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  OrgoglioDemocratico [ ]
         

Non scrivo praticamente più su questo blog. Mi sono dedicato completamente a www.enricoberlinguer.it e curo la rubrica "Il Rompiballe" su Qualcosa di Sinistra. Questo è il mio blog personale, che ho fondato quando avevo 18 anni e ci sono affezionato. Riflette le mie speranze di allora, su una nuova Sinistra, che recuperasse la lezione di Enrico Berlinguer sulla Questione Morale e sull'austerità e la saldasse con la questione della democrazia incompiuta del nostro Paese. 

Rileggendomi, a distanza di anni, sorrido della mia ingenuità di allora. Per fare buona politica, diceva Piero Calamandrei, c'è bisogno di persone oneste che facciano modestamente il proprio mestiere con passione, rigore e impegno morale. Perché sincerità e coerenza, che possono sembrare ingenuità, alla lunga sono l'unico buon affare.

Se mi seguivate allora e volete leggermi "quotidianamente", mi trovate su facebook o su twitter.

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"Change will not come if we wait for some other person or some other time. We are the ones we've been waiting for. We are the change that we seek."
(Il Cambiamento non arriverà se aspettiamo qualcun'altro o qualche altro momento. Noi siamo quelli che stavamo spettando. Siamo il Cambiamento che cerchiamo.)

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9 giugno 2010

Derive Autoritarie & Corto Circuito Democratico

“Con Berlusconi il nostro resta un assetto costituzionale in ordine, la Carta della Prima Repubblica non è stata abolita. Perchè non c’è più bisogno di rifarla: la si può svuotare dall’interno. Si impacchetta la Corte Costituzionale, si paralizza la magistratura… si può lasciare tutto intatto, tutto il meccanismo di pesi e contrappesi. E di fatto impossessarsene, occuparne ogni spazio. Alla fine rimane un potere transitivo che traversa tutto il sistema politico e comanda da solo.”

(Giovanni Sartori, La Stampa, 12 giugno 2008)

 

Quando Giovanni Sartori, uno dei più grandi politologi viventi a livello internazionale che abbiamo in Italia, scriveva queste parole per La Stampa, il Parlamento italiano si stava come al solito preoccupando dei problemi del Presidente del Consiglio. Nello specifico, si apprestava a votare quel Lodo Alfano che è stato cassato dalla Corte Costituzionale per manifesta incostituzionalità (che in molti hanno fatto finta e continuano a far finta di non vedere), e che viene oggi riproposto in versione aggiornata come ddl costituzionale.

 

Che il Premier stia intensificando il fuoco televisivo, politico, mediatico contro la Costituzione, la Rai, il Parlamento, la Magistratura, dovrebbe per lo meno far riflettere tanti acuti osservatori politici che siamo arrivati ad un punto di non ritorno. E che se non ci si dà una mossa, si rischia di replicare la storia di nuovo.

 

Una cosa che il fascismo avrebbe dovuto insegnare a questo Paese è che la servitù non è tanto una costrizione del padrone, ma una tentazione dei servi. E di gente che preferisce delegare ad altri l’unica attività libera che hanno, quella di pensare liberamente, ce n’è parecchia.

 

Intendiamoci, Berlusconi non è Mussolini. Ma è proprio questo clima di facilismo, di esenzione non dai problemi, ma dalle angosce esistenziali che ci rendono recettivi ai grandi principi, che può spianare a Berlusconi la strada verso una “democrazia da balcone”, come la chiamava Montanelli.

 

Non quello di Palazzo Venezia, che gli starebbe troppo largo, e nemmeno quello della Casa Rosada, che consentiva ad un Peròn di arringare la folla come e quando voleva: il balcone di Berlusconi è la televisione.

 

Ce la farà, ce la sta già facendo, perché la gente è con lui, non con noi. E quando la gente si mette dietro a qualcuno, intellettuali e giornalisti finiscono per mettersi dietro la gente per vendere qualche copia in più del proprio giornaletto.

