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Non scrivo praticamente più su questo blog. Mi sono dedicato completamente a www.enricoberlinguer.it e curo la rubrica "Il Rompiballe" su Qualcosa di Sinistra. Questo è il mio blog personale, che ho fondato quando avevo 18 anni e ci sono affezionato. Riflette le mie speranze di allora, su una nuova Sinistra, che recuperasse la lezione di Enrico Berlinguer sulla Questione Morale e sull'austerità e la saldasse con la questione della democrazia incompiuta del nostro Paese. 

Rileggendomi, a distanza di anni, sorrido della mia ingenuità di allora. Per fare buona politica, diceva Piero Calamandrei, c'è bisogno di persone oneste che facciano modestamente il proprio mestiere con passione, rigore e impegno morale. Perché sincerità e coerenza, che possono sembrare ingenuità, alla lunga sono l'unico buon affare.

Se mi seguivate allora e volete leggermi "quotidianamente", mi trovate su facebook o su twitter.

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"Change will not come if we wait for some other person or some other time. We are the ones we've been waiting for. We are the change that we seek."
(Il Cambiamento non arriverà se aspettiamo qualcun'altro o qualche altro momento. Noi siamo quelli che stavamo spettando. Siamo il Cambiamento che cerchiamo.)

(Barack Hussein Obama, 44° Presidente degli Stati Uniti d'America)

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17 novembre 2012

Noi, gli elettori che vi hanno eletti

Articolo pubblicato su Qualcosa di Sinistra: http://wp.me/p1mWAa-2X7

Questo articolo è stato pubblicato su l'Unità il 2 ottobre 1990, all'indomani dei primi scandali che si affacciavano a Milano, ex-capitale morale d'Italia. E' stato scritto da un grande milanese, comunista, cantautore, poeta, scrittore quale fu Ivan Della Mea, scomparso il 14 giugno 2009. E' un vero e proprio manifesto di tutti i cittadini di sinistra e comunisti sempre valido che esprime bene la nostra posizione rispetto a tutti i potenti, gli arroganti e i prepotenti di qualsiasi colore e bandiera. Vale per la città di Milano di ieri, oggi e domani, per tutte le città d'Italia. E se vale dopo 22 anni, significa che qualcuno non ha fatto il suo dovere fino in fondo. PF

Noi, gli elettori che vi hanno eletti
di Ivan Della Mea, 2 ottobre 1990

Voi, gli eletti da noi. Vi abbiamo eletti per governare la nostra città, questa: Milano.
Vi abbiamo detto: facciamo insieme una città pulita, una città sana, una città generosa e buona e dolce.
Vi abbiamo detto: costruiamo insieme una città onesta perché pensata da onesti e amministrata da onesti.
Non vi abbiamo detto, mai, voi fate poi noi si vedrà: no. Non vi abbiamo consegnato una delega: no.

Abbiamo investito un capitale di attese, ragionate e pesate sulle vostre intelligenze, sulle vostre capacità, sulla vostra correttezza: un capitale bello, ricco delle nostre umane ricchezze per fare insieme una Milano con umanità, per costruire insieme il comune presente che avesse il segno grande e bello d'un futuro in corso.

Ci siamo dati un'etica, una morale mos moris perché fosse sempre costume usanza abitudine condotta comportamento contegno qualità legge precetto regola moralis: etica appunto e concernente il costume.

Troppe volte abbiamo ascoltato frasi del tipo: la politica è una cosa sporca, i politicanti son tutti ladri, inn tucc istess, chi fa da se fa per tre, mi faccio i cazzi miei; c'è una "cultura" dentro queste frasi che è vincente e che si propaga e si allarga e allontana il cittadino dalle istituzioni e lo fa nemico delle istituzioni e  lo convince nel negarsi il diritto e nel cercare l'amico dell'amico dell'amico e nel pagare - con la bustarella o con il voto - l'ultimo amico dell'amico dell'amico.

No, noi gli elettori che vi hanno eletti ci siamo opposti a questa cultura che è cultura di mafia; noi ci siamo detti e vi abbiamo detto "Chi fa politica per la gente è onesto, chi usa la gente per fare politica è disonesto".

Noi oggi come ieri rivendichiamo i nostri diritti e questo facciamo perché è nostro dovere farlo.

Rivendichiamo il diritto-dovere alla verità e diciamo che non si deve, mai e per nessuna ragione, rimuovere la memoria, ogni memoria. Rivendichiamo il diritto-dovere di vigilare sulla cosa pubblica e di pretendere la trasparenza: tutta.

Rivendichiamo il diritto-dovere di difendere il territorio, di progettare per il bene comune con l'occhio giusto per i più deboli, per tutti gli emarginati di qualsiasi colore essi siano e di qualsiasi fede e di qualsiasi cultura e di qualsiasi sventura siano portatori e vittime; e con l'occhio giusto per tutte le periferie perché davvero divengano "il centro dei nostri progetti" e contro tutti i ghetti.

Rivendichiamo il diritto-dovere di tutelare le giovani generazioni per garantire loro una città futura, una città possibile.

L'importanza delle parole 1: vi abbiamo eletti per la convivenza.
L'importanza delle parole 2: vi abbiamo eletti contro ogni connivenza.

Ps: Per tutte le ragioni suesposte mi tengo la mia tessera del PCI e chiedo l'iscrizione alla Società Civile.




8 luglio 2011

Quattro anni da blogger

Quattro anni fa, all'età di 18 anni, iniziavo a fare il "blogger". Ne è passata di acqua sotto i ponti, ma a questo blog sono infinitamente affezionato. E' stato la mia "palestra" e continuerò ad aggiornarlo di tanto in tanto (come sapete oramai pubblico quasi tutto su Qualcosa di Sinistra: www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra). 

Qui sono nato e qui, limpido come uno specchio, c'è tutto quello che ho scritto in passato da quell'8 luglio 2007, quando fondai questo blog per riproporre la Questione Morale nel nascente Partito Democratico... della questione abbiamo visto quanto se ne sono sbattuti là dentro e quanto avessimo ragione noi ai tempi... del resto, dei se e dei ma sono piene le fosse. E si è visto.

Qui il mio ultimo articolo su QdS, proprio sulla Questione Morale: http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/?p=4669




19 febbraio 2011

L'eterna attualità della Questione Morale

Diciotto anni fa, quando Mani Pulite cominciava a muovere i primi passi, la corruzione aveva un giro di affari di 10.000 miliardi di lire (5 miliardi di euro) e produceva un indebitamento pubblico tra i 150.000 e i 250.000 miliardi di lire, più 15/25.000 miliardi di interessi passivi.

La fotografia di quel 1992 mostra un Paese sull’orlo della bancarotta, completamente fuori dai parametri di Maastricht: debito al 118% del PIL (anziché al 60); tasso di inflazione al 6,9% (invece del 3); deficit di bilancio all’11% (anziché al 3). Il 16 settembre passa alla storia come “il mercoledì nero” della lira, il cui valore negli scambi con le altre monete crolla a tal punto da costringerla ad uscire dal Sistema Monetario Europeo.

La conseguenza di tutto ciò, in termini economici, portò il Governo Amato a varare una Finanziaria lacrime e sangue da 30.000 miliardi di lire, che avviò le famose privatizzazioni e introdusse una valanga di tasse e balzelli vari che tutt’oggi gravano sulle tasche dei cittadini onesti che le tasse le pagano. Diciotto anni fa la crisi economica scardinò la Prima Repubblica e distrusse i grandi partiti di massa, portando sulla scena politica italiana homines novi che poi tanto novi non erano: ma ieri come oggi la crisi economica è figlia della Crisi Morale.

Continua a leggere su:

http://www.enricoberlinguer.it/qualcosadisinistra/?p=1431




16 febbraio 2011

Per Enrico, Per Esempio

25 gennaio 2009. Poco meno di sei mesi al 25° anniversario della morte di Enrico Berlinguer.

Avevo preparato con cura il lancio di EB.IT – il primo sito web su Enrico Berlinguer (http://www.enricoberlinguer.it), perché ero oramai stanco che non ci fosse nemmeno un sito dedicato alla figura politica e ideale più importante della Sinistra del Novecento, assieme a quella di Antonio Gramsci. Nessun luogo dove raccogliere discorsi, memorie, foto, interviste. Solo wikipedia e qualche altra pagina amatoriale.

Ero pronto. Almeno per quanto riguardava il materiale, lo ero. Sei mesi prima avevo raccolto abbastanza materiale su Berlinguer, per la mia tesina di maturità sulla Questione Morale. Berlinguer, la sua tensione ideale, la sua capacità di vedere lontano, il suo essere così umanamente diverso dai politici che vedevo ogni giorno in tv, tutto questo mi portò a impegnarmi nella politica attiva, se così si può chiamare l’iscrizione ad un partito e, paradossalmente, oggi è la causa per cui non sono iscritto a nessun partito.

Il mio primo vero incontro con Enrico fu però a 18 anni, quando mi capitò tra le mani il libro di Chiara Valentini “Berlinguer, l’Eredità difficile”. Era luglio, faceva caldo. Forse il fatto che quella biografia fosse a metà prezzo influì positivamente sulla mia scelta di comprarla. Nulla accade per caso. E se mi finì quel libro tra le mani, sono tutt’ora convinto che si sia trattato di un segno del destino.

Dopo 3 giorni chiusi quel libro e avevo voglia di conoscere, di sapere, di leggere direttamente cosa diceva e cosa pensava Enrico Berlinguer, senza i filtri delle interpretazioni altrui. Volevo farmi una mia idea, senza passare delle idee altrui. Volevo leggere Enrico per come era.

Ma la mia sete di conoscenza non fu placata, né da internet, né dalla saggistica, né tanto meno dalle biblioteche: per reperire materiale su Berlinguer dovetti fare i salti mortali tra improbabili librerie e gli archivi storici del corriere della sera, qui a Milano.

Più scoprivo cose su di lui, più mi chiedevo come mai fosse stato abbandonato nella pratica quotidiana da quelli che si definivano i suoi eredi e ai quali mi ero iscritto proprio per quel motivo: i Democratici di Sinistra. Scoprii a mie spese perché Berlinguer era un ricordo troppo scomodo.

E la mia battaglia per la Questione Morale, nel momento di costituzione del Partito Democratico, trovò molta poca eco negli ambienti ufficiali e di partito (anche se sulla rete il mio piccolo blog sulla questione morale si avviava a diventare uno dei 200 blog più letti d’Italia). Come ogni Cassandra che si rispetti, a quei tempi fui sbeffeggiato dai vari satrapi di turno (che oggi si leccano le ferite), quindi decisi di dedicarmi alla costruzione del più grande sito web su Enrico Berlinguer.

È strana la vita: il primo nucleo di quello che oggi è uno dei siti web più visitati in Italia (con un blog, Qualcosa di Sinistra, che in 3 mesi è diventato il 42° blog di politica più letto in Italia) non è stato altro che un mero esercizio per l’esame di informatica che dovevo dare il 16 febbraio 2009.

Giorno in cui vide la luce EB.IT – il primo sito web su Enrico Berlinguer. A quell’esame fui bocciato e a settembre cambiai anche facoltà, per approdare a scienze politiche (sono passato da quello che avrei dovuto fare per trovare lavoro a quello che mi piaceva fare, fregandomene delle aspettative di lavoro). Ma se tornassi indietro, rifarei tutto, anche l’anno di ingegneria, e non solo per le fantastiche persone che ho conosciuto e quello che comunque ho imparato, ma soprattutto perché mi ha dato quel minimo di conoscenze per creare questo sito web.

Senza il quale, oggi non esisterebbe l’Associazione Nazionale Enrico Berlinguer, Qualcosa di Sinistra e quell’enorme network di oltre 123.000 persone che in poco meno di 2 anni siamo riusciti a far incontrare su facebook.

Oggi, 16 febbraio 2011, il popolo della Sinistra ha un sito web su Enrico Berlinguer dove poter leggere direttamente quello che Enrico scriveva e diceva (il nuovo DataBerlinguer), esprimere la propria opinione (EB.IT Forum), fare politica nel nome di Enrico fuori e tra i partiti (l’Associazione), tornare a dire Qualcosa di Sinistra ad una platea di oltre 123.000 compagni.

Il tutto con pochi soldi, tanta passione, molto coraggio, ma soprattutto grazie anche all’esempio di persone come Enrico Berlinguer. Perché tutto quello che ho messo in piedi, tutto quello che io e quelli che hanno deciso di dare una mano stiamo facendo, non è qualcosa per avere successo o reclamare poltrone o rendite di posizione in questo o quel partito.

Tutto quello che abbiamo fatto e facciamo lo facciamo per ringraziare Enrico, che è morto a Padova, come un eroe, e che ha dato tanto: alla Sinistra, all’Italia, ma soprattutto a noi giovani nati dopo il Crollo del Muro di Berlino, a cui mancano riferimenti ideali puri ed esempi sani per ispirare la nostra lotta contro le ingiustizie e i privilegi.

Diceva Sandro Pertini, un’altra stella nel firmamento dei grandi esempi che ci rimangono, nel suo famoso appello ai giovani: “Ecco l’appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici: l’onestà e il coraggio. L’onestà… l’onestà… l’onestà. E quindi l’appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto. La politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c’è qualche scandalo; se c’è qualcuno che dà scandalo; se c’è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato.”

E questa ci pare una missione più che gratificante, affinché tutto il sangue versato da tanti giovani italiani, morti per darci la possibilità di scrivere oggi su questo blog e di manifestare il nostro pensiero, non sia scorso invano.

Grazie, a chi ha creduto, a chi ci crede e a chi ci crederà. A chi resiste, e non se ne vergogna. Saremo sempre di più, passate parola.




28 gennaio 2011

Piazza Craxi a Milano? NO, grazie!

Sabato scorso a Lissone è stata inaugurata Piazza Bettino Craxi, per la gioia dei cittadini (erano talmente felici che c’era la polizia antisommossa che doveva fermarli tanto l’entusiasmo) e soprattutto di tutti i disonesti d’Italia, che ora già inviano dettagliate lettere al sindaco della propria città per indicare la via che vogliono gli sia intestata non appena passeranno a miglior vita.

 

Sì, perché quel che viene meno quando si intesta una piazza ad un politico corrotto e latitante (condannato in contumacia a 10 anni di galera, senza contare tutti i processi fermi al secondo grado per un totale di una ventina d’anni) non è tanto la Morale (quella è roba per parrucconi, in fin dei conti), quanto lo Stato di Diritto.

 

Diceva Rousseau che la democrazia esiste laddove non c’è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da vendersi. L’Italia 2011 del Bunga Bunga è dunque una democrazia?

 

Non c’è più lo Stato di Diritto, non c’è più una Morale (pubblica), quindi non c’è più (o forse non c’è mai stata) democrazia. E soprattutto non c’è un partito che riesca ad incarnare una visione della società e dello Stato diametralmente opposta a quella concepita dal Berlusconismo, che altro non è che la versione mediaticamente corretta del Craxismo.

 

Perché se anche dall’opposizione si incensa Bettino Craxi (da Fassino a Veltroni, da Vendola a D’Alema), come lamentarsi poi che milioni di persone smettono di andare a votare e, soprattutto, i giovani si allontanano sempre più dalla politica, considerata (e a ragione) una cosa sporca, inutile, una mera macchina di potere mangiasoldi che non risolve problemi, anzi, li crea?

 

Per fortuna, c’è ancora un’Italia che si indigna e l’inaugurazione della piazza si è trasformata in una riedizione delle proteste del ’92 contro l’allora leader socialista: monetine, pernacchie, fischi, un assordante coro “ladri, ladri” ha accolto Stefania Craxi, impedendole di tagliare il nastro della piazza nella città governata da 15 anni dalla Lega.

 

Molti i militanti dei partiti, ma ancora di più i cittadini comuni, che hanno deciso di sostituire la targa “Piazza Bettino Craxi – Statista” in “Piazza Sandro Pertini – Presidente di tutti gli Italiani”.  

 

Un atto talmente vile da far scatenare Bobo Craxi, che si trovava a Cagliari: “la gazzarra indegna di Lissone è stata organizzata dai giannizzeri di Di Pietro e dal consigliere regionale del Pd Civati, il cosiddetto "rinnovatore”. Essi avranno la risposta che meritano perchè non sono capaci di discutere di politica e di storia, ma di muovere primordiali risentimenti. La sinistra piaccia o no è stata guidata dal socialismo democratico in Italia e in Europa. Altre esperienze sono finite e fallite e questi epigoni superstiti verranno schiacciati anche in Italia."

 

Poveretto: oltre a non conoscere la Storia, se l’è presa pure con la persona sbagliata (Civati), colpevole semplicemente di aver appoggiato l’iniziativa di contro-intitolare la Piazza a Pertini (c’è ancora qualcuno che nel PD si indigna per certe cose).

 

Del resto, sappiamo bene che a Bobo, figlio d’arte, è sempre assai più piaciuto l’altro consigliere regionale del PD, Filippo Penati, ex-migliorista comunista ed ex-presidente della provincia di Milano, il quale si è sempre speso nel definire Craxi “uno statista” (e poi si chiede perché mai abbia perso due elezioni di fila, provinciali e regionali, un record che neanche Veltroni).

 

E visto che Penati, dimissionario a novembre dal ruolo di coordinatore della segreteria di Bersani, è tornato a Milano per “aiutare Pisapia a vincere”, la domanda è come si comporterà il candidato sindaco del centrosinistra di fronte all’annuncio di Stefania Craxi che in primavera ci sarà anche a Milano una nuova Piazza Craxi. (guarda che caso, dallo staff nessuno ha deciso di commentare la faccenda).

 

Della serie: dalla Milano da bere degli anni ’80 alla Milano da vomitare del 2011. Che potrebbe vedere una Piazza intestata al latitante anche grazie a quei settori del PD sempre pronti a indignarsi di fronte a Berlusconi per raccattare voti, ma sempre proni a 90° quando si tratta di incensare Bettino.

 

Lo stesso Pisapia ha un background poco felice: da ex-avvocato di Forlani, ha recentemente dichiarato che l’ex-segretario della Dc non aveva alcuna responsabilità politica, mentre da candidato alle primarie si è espresso contro il concorso esterno in associazione mafiosa, ovvero lo stesso reato per cui è stato condannato in secondo grado Marcello Dell’Utri, che viene eletto da 15 anni a Milano. Mentre sulla questione Piazza Craxi, ha sempre evitato di rilasciare dichiarazioni.

 

Dunque, fiduciosi che sia solo un abbaglio, speriamo veramente che in primavera a Milano si cambi qualcosa. A meno che non si voglia perdere per l’ennesima volta… ma questa è un’altra storia.




18 gennaio 2011

Gli Uomini Giusti

 

Finirà che, fra qualche anno, Gramsci sarà solo il nome di una fondazione, Falcone e Borsellino il nome di un aeroporto, Pertini il nome di qualche scuola e monumento sparsi per l’Italia. Di Berlinguer si ricorderà solo la pessima riforma dell’università del cugino, o forse nemmeno quello. Quanto ad Ambrosoli, Siani e gli altri, al pronunciare il loro nome, la risposta più frequente forse sarà quella “Ambrosoli e Siani chi?”. E questo sarebbe già un successo.

 

È il prezzo dell’apatia e dell’indifferenza al culto della memoria, volgarmente scambiato per passatismo e nostalgia da certi moderni trasfo-riformisti, che porta un intero sistema politico, culturale ed economico-sociale già sull’orlo del baratro, a celebrare l’arroganza, la prepotenza, l’abuso perpetuo e l’inganno continuo, l’ingiustizia sociale e la furbizia a scapito del più debole. Condannando se stesso a morte certa.

 

Una celebrazione continua da parte di chi dovrebbe impegnarsi invece a dare l’esempio, affinché le istituzioni riacquistino credibilità e i cittadini, soprattutto, fiducia in esse, per salvaguardare la democrazia e la libertà.

 

Perché quello che fa rabbia è il capovolgimento della realtà e dei valori, in un Paese ridotto a Ruby e Noemi, mentre i veri problemi del Paese vengono affrontati con l’arroganza e la prepotenza dei Marchionne e con l’assenza colpevole della Politica (tutta), troppo impegnata ad assicurarsi l’impunità e il privilegio.

 

Ma che parliamo a fare? L’anno scorso un sistema politico corrotto e allo sbando, ridotto a prostitute fuori e dentro a un Parlamento che produce leggi ad personam, ha celebrato in pompa magna la figura di un latitante e di un corrotto, condannato in contumacia e in via definitiva a 10 anni di reclusione e che aveva accumulato circa una ventina d’anni di galera tra primo e secondo grado negli altri processi pendenti.

 

Nel silenzio (o meglio, nel plauso) di quelle opposizioni che dovrebbero garantire l’alternativa ad un sistema fondato sulla corruzione e sul privilegio. Con la complicità di un Capo dello Stato che ha inviato lunghi messaggi alla famiglia.

 

Perché non ricordiamo analoghi lunghi messaggi alla famiglia di Enrico Berlinguer, nei 25 anni dalla morte, da parte della Presidenza della Repubblica? Perché le uniche manifestazioni in giro per l’Italia sono state fatte dai cittadini e non organizzate dai partiti? Perché si permette che una mediocre Stefania Craxi, in preda ad isteria continua, pubblichi sul Corriere della Sera vibranti attacchi contro Enrico Berlinguer, senza che nessuno ne prenda le difese o che, soprattutto, il direttore di quel giornale garantisca il diritto di replica?

 

Forse perché Enrico Berlinguer è morto sul campo davanti al suo popolo, stroncato da un ictus, mentre Bettino Craxi veniva servito e riverito in una bianca villa tuinisina per sfuggire alla galera? O forse perché fu ripetutamente spiato da servizi segreti deviati al soldo di P2 e dello stesso Craxi, affinché si potesse ricoprirlo di fango e farlo fuori politicamente?  O forse perché, in seguito a quelle illegali intromissioni (quelle sì) nella vita privata di un uomo politico onesto e perbene non produssero niente, dimostrando che in Italia c’era veramente qualcuno che era diverso, oltre ad essere comunista?

 

Mai come oggi noi giovani abbiamo bisogno di riferimenti ideali solidi e che abbiano dato l’esempio, come Berlinguer, Pertini, Ambrosoli, Siani. Che per nostra fortuna/sfortuna non hanno bisogno di monumenti o simposi e nemmeno di apologie a mezzo stampa o tv, ma che necessariamente verranno dimenticati, se non siamo noi, NELLA PRATICA QUOTIDIANA, a ricordarli, a rendere vivo il loro esempio. La testimonianza della loro vita, da cittadini onesti e da servitori dello Stato e del popolo, è sufficiente per noi per qualificarli come uomini giusti. Ma per quanto ancora, se si continua su questa strada, la loro memoria sarà preservata?




14 gennaio 2011

Il Grande Sogno dietro la parola compagno

Noi vogliamo dare una speranza ai ragazzi, ai quali questa società non offre sicurezza di vita, di lavoro… non offre ideali che non siano quelli dell’evasione, dell’individualismo… offre solo la prospettiva di essere la rotella di un ingranaggio che funziona soltanto per favorire la prepotenza, il privilegio e la corruzione.
(Enrico Berlinguer, 1972)

Nel giorno del referendum di Mirafiori, del day after della direzione del PD e della bocciatura del legittimo impedimento, ho sentito il bisogno, quasi il dovere, di fare una riflessione su quella parola che sembra oramai essere diventata un tabù, ma che in realtà non lo è: la parola compagno.

Mi ricordo ancora quando un ignaro Fabrizio Gifuni parlò ad una platea di democrats, dicendo a metà del discorso: “cari compagni e care compagne”, scatenando le ire dei popolari e le proteste dei cosiddetti “nativi” del PD (gente cioè riciclata da altri partiti diversi da DS e Margherita).

Dimostrando non solo demenza, ma anche ignoranza.

Perché appellativo (oramai ridotto da certi pseudo-politicanti in salsa dc ad un insulto per il genere umano) è in realtà la cosa meno marxista che ci possa essere a questo mondo: dal latino cum panis, indica quelle persone che sono pronte a condividere tutto con gli altri, persino il pane. Un motivo più da ultima cena che da materialismo storico, eppure per “i nativi” o, peggio, gli ex-comunisti riverniciati a nuovo, è addirittura offensiva, perché saprebbe di vecchio e di antico.

Non capendo (o facendo finta di non capire) quello che Norberto Bobbio, all’indomani del Crollo del Muro di Berlino, aveva capito fin troppo bene (non a caso fino all’ultimo ha donato ogni singolo neurone per la costruzione di una nuova Sinistra): “O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?”

La lotta alla parola “compagni” è qualcosa di più della lotta ad un antico aggeggio lessicale per definire un certo tipo di militanti: è l’ultimo fotogramma di quell’enorme rimozione culturale che ha iniziato a tagliare le radici della Quercia (fondendo in uno 13 partiti) nella vana speranza di guadagnare maggiori consensi, e che alla fine ha rimosso uno ad uno ogni ricordo, ogni simbolo, ogni memoria di quella tradizione, fino a trasformarsi in qualcosa di diverso, in un Partito Democratico che sulla carta era vincente e che invece è nato morto, ammazzato dagli apparati di partito e dal nuovismo senza capo né coda del suo primo segretario, che da salvatore della Sinistra ne è diventato, suo e nostro malgrado, il becchino. E che adesso riscopre un modo di agire e di fare che avrebbe dovuto usare quando era segretario, non ora che è ridotto all’opposizione nel suo partito (e là rimarrà, perché le clientele post-comuniste rimangono saldamente nelle mani di D’Alema).

Mentre negli altri paesi si rinnovano e al tempo stesso si consolidano le proprie identità, l’Italia è l’unico paese nel quale in vent’anni si è cambiato quattro volte simbolo, mantenendo sempre la stessa classe dirigente (salvo i deceduti).

Rinnegare i propri padri, nella speranza di trovare eredi, e inventare nuove identità per non dover fare i conti con quella che effettivamente avevano, ha portato i post-comunisti a produrre solo una cosa: una marea di orfani e figli unici, che con la disintegrazione della dimensione collettiva si sono rifugiati in un arido e desolato egoismo individualista. Anziché diventare padri di una nuova eredità, sono rimasti gli eterni giovani di quella vecchia.

Erano così preoccupati a dimostrare all’Italia intera che non erano più (e non erano mai stati in alcuni casi) comunisti, che non si sono minimamente preoccupati non solo di definire una volta per tutte cosa sono (e cosa vogliono diventare), ma soprattutto cosa pensano e vogliono fare per dare una voce alle speranze della moltitudine di poveri, sfruttati, diseredati e disgraziati che affollano le strade di questo Paese, ma che scompaiono dalla percezione generale perché non appaiono sulle televisioni (dominio incontrastato di Berlusconi).

Ma tutto ciò non si spiega solo con il DNA burocratico-comunista che tutt’ora anima le loro menti (e che era l’unica cosa che dovevano abbandonare 20 anni fa). In alcuni anche in modo inconsapevole (il che è ancora peggio). Bensì per il fatto che sentendosi liberali, cadendo nell’amnesia, hanno espresso il nuovo conformismo, adattando ad esso l’antica forma mentis e i vecchi comportamenti.

Ne deriva che non esiste alternativa, perché tutto viene reso uguale, tutto viene eguagliato e infilato nel tritacarne, tutto viene reso così semplicemente e totalitariamente comunista (nel senso più deteriore del termine), che alla fine vince il padre del conformismo, che è espressione di quelle forze reazionarie che non vogliono il Cambiamento, perché questo scalfisce i loro interessi e privilegi e li costringe a mollare anche solo un’oncia delle loro ricchezze.

Su Obama ognuno può pensarla come vuole, ma c’è un dato di fatto ineludibile: Obama è il sogno socialista fattosi uomo, perché aldilà delle ideologie, delle parole, delle opinioni e delle strategie, un nero, socialmente ai margini, povero, senza mezzi propri, è riuscito a scalare la vetta della società e a sbaragliare privilegi, pregiudizi, provocando un pericoloso precedente per le classi dominanti al potere.

Se la Sinistra in questo schifoso Paese non si riappropria di un grande Sogno, che è quello di una società più giusta, fondata sul diritto alla vita e non sul dovere alla sopravvivenza per accrescere ricchezze, privilegi e ingiustizie altrui, allora questa Sinistra è morta, è condannata all’oblio e alla mortificazione politica, culturale, sociale, ideale.

Diceva Enrico Berlinguer:

Quali furono infatti gli obiettivi per cui è sorto il movimento per il socialismo? L’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realtà del mondo d’oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono più validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. Ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono ad una sempre più incisiva azione in Italia e nel mondo.

Abolite tutte le parole che volete, privatemi del lessico e dei simboli, ma c’è una cosa che non potrete mai togliermi: il sogno di una società più giusta. Che è poi quel sogno celato dietro la parola compagno.




7 gennaio 2011

C’era una volta la FIAT, c’era una volta l’Italia. Ora c’è solo Marchionne.

 

FIAT. Fabbrica Italiana Automobili Torino. È sorprendente come, nel misero e deprimente dibattito odierno, nessuno si prenda la briga di far sapere agli Italiani che nessuna delle componenti di questo acronimo (che per oltre cent’anni è stato foraggiato con i soldi pubblici) è più vera.

 

Difatti, non è più una fabbrica (lo stabilimento di Mirafiori, che alla fine degli anni ’70 contava più di 60.000 operai, ora ne ha poco meno di 10.000); non fa più automobili (il maggior valore lo fa con altri prodotti e altre attività); non è più a Torino (il grosso è delocalizzato in giro per il mondo); soprattutto, non è più italiana. Sebbene qualcuno affermi ancora il contrario, il baricentro si sposta sempre più verso Detroit, dove Sergio Marchionne può contare su un sindacato-corporazione molto più accondiscendente dei nostrani.

 

Ancora più sorprendente è come, nel bel mezzo di una crisi morale, politica ed economica, l’ad FIAT-Chrysler sia riuscito a rubare la scena perfino a Lui, Silvio Berlusoconi, facendo concentrare l’attenzione non tanto sulla sostanza del problema, quanto agli aspetti politico-sindacali delle sue scelte manageriali.

 

Come sono cambiati i toni e le parole dell’ad Fiat, dopo l’acquisizione di Chrysler: quasi non ci si crede che fu proprio Fausto Bertinotti, nell’estate del 2006, a definirlo “il borghese buono”, per la sua capacità di sedersi al tavolo con le parti sociali e di concludere finanche accordi vantaggiosi per l’azienda e per i lavoratori. Come ci si potrebbe interrogare come si sia arrivati al Marchionne che vuole escludere dalla rappresentanza i sindacati che non firmano, quando nemmeno 2 anni e mezzo fa sosteneva che: “L’efficienza non può essere l’unico elemento che regola la vita.

 

Marchionne ha molti soldi: lo dimostra il suo stipendio, che è 435 volte quello di un suo operaio (4,7 milioni di euro) e le sue stock option (10 milioni di euro). Solo re-investendo oggi quei suoi 10 milioni di stock option, arriverebbe a 100 milioni di euro tondi tondi.

 

In cambio di investimenti sul suolo italico, l’ad Fiat-Chrysler pretende obbedienza assoluta, senza discussioni, stracciando i vecchi contratti, violando l’art.40 della Costituzione, togliendo rappresentanza a chi si oppone. Pretese che sembrano farci tornare indietro di 60 anni, ai tempi dell’ingegner Valletta e dei suoi reparti-confino per i lavoratori comunisti iscritti alla CGIL.

 

Su un piatto della bilancia ci sono 20 miliardi (che forse saranno investiti, se il mercato lo permetterà), sull’altro la minaccia di chiudere bottega e delocalizzare all’estero. E questo Marchionne può farlo per due ragioni: non c’è un governo degno di questo nome; non ci sono partiti forti in grado di dettare l’agenda e non farsela dettare da uno che ha risanato la Fiat solo grazie ai trend positivi del mercato e a operazioni finanziarie ben strutturate.

 

La politica del resto è troppo debole per poter rispondere all’invasione di campo, e si divide tra chi suggerisce il sì perché non c’è scampo e chi, preso dall’euforia per il mondo nuovo, sostiene che la parola d’ordine non è difendere, ma cambiare (poco importa se è un cambiamento in negativo).

 

Del resto, se come propri rappresentanti i giovani e i lavoratori hanno gente come Chiamparino, che con orgoglio rivendica le sue giocate a scopone con Marchionne, o come Ichino, senatore PD, che addossa le colpe dei mancati investimenti stranieri in Italia non alla mafia e alla corruzione, ma alla FIOM e ai sindacati “dissidenti”, capite bene come giovani e lavoratori vengano consegnati nelle mani dell’antipolitica e dell’astensione. Con buona pace dei riformisti, che ancora si sforzano di mettere nello stesso Pantheon Berlinguer e Craxi (e in alcuni casi solo Craxi).

 

Lo stesso stereotipo di una FIOM che dice sempre no è falso. Basterebbe controllare la firma in calce agli ultimi contratti (Indesit, Ilva, Alenia, Selex Galilei, Elsag Datamat, Sirti, Alcatel e la Iveco di casa Fiat) per capire che quello che non va nel contratto di Mirafiori è l’atteggiamento di Marchionne e la sua volontà di comportarsi in Italia come farebbe in Cina o come ha fatto negli USA, dimenticandosi che da quelle parti i sindacati sono corporazioni e che sono anche azionisti-proprietari di Chrysler.

 

Lo diceva bene oggi sul suo blog Pippo Civati, quando ricordava che certe questioni dovrebbe essere la politica a porle, altrimenti la politica non serve a nulla. E che se i partiti di opposizione vogliono anche solo provare a dare una piccola speranza a questo paese, devono sbrigarsi a interpretare il ruolo istituzionale che hanno, senza lasciare libera iniziativa ai singoli capi-corrente sul tema. Perché una leadership mal esercitata, è una leadership inutile e inesistente. E danneggia il Paese e i lavoratori anzitutto.

 

Perché a ben vedere, se fra 20 anni gli storici dovessero rileggere le pagine dei quotidiani, di una cosa si accorgerebbero: non si parla di Fiat, non si parla di Italia. Si parla solo di Marchionne.




4 gennaio 2011

98 miliardi in cerca di riscossione

Nel Paese del Bunga-Bunga, dei sacrifici per molti e dei privilegi per pochi, non poteva mancare l'ennesima notiziola (ignorata da giornali e media perlopiù) che fa gridare allo scandalo e alla vergogna, ma che difficilmente sarà nota al grande pubblico (quello che una volta si chiamava popolo).

Ed eccola, infatti, puntuale, con una sentenza del Consiglio di Stato che è passata del tutto inosservata, e che riapre l'annoso caso di quei 98 miliardi di euro in cerca di riscossione, di cui avevo parlato già nell'ottobre 2007 in seguito all’inchiesta del Secolo XIX, e che sicuramente farebbero comodo ad uno Stato che ha tagliato dappertutto per far quadrare i conti di bilancio.

98 miliardi di euro valgono infatti quanto tre manovre finanziarie e circa 10 dei famosi tesoretti della buonanima di Padoa-Schioppa: abbastanza per risanare e investire in tutti quei settori strategici, primo fra tutti università e ricerca, in cui il Governo ha tagliato per 3 anni.

Torniamo al principio: nel 2006 finisce sulla scrivania dell’allora vice-ministro Visco un rapporto della Guardia di Finanza, che dimostra come lo Stato stia perdendo svariati miliardi di euro a causa di penali non pagate dai circuiti delle slot machines, che non risultavano collegati alla rete informatica. A questo rapporto si aggiunge un’altra indagine della Corte dei Conti.

La notizia sarebbe rimasta seppellita sulla scrivania di Visco, se non fosse stata rilanciata dal Secolo XIX e, soprattutto, dal blog di Beppe Grillo. Prodi ai tempi, dopo vibranti polemiche, disse: “non ci sarà alcun colpo di spugna”, sebbene inizialmente avesse detto che bisognava essere cauti perché le aziende multate in questione erano quotate in Borsa.

Il problema, come al solito, non è tanto di ordine economico, ma politico-morale: difatti la commistione tra partiti e i circuiti delle slot machines è massima e indecente.

La sola Società Atlantis (oggi BPlus), colosso mondiale nel settore delle slot machines, dovrebbe pagare 31 miliardi di euro, se non fosse che diversi suoi esponenti erano organici ad Alleanza Nazionale (primo fra tutti Amedeo Laboccetta, finiano ora passato con Berlusconi). Così come era la sorella di Gianni Alemanno a gestire i Monopoli, che hanno rinegoziato le concessioni con penali molto più vantaggiose delle precedenti (ovviamente per i privati, non per lo Stato).

Ora si rischia di mettere una pietra tombale definitiva su quei 98 miliardi in cerca di riscossione, depauperando dunque le casse statali per favorire interessi privati. Possibile che a pagare siano sempre i soliti?

 

La Sinistra vuole tornare a vincere le elezioni? Cominci a farlo dando l’esempio e stando dalla parte dei più deboli. In caso contrario, non si lamentino che la gente rimpiange Berlinguer e i giovani si tengono lontani dalla politica: la richiesta di una politica con la P maiuscola non è anti-politica e nemmeno la causa del disastro attuale. È la conseguenza.

 

Prima ne prenderanno atto, prima si vincerà la sfida più importante, quella culturale, contro il Berlusconismo.

 

Perché come disse una volta Gaber: “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me.”




18 dicembre 2010

Ma l'Antiberlusconismo non era morto?

Vi ricordate? Per anni abbiamo dovuto sentire di tutto: estremisti, fascisti, regalate voti al nano, fate vincere Berlusconi, non potete essere sempre contro, tafazzi che non siete altro, feccia, antipolitici, infami. E questi sono i più belli.

Poi adesso si scopre che bisogna fondare un nuovo CLN con Casini e Fini per mandare via Berlusconi? Volete farmi credere che Bersani, D'Alema e Vendola (sì, perché pure lui, salvo giravolte degli ultimi giorni, proponeva allargamenti della coalizione), che fino ad oggi ci martellavano in televisione e sulla stampa sul fatto che l'anti-berlusconismo era morto, faceva male alla Sinistra e faceva vincere Berlusconi, ORA CI CHIEDONO DI CAPIRE L'ALLEANZA CON FINI E CASINI PROPRIO IN NOME DELL'ANTIBERLUSCONSIMO?

Io vi voglio bene, davvero. Ma in questo momento, se fossi un medico, prescriverei tanti TSO (Trattamenti Sanitari Obbligatori) a voi e ai pazzi che vi seguono. Non tanto per voi, ma per preservare la mia sanità mentale.

L'ultimo che esce, spenga la luce.



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"Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata."
(Enrico Berlinguer)

"Credo che la libertà sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà."
"Alla fine il reato più grave diventa quello di chi racconta certe cose, anzichè chi le fa. La colpa non è dello specchio, ma di chi ci sta davanti."
(Enzo Biagi)

"L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che ho mai visto, per volgarità e bassezza. Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo. Gli italiani devono vedere chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Soltanto dopo saremo immuni."
(Indro Montanelli, 2001)


"Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti ed ai comunisti o filocomunisti pentiti. C'è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni."
(Vittorio Foa, 2006)

"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perchè lì è nata la nostra Costituzione."
(Piero Calamandrei)

"Quali garanzie offre questo Stato [...] per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro [...] l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito [...] in ogni città e in ogni villaggio è possibile compilare un lungo elenco di malversazioni, di casi di concussione e di abusi rimasti impuniti; i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi [...] perchè quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino."
(Leonardo Sciascia, 1979, intervista a Marcelle Padovani)

"Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza"
O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?
(Norberto Bobbio)

"Chi non conosce la verità è uno sciocco. Ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente"
(Bertold Brecht)


"Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola"
(Giovanni Falcone)
"Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe"
(Paolo Borsellino)

"Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'omicidio, ordinino un pubblico assassinio"
(Cesare Beccaria)