi ad un indistinto moderatismo da operetta. L’unione di questi due fattori ha portato il Berlusconismo ad essere maggioranza culturale in questo Paese.

 

Basta leggere qualche passo della famosa intervista a Eugenio Scalfari, pubblicata su “La Repubblica” il 28 luglio 1981 (e che qualche suo presunto erede dovrebbe rileggersi), per capire quanto le idee di Berlinguer ci servano ancora:

 

I partiti non fanno più politica. I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune […], sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss".

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente. […] Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti. […]

Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. […]

I partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. […]

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. […]

Quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire. […]

Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia cerca di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

 

Quale politico oggi avrebbe l’autorità, la credibilità e la capacità di parlare in questo modo?

 

Per questo oggi siamo qui, per ricordare non solo il politico, ma anche l’uomo e l’idea: il dolore e il rimpianto per la perdita di quel grande uomo che è stato Enrico Berlinguer non deve esaurirsi in sterili dibattiti, ma deve tradursi nella voglia di immaginare, progettare e proporre quell’idea alta della politica che Enrico Berlinguer ha testimoniato con la sua vita e con la sua morte, rimanendo fino all’ultimo su quel palco, a Padova, come un eroe.

 

Perché Enrico non è morto: le sue idee camminano sulle nostre gambe. E servono ancora, nonostante tutto, ad una Sinistra che a smarrito se stessa e il suo ruolo nel mondo.




9 giugno 2010

Derive Autoritarie & Corto Circuito Democratico

“Con Berlusconi il nostro resta un assetto costituzionale in ordine, la Carta della Prima Repubblica non è stata abolita. Perchè non c’è più bisogno di rifarla: la si può svuotare dall’interno. Si impacchetta la Corte Costituzionale, si paralizza la magistratura… si può lasciare tutto intatto, tutto il meccanismo di pesi e contrappesi. E di fatto impossessarsene, occuparne ogni spazio. Alla fine rimane un potere transitivo che traversa tutto il sistema politico e comanda da solo.”

(Giovanni Sartori, La Stampa, 12 giugno 2008)

 

Quando Giovanni Sartori, uno dei più grandi politologi viventi a livello internazionale che abbiamo in Italia, scriveva queste parole per La Stampa, il Parlamento italiano si stava come al solito preoccupando dei problemi del Presidente del Consiglio. Nello specifico, si apprestava a votare quel Lodo Alfano che è stato cassato dalla Corte Costituzionale per manifesta incostituzionalità (che in molti hanno fatto finta e continuano a far finta di non vedere), e che viene oggi riproposto in versione aggiornata come ddl costituzionale.

 

Che il Premier stia intensificando il fuoco televisivo, politico, mediatico contro la Costituzione, la Rai, il Parlamento, la Magistratura, dovrebbe per lo meno far riflettere tanti acuti osservatori politici che siamo arrivati ad un punto di non ritorno. E che se non ci si dà una mossa, si rischia di replicare la storia di nuovo.

 

Una cosa che il fascismo avrebbe dovuto insegnare a questo Paese è che la servitù non è tanto una costrizione del padrone, ma una tentazione dei servi. E di gente che preferisce delegare ad altri l’unica attività libera che hanno, quella di pensare liberamente, ce n’è parecchia.

 

Intendiamoci, Berlusconi non è Mussolini. Ma è proprio questo clima di facilismo, di esenzione non dai problemi, ma dalle angosce esistenziali che ci rendono recettivi ai grandi principi, che può spianare a Berlusconi la strada verso una “democrazia da balcone”, come la chiamava Montanelli.

 

Non quello di Palazzo Venezia, che gli starebbe troppo largo, e nemmeno quello della Casa Rosada, che consentiva ad un Peròn di arringare la folla come e quando voleva: il balcone di Berlusconi è la televisione.

 

Ce la farà, ce la sta già facendo, perché la gente è con lui, non con noi. E quando la gente si mette dietro a qualcuno, intellettuali e giornalisti finiscono per mettersi dietro la gente per vendere qualche copia in più del proprio giornaletto.

 

Perché in fondo, come ricordava Alexis da Tocqueville nel suo saggio “La Democrazia in America”, del 1840:

 

“Se un potere dispotico s'insediasse nei paesi democratici, esso avrebbe certamente caratteristiche diverse dal passato: sarebbe più esteso ma più sopportabile, e degraderebbe gli uomini senza tormentarli. Un sistema che potrebbe sembrare paterno, ma che al contrario cercherebbe di fissare gli uomini alla loro infanzia, preferendo che si divertano piuttosto che pensare. Vedo una folla immensa di uomini simili, che girano senza posa su se stessi per procurarsi i piaceri minuti e volgari di cui nutrono la propria anima. Ognuno di loro considerato in sè è come estraneo al destino di tutti gli altri... Quanto al resto dei concittadini, non li vede: li tocca, ma non li sente. E se ancora la famiglia ha qualche significato per lui, è la società a non averne alcuno.”

 

 

E la Sinistra? Bho, tu l’hai vista? A parte il populismo di Di Pietro, a parte i soliti commenti che non bucano lo schermo di Bersani, a parte le promesse di scendere in piazza… che fine ha fatto la Sinistra? Quando Sartori scriveva quelle parole, Veltroni, che pare esente da ogni colpa oggi, diceva “il dialogo è a rischio”. Cinque parole, seguite poi da “il dialogo è interrotto”. E quando ha capito anche lui troppo tardi che il dialogo era il solito monologo, ci ha rimesso la poltrona. E sul fatto ritorna alle origini (per fortuna), dicendo che la Questione Morale è il punto centrale, che questo è il governo dell’odio, che Santoro va difeso. Eppure la sensazione che qualcosa non va la denuncio da anni.

 

A che ora è iniziato il corto circuito di questa Sinistra? Le facce dei suoi leader (Veltroni, Fassino, D’Alema, Franceschini, Letta, Bersani) sembrano evaporare nel tubo catodico, un nugolo di ombre depresse e stravolte dall’immagine indistruttibile di un Berlusconi che è egemonico televisivamente, economicamente, politicamente, socialmente e pure culturalmente, reduce da 3 anni di continue vittorie nonostante la marea nera di scandali e fallimenti che lo investono e ne hanno scalfito lo smalto.

 

I nove punti di distacco alle politiche, il disastro delle europee e delle amministrative, nonché le ultime regionali, hanno fortificato il mito di Berlusconi e il suo predominio che non è più di sola immagine, ma proprio di adesione culturale. Un’adesione culturale che postula la normalità dello stravolgimento della Carta Costituzionale, dell’aggressione alle istituzioni di controllo come la Corte costituzionale, il Quirinale, la magistratura, della sottomissione del Parlamento (la cui sovranità è espropriata con quelle mazze chiodate dei voti di fiducia), del conflitto di interessi, della corruzione, dell’evasione fiscale, delle mafie.

 

La Sinistra, questa sinistra, quella nata dalle ceneri del Muro di Berlino, dimostra di non conoscere più il Paese, di non saper ascoltare, di non saper prevedere. Intrappolata nei riti romani, nei labirinti di vertice, negli equilibrismi, nell’eterna paura di apparire troppo di sinistra, la Sinistra ha perso non solo il potere delle sezioni (chiuse per debiti), dei simboli (venduti agli Angelucci come Botteghe Oscure), della cultura, ma anche i sensori sul territorio, quel modello vincente di dialogo continuo che il PCI aveva e che, dopo aver passato 20 anni a rimuovere, si è scoperto che lo si rivuole indietro, elogiando la Lega che non ha fatto altro che copiarlo pari pari.

 

Un’opposizione del genere, così impaurita di sé e del proprio passato, così ansiosa di apparire dialogante, conciliante, moderata, non è tipica delle democrazie: è poco britannica, ma anche poco francese, tedesca, americana. Perché nessuna opposizione di sinistra, progressista, teme di apparire per quel che è, ovvero qualcosa che di sua natura è portata a dire di no, a mostrare un’alternativa valida al governo in carica.

 

Di alternativa si parla, ma ancora non ne vediamo la faccia. Ogni giorno sui giornali leggiamo tutto e il contrario di tutto, uno dice una cosa, il giorno dopo la smentisce, dando l’impressione che in realtà si naviga a vista. Non c’è un progetto, né una sfida culturale all’orizzonte.

 

Hanno passato vent’anni a cancellare la vecchia identità, che non si sono minimamente preoccupati di darsene una nuova: non sono diventati i padri di una nuova identità. Semplicemente, sono rimasti gli eterni giovani di quella vecchia, di cui hanno mantenuto solo la mentalità.

 

Consegnando alla storia una marea di orfani e figli unici che chissà che forse un giorno questa nuova identità la partoriranno.




29 maggio 2010

Una fiamma di misticismo e non solo banale normalità

Massimo De Angelis i più forse non lo conosceranno, ma vent’anni fa ebbe un ruolo direi fondamentale per la “Svolta della Bolognina”: ne era la penna, ovvero era il ghost writer di Occhetto, l’artefice della gran parte dei documenti politici approvati nel doppio congresso del 90-91, quello insomma che ha permesso a tanti ex e post di stare oggi nel PD come se con il PCI non ci avessero mai avuto a che fare.

 

Ebbene, nel 2003 De Angelis scriveva nel suo libro “Post. Confessioni di un ex comunista” le seguenti parole: “Gli uomini che più direttamente hanno fatto la Svolta, che hanno ideato, gestito la Svolta, sono stati quasi tutti emarginati, dispersi, allontanati, dimenticati. A cominciare da Occhetto. Un classico dello stile comunista. Tutto ciò non si spiega solo con il DNA comunista dei dirigenti diessini, che tutt’ora anima le loro menti. In molti di loro, credo, del tutto inconsapevolmente. Il che è ancora peggio. Perché sentendosi liberali, cadendo nell’amnesia, esprimono il nuovo conformismo adattando ad esso l’antica forma mentis e i vecchi comportamenti. Sempre i comunisti hanno decapitato non solo i dissidenti, magli innovatori che al momento della normalizzazione, quando il pendolo si assestava tornando un po’ indietro, si trovarono fuori allineamento, come abbandonati sulla bottiglia della marea calante, nel cono d’ombra della dissidenza, dell’eresia, dell’ignominia. E noi, Achille Occhetto in testa, siamo sicuramente finiti nel cono d’ombra della dissidenza, dell’eresia e dell’ignominia.”

 

Concludeva: “Io mi rivolgo a chi ha amato e si è sacrificato, a chi ha vissuto la grande illusione del PCI, mi rivolgo ai suoi successori, agli epigoni, agli archivia tori curiali della Svolta, e chiedo loro: ma non vi siete accorti che questa Sinistra è morta? E che perciò essa è divenuta il sacrario, l’ossario, ma anche il verminaio di ogni opportunismo e conformismo? Non vi siete accorti che questa Sinistra era già morta dieci anni fa? Già venti anni fa? (N.D. cfr 1984, la morte di Berlinguer) E non vi siete accorti che per dare una nuova anima al movimento che per un secolo o forse due si era raccolto nella Sinistra, per dare davvero vita a un nuovo inizio, fosse necessaria una fiamma di misticismo, e non solo la pece della normalità?

 

Ecco, a quanto pare non l’hanno proprio capito. Sono passati sette anni, De Angelis è finito nel dimenticatoio come tutti gli Occhettiani (a parte quelli che continuano a riciclarsi come Veltroni), è nato il PD, ma di fiamme di misticismo (o di passione se vi piace di più) nemmeno l’ombra. Solo tonnellate di normalità, banalità, rimozioni collettive, invettive senza senso e atteggiamenti da trinariciuti taliban del nuovo Millennio. La forma mentis è sempre quella, ma il conformismo è sempre più profondo e disarmante.

 

E allora vengono sempre in mente le note parole di Berlinguer, che chi mi legge oramai conoscerà a memoria: “Secondo qualcuno il nostro partito dovrebbe finire di essere diverso, dovrebbe cioè omologarsi agli altri partiti. Veti e sospetti cadrebbero, riceveremmo consensi e plausi strepitosi, se solo divenissimo uguali agli altri… se decidessimo di recidere le nostre radici, pensando di rifiorire meglio. Ma ciò sarebbe, come ha scritto Mitterrand, il gesto suicida di un idiota”.




14 maggio 2010

Vagonate di Ipocrisia sulla Questione Morale

Rieccoci, puntuali come non mai. Del resto, non vorrei fare il modesto, ma come al solito l'avevo detto. Non ieri, nemmeno ieri l'altro, ma lo dico ininterrottamente da quasi tre anni oramai, cioè da quando è nato questo blog, l'8 luglio 2007.

Stava nascendo il PD, i DS a cui avevo aderito con entusiasmo l'anno prima erano stati travolti da Unipol-BNL ed erano stati costretti, di fatto, a fare l'ennesimo cambio di etichetta, quindi da ingenuo com'ero (e che forse sono rimasto) pensavo che non ci fosse tema più centrale da affrontare per il neonato partito.

Del resto, avevano dovuto chiudere i DS per fallimento morale (quando sarebbe stato sufficiente cambiare la dirigenza, visto che la base nulla aveva fatto), adesso che fonderanno il PD si accorgeranno finalmente che la commistione tra potere politico ed economico è al centro degli effetti degenerativi che generano l'Anti-politica di cui si parla tanto, ma soprattutto logorano le istituzioni e diffondono il mito dell'uomo della Provvidenza capace di mettere fine a corruzione e inefficienza con la sola imposizione delle mani (e per scopi così lodevoli in fondo della democrazia si può anche fare a meno).

Quando inauguravo questo blog, scrivevo che il PD sarebbe stato una vera alternativa al Berlusconismo se avesse rotto con la politica del passato (il che non significa tagliare le radici con la propria storia) e avesse affrontato la Questione Morale, attraverso l'approvazione celere in Parlamento di leggi che rendessero il più trasparente possibile il rapporto tra istituzioni e cittadini. Ovviamente, come tutte le Cassandre che si rispettino, quando profetizzavo finanche il fallimento di Veltroni se non avesse messo in campo "l'Orgoglio Democratico", mi prendevano per pazzo, dicevano che ero diventato grillino, che non capivo come si faceva politica (e sono fiero a questo punto di non averla mai capita abbastanza e aver preservato la mia indipendenza di pensiero, visto che i giovani del PD, come ha ricordato Lidia Ravera sull'Unità, assomigliano più a scimmiette ammaestrate oramai).

Ebbene, come a dicembre 2008, quando improvvisamente tutti si riempirono la bocca di Questione Morale e Berlinguer, adesso, di fronte all'ennesimo pericolo di tsunami da parte della società civile, le reti e le edicole unificate dipingono un Berlusconi affranto perchè quelli indagati avrebbero abusato della sua fiducia, arricchendosi alle sue spalle (della serie, il bue che dice cornuto all'asino: Berlusconi, a detta di Biagi, Montanelli e Dell'Utri, è entrato in politica per non finire in galera), mentre spuntano dichiarazioni paranormali di Casini che invita a "non sottovalutare la Questione Morale", cioè quello stesso Casini che accusava di moralismo Berlinguer quando era delfino di Forlani e ha difeso Cuffaro fino all'altro giorno.

Ha detto il mio amico Michele Marseglia, di fronte a questo rinnovato ed ennesimo riempirsi la bocca di moralità, trasparenza e buoni propositi da parte dei responsabili di questa cancrena italiana, che Enrico si starà rivoltando nella tomba. Non è l'unico, anche Pertini. Ma soprattutto, il mio stomaco, che sarà in buona compagnia a breve.

Diceva Berlinguer alla Relazione al XVI Congresso del Pci, marzo 1983, che: 

"Affrontare la questione morale è una condizione ineli­minabile per poter proporre e fare accettare una politica severa e di risanamento finanziario. Ciò implica, innanzitutto, correttezza e onestà dal verti­ce alla base di tutta la vita pubblica. Ha detto Norberto Bobbio che la prima riforma istituzionale consiste nel non rubare.

Ma la questione morale si è aperta in Italia perché gli interessi di partito sono divenuti così predominanti da coz­zare contro gli interessi generali del paese. Questo è lo stato di cose da cambiare per evitare una rivolta (che sta maturan­do) contro tutti i partiti, che ne colpirebbe la funzione es­senziale e legittima, e che porterebbe perciò a pericoli per il nostro regime democratico.

La conseguenza che si impone è, dunque, quella di in­trodurre dei correttivi in questo sistema imperante da trent'anni e oltre."

Soffriamo per la crisi economica: eppur mi pare più grave quella morale che l'ha generata.



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"Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata."
(Enrico Berlinguer)

"Credo che la libertà sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà."
"Alla fine il reato più grave diventa quello di chi racconta certe cose, anzichè chi le fa. La colpa non è dello specchio, ma di chi ci sta davanti."
(Enzo Biagi)

"L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che ho mai visto, per volgarità e bassezza. Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo. Gli italiani devono vedere chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Soltanto dopo saremo immuni."
(Indro Montanelli, 2001)


"Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti ed ai comunisti o filocomunisti pentiti. C'è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni."
(Vittorio Foa, 2006)

"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perchè lì è nata la nostra Costituzione."
(Piero Calamandrei)

"Quali garanzie offre questo Stato [...] per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro [...] l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito [...] in ogni città e in ogni villaggio è possibile compilare un lungo elenco di malversazioni, di casi di concussione e di abusi rimasti impuniti; i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi [...] perchè quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino."
(Leonardo Sciascia, 1979, intervista a Marcelle Padovani)

"Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza"
O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?
(Norberto Bobbio)

"Chi non conosce la verità è uno sciocco. Ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente"
(Bertold Brecht)


"Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola"
(Giovanni Falcone)
"Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe"
(Paolo Borsellino)

"Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'omicidio, ordinino un pubblico assassinio"
(Cesare Beccaria)