 

Perché in fondo, come ricordava Alexis da Tocqueville nel suo saggio “La Democrazia in America”, del 1840:

 

“Se un potere dispotico s'insediasse nei paesi democratici, esso avrebbe certamente caratteristiche diverse dal passato: sarebbe più esteso ma più sopportabile, e degraderebbe gli uomini senza tormentarli. Un sistema che potrebbe sembrare paterno, ma che al contrario cercherebbe di fissare gli uomini alla loro infanzia, preferendo che si divertano piuttosto che pensare. Vedo una folla immensa di uomini simili, che girano senza posa su se stessi per procurarsi i piaceri minuti e volgari di cui nutrono la propria anima. Ognuno di loro considerato in sè è come estraneo al destino di tutti gli altri... Quanto al resto dei concittadini, non li vede: li tocca, ma non li sente. E se ancora la famiglia ha qualche significato per lui, è la società a non averne alcuno.”

 

 

E la Sinistra? Bho, tu l’hai vista? A parte il populismo di Di Pietro, a parte i soliti commenti che non bucano lo schermo di Bersani, a parte le promesse di scendere in piazza… che fine ha fatto la Sinistra? Quando Sartori scriveva quelle parole, Veltroni, che pare esente da ogni colpa oggi, diceva “il dialogo è a rischio”. Cinque parole, seguite poi da “il dialogo è interrotto”. E quando ha capito anche lui troppo tardi che il dialogo era il solito monologo, ci ha rimesso la poltrona. E sul fatto ritorna alle origini (per fortuna), dicendo che la Questione Morale è il punto centrale, che questo è il governo dell’odio, che Santoro va difeso. Eppure la sensazione che qualcosa non va la denuncio da anni.

 

A che ora è iniziato il corto circuito di questa Sinistra? Le facce dei suoi leader (Veltroni, Fassino, D’Alema, Franceschini, Letta, Bersani) sembrano evaporare nel tubo catodico, un nugolo di ombre depresse e stravolte dall’immagine indistruttibile di un Berlusconi che è egemonico televisivamente, economicamente, politicamente, socialmente e pure culturalmente, reduce da 3 anni di continue vittorie nonostante la marea nera di scandali e fallimenti che lo investono e ne hanno scalfito lo smalto.

 

I nove punti di distacco alle politiche, il disastro delle europee e delle amministrative, nonché le ultime regionali, hanno fortificato il mito di Berlusconi e il suo predominio che non è più di sola immagine, ma proprio di adesione culturale. Un’adesione culturale che postula la normalità dello stravolgimento della Carta Costituzionale, dell’aggressione alle istituzioni di controllo come la Corte costituzionale, il Quirinale, la magistratura, della sottomissione del Parlamento (la cui sovranità è espropriata con quelle mazze chiodate dei voti di fiducia), del conflitto di interessi, della corruzione, dell’evasione fiscale, delle mafie.

 

La Sinistra, questa sinistra, quella nata dalle ceneri del Muro di Berlino, dimostra di non conoscere più il Paese, di non saper ascoltare, di non saper prevedere. Intrappolata nei riti romani, nei labirinti di vertice, negli equilibrismi, nell’eterna paura di apparire troppo di sinistra, la Sinistra ha perso non solo il potere delle sezioni (chiuse per debiti), dei simboli (venduti agli Angelucci come Botteghe Oscure), della cultura, ma anche i sensori sul territorio, quel modello vincente di dialogo continuo che il PCI aveva e che, dopo aver passato 20 anni a rimuovere, si è scoperto che lo si rivuole indietro, elogiando la Lega che non ha fatto altro che copiarlo pari pari.

 

Un’opposizione del genere, così impaurita di sé e del proprio passato, così ansiosa di apparire dialogante, conciliante, moderata, non è tipica delle democrazie: è poco britannica, ma anche poco francese, tedesca, americana. Perché nessuna opposizione di sinistra, progressista, teme di apparire per quel che è, ovvero qualcosa che di sua natura è portata a dire di no, a mostrare un’alternativa valida al governo in carica.

 

Di alternativa si parla, ma ancora non ne vediamo la faccia. Ogni giorno sui giornali leggiamo tutto e il contrario di tutto, uno dice una cosa, il giorno dopo la smentisce, dando l’impressione che in realtà si naviga a vista. Non c’è un progetto, né una sfida culturale all’orizzonte.

 

Hanno passato vent’anni a cancellare la vecchia identità, che non si sono minimamente preoccupati di darsene una nuova: non sono diventati i padri di una nuova identità. Semplicemente, sono rimasti gli eterni giovani di quella vecchia, di cui hanno mantenuto solo la mentalità.

 

Consegnando alla storia una marea di orfani e figli unici che chissà che forse un giorno questa nuova identità la partoriranno.




31 marzo 2010

Intervista a Sartori: “Vedo nero, nerissimo Ma il giocattolo del capo si è sfasciato”

Vi pubblico l'intervista rilasciata su "Il Fatto Quotidiano" da Sartori, attualmente uno dei più grandi politologi italiani di fama internazionale, sul voto regionale. Avvertenze per l'uso: Sartori è nato conservatore e morirà tale, quindi nessuno si aspetti grandi sconti o riconoscimenti alla Sinistra. Non ne ha mai fatti, come non ne ha mai fatti nemmeno a Berlusconi. Forse è per questo che mi sono formato anche sui suoi libri, aldilà di alcune cose di principio che non possiamo condividere. Buona lettura.

 

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di Beatrice Borromeo

    

È andata malissimo. Sono depresso. Mi sento una specie di Abatino Galiani: vedo tutto nero, noir, noir”. Parole pesanti per chi conosce il professor Giovanni Sartori, politologo ed editorialista del Corriere della Sera, che di solito si limita a esorcizzare con l’ironia anche le situazioni più gravi.

  

Professore, è nata la Padania.

   Sì, e questo divide il paese: ora al nord faranno il federalismo fiscale e il Pdl diventa un partito meridionale. Si sgretola il giocattolo di Berlusconi.

  

Cioè l’alleanza con Fini e Bossi?

   Certo, perché al nord prevale la Lega e il presidio di Berlusconi si confina al sud. Questo implica un partito molto clientelare e condizionato dalle varie mafie. Il Pdl è un partito di plastica, di cartapesta. Regge perché gli uomini di Berlusconi devono tutti il posto a lui. Soltanto al centro rimane qualche   isola rossa resistente.

  

Quindi secondo lei Berlusconi, personalmente, ha perso nonostante il buon risultato elettorale?

   Sì, e io l’avevo previsto. Il problema di Berlusconi non sono i voti, ma la distribuzione del potere sul territorio. Il Pdl è incentrato solo su Berlusconi che concede tutto a tutti perché a lui interessa soltanto preservare il suo potere.

  

La Lega è l’unico partito radicato che non si affida solo al carisma del leader. Il Pd dovrebbe ispirarsi a questo modello?

   La Lega rappresenta interessi concreti, quelli della piccola borghesia, di un elettorato del nord che vuole tenersi i soldi. Al sud il discorso è diverso: i soldi non si producono, si rubano e si spendono per mantenere le clientele.  

  

Quindi la sinistra non si radica perché non rappresenta più nessuno?

   Al nord il centrosinistra ha commesso un grave errore a parlare di “immigrazione facile”, perché poi succede che l’operaio disoccupato vota Lega. Pensa al suo interesse. C’è una crisi economica globale che mette in pericolo l’occupazione e il lavoro, in particolare in Italia. La sinistra non lo capisce, non usa alcuna lungimiranza proprio su temi e problemi riguardo cui doveva essere ghiotta e propositiva. Invece nulla.

  

Salva almeno Di Pietro o Nichi Vendola, l’unica opposizione che non è stata sconfitta?

   Io non ho nessuna stima per Di Pietro, demagogo di sinistra. E la vittoria di Vendola è un problema per Bersani, perché tira il partito a sinistra. L’idea del Pd riformista era invece di cercare voti al centro.  

  

Perché il Pd perde? Qual è il problema?

   Tra gli altri, c’è che sono stupidi: Bersani chiede il ritorno al Mattarellum per avere un centrino-ino-ino che a malapena passa la soglia di sbarramento. Il segretario del Pd si preoccupa di questo e non di una legge elettorale come il Porcellum che lo stritola. È chiaro che l’unione Bossi-Berlusconi si prepara a vincere le prossime elezioni, e con la vittoria otterrà automaticamente   il 55 per cento dei seggi. Ma di questo Bersani non si preoccupa.

 

La sinistra ha cancellato dall’agenda anche la legge sul conflitto di interessi.

Quello è stato il bacio della morte. Tutto è cominciato dalla rinuncia a quella legge.

 

Secondo lei il segretario Bersani è in bilico dopo questo voto?

Per adesso non vedo di molto meglio in giro. E poi non ha subito una sconfitta indecorosa. È andata male ma, poveraccio, neanche per colpa sua. Questo partito soffre l’eredità dell’ultimo governo Prodi.  

 

E degli ultimi scandali: Delbono a Bologna, Marrazzo nel Lazio.

Gli scandali più che altro hanno generato disincanto. Siamo un Paese marcio nel midollo e chi vota Berlusconi non si è fatto molto influenzare: quell’elettorato segue una tivù sotto controllo quindi – a parte i lettori del Fatto e di qualche altro giornale ancora libero di parlare – il cittadino dice: “E vabbè”. Non ha anticorpi, non è reattivo.

 

Cosa può fare un cittadino onesto che vuole contribuire, sperare ?

E’ abbastanza impotente. Finché ci sono Berlusconi, il suo sistema di potere e il controllo dei media, non vedo nessuna speranza.

 

Però è cresciuta l’astensione: una protesta contro questo sistema?

Era astensione equidistribuita, non ha colpito solo il centrodestra ma anche il Pd. È disaffezione, antipolitica, disgusto e indifferenza della politica tutta.  

 

Anche le nostre elezioni, come quelle americane di mid-term, sono un giudizio sull’operato del governo più che un voto locale?

Berlusconi ha impostato la campagna elettorale su di lui e quindi il risultato si può solo leggere come una conferma del governo.

 

Quanto ha influito l’opposizione della Cei alle candidate abortiste, Bonino e Bresso?

Si potrebbe frenare questo eccesso di invasione ecclesiastica della politica, perché l’elettorato cattolico duro e puro non supera il 4 per cento. Ma sia il governo che il centrosinistra si arrendono subito, senza combattere, a una Chiesa che è tornata alla riscossa.

 

Nessun cambiamento in vista?

Oggi no, lo escludo. Comunque ci siete voi sulle barricate, io sto nelle retrovie.




20 giugno 2009

La Mia Astensione al Referendum

Quando nel 2007 mi chiesero se volevo firmare per il referendum per abolire il Porcellum Calderoli, firmai entusiasto. Fino a qualche mese fa, la sola idea di abolire il Porcellum continuava ad entusiasmarmi, poi ho deciso di andarmi a leggere i benedetti quesiti, per i quali avevo firmato e non sapevo assolutamente nulla.

Sorpresa: nemmeno un accenno alle preferenze. Ma come, l'essenza del Porcellum è proprio il divieto di poter esprimere la preferenza, mutilando il diritto-dovere dell'elettore!

Insomma, a parte l'ultimo quesito accettabile, il referendum abrogativo non abrogra proprio un bel nulla e non migliora nulla, anzi, crea un Porcellum Bis: un partito del 35% potrà avere il 55% dei voti, mentre il restante 65% dovrà spartirsi il 45% dei seggi... altro che Legge Acerbo.

Cosa mi ha fatto cambiare repentinamente idea (dall'andare a votare NO al NON andare a votare?): due articoli, comparsi uno sul Corriere e l'altro su Micromega, i cui link vi riporto qui sotto:

http://temi.repubblica.it/micromega-online/referendum-beffa-50-buoni-motivi-per-astenersi/

http://archiviostorico.corriere.it/2009/giugno/19/RESTO_CONTRARIO_REFERENDUM_co_8_090619025.shtml

Abitando poi a Milano, andrò a votare Filippo Penati alla Provincia.

Buon voto a tutti per i ballottaggi!




3 novembre 2007

Ora dico basta al federalismo

di Giovanni Sartori


Il governo Prodi regge l’anima con i denti e l’opposizione (Berlusconi) lo vuole morto e basta: nessun accordo su niente. Ma ecco—sorpresa, sorpresa— che dai meandri oscuri di Montecitorio sbuca un progetto di riforma costituzionale: un disegno di legge già stilato e già sottoposto alla Commissione Affari costituzionali presieduta dall’onorevole Violante. È sorpresa perché finora sapevamo che Prodi e la sua striminzitissima maggioranza erano mobilitati come un sol uomo (o donna, la bravissima Anna Finocchiaro) nel far passare la Finanziaria.

Ma ora sappiamo che alla Camera c’è chi lavora 48 ore su 24, e con altrettanta urgenza, per varare un «progettino» costituzionale. Sì, progettino; perché è monumentalmente lacunoso. Le riforme costituzionali davvero necessarie e urgenti sono due: l’introduzione della sfiducia costruttiva (il premier non può essere dismesso senza la contemporanea indicazione del suo successore), e la preminenza del capo del governo stabilita dal fatto che solo lui si presenta al Parlamento per la fiducia (il che implica che i suoi ministri possono essere cambiati a sua discrezione).

Ma di queste due riforme nel progettino in questione non c’è traccia. L’intento è soltanto di stabilire alla chetichella che il nostro Paese è oramai «federale». Dopo divagazioni varie, nell’articolo 7 del progettino si legge: «L’articolo 70 della Costituzione è sostituito dal seguente: la funzione legislativa dello Stato è esercitata collettivamente (sic!) dalla Camera dei Deputati e dal Senato federale della Repubblica...». Federale? Se così, si dovrebbe cominciare dal modificare l’articolo 1 che sinora dice così: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Ma, appunto, siamo al cospetto di un progettino (ino, ino). Quale ne è il senso? Per parafrasare Andreotti, pensare male è peccato, ma è anche, spesso, pensare il vero. E il vero è, sospetto, che il Palazzo di sinistra si vuole ingraziare Bossi per aiutare il governo Prodi a sopravvivere.

Come già in passato, si svende il Paese per trenta denari. E su questa premessa dico la birbonata che covo in seno. Ho sempre chiesto: quanto costerà il federalismo? Costerà non solo in denaro (in sprechi di denaro) ma anche in inefficienze e appesantimenti burocratici aggiuntivi? Come forse qualcuno ha notato, sul punto è calata una cappa di silenzio. Mistero. Ma ora il mistero è svelato da una fotografia concreta, visibile, dell’Italia così come effettivamente è, e cioè da La Casta di Rizzo e Stella. Il volume ha già venduto un milione di copie, e spero che ne continuerà a vendere. Vorrà dire che c’è un largo e crescente pubblico in grado di capire come sarà (Dio non voglia) un’Italia federale. S’intende che l’Italia non è tutta come descritta da Rizzo e Stella.

Ma l’Italia che descrivono è già sufficiente, più che sufficiente, per mandare tutto il Paese a picco. Rinvio a un’altra occasione l’illustrazione del nostro record di non-governo e di malgoverno romano. Resta il fatto che strade e ferrovie, rigassificatori, centrali elettriche, inceneritori di rifiuti, eccetera, sono sempre più bloccati, ovunque, da amministrazioni locali «ricatto» che chiedono soldi e benefici per concedere permessi. Se non vogliamo che il Paese precipiti sempre più nel caos, nella paralisi burocratica e nelle distorsioni clientelari, il federalismo non va attuato ma disattivato. Non sono il solo a pensarlo; resterò il solo a dirlo?



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"Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata."
(Enrico Berlinguer)

"Credo che la libertà sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà."
"Alla fine il reato più grave diventa quello di chi racconta certe cose, anzichè chi le fa. La colpa non è dello specchio, ma di chi ci sta davanti."
(Enzo Biagi)

"L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che ho mai visto, per volgarità e bassezza. Il berlusconismo è la feccia che risale il pozzo. Gli italiani devono vedere chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, al Quirinale, al Vaticano, dove vuole. Soltanto dopo saremo immuni."
(Indro Montanelli, 2001)


"Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti ed ai comunisti o filocomunisti pentiti. C'è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni."
(Vittorio Foa, 2006)

"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perchè lì è nata la nostra Costituzione."
(Piero Calamandrei)

"Quali garanzie offre questo Stato [...] per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro [...] l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito [...] in ogni città e in ogni villaggio è possibile compilare un lungo elenco di malversazioni, di casi di concussione e di abusi rimasti impuniti; i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi [...] perchè quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino."
(Leonardo Sciascia, 1979, intervista a Marcelle Padovani)

"Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza"
O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?
(Norberto Bobbio)

"Chi non conosce la verità è uno sciocco. Ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente"
(Bertold Brecht)


"Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola"
(Giovanni Falcone)
"Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe"
(Paolo Borsellino)

"Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'omicidio, ordinino un pubblico assassinio"
(Cesare Beccaria